Marco Cochi
PRIMO PIANO - Torna l’ombra di bin Laden
Dopo gli attacchi terroristici di Londra e Sharm el Sheikh, è stata formulata una tesi contrapposta a quella, nata con gli attentati dell'11 marzo a Madrid ed in Turchia, Marocco e Arabia Saudita, che conferiva ad al Qaeda un ruolo di manovratore lontano. All’indomani di quelle stragi i più qualificati analisti si trovarono unanimemente concordi sul fatto che la rete del terrore si era limitata a dettare solo delle direttive generali, lasciando però alle cellule locali autonomia decisionale e organizzativa: una sorta di outsourcing del terrorismo. Gli ultimi attentati sembrerebbero invece dimostrare il contrario, non solo per alcuni punti in comune riscontrati tra Egitto e Inghilterra (e in questo secondo caso anche legami tra gli attentati del 7 luglio e quelli falliti di due settimane dopo), ma anche tra questi e quelli che si sono succeduti in tutto il mondo a partire dal 2001.
Secondo gli esperti la lunga scia di sangue che ha colpito Inghilterra, Spagna, Egitto, Marocco, Arabia Saudita e Turchia, rientrerebbe in uno stesso grande copione il cui regista sarebbe Osama bin Laden. Si è quindi riaperto il dibattito in merito alla vera identità della mente organizzatrice, ma soprattutto sull'esatta collocazione delle cellule che hanno materialmente eseguito i piani suicidi. In molti pensano di aver individuato non solo il legame che intercorre tra il “braccio” e la “mente”, ma anche l’effettivo ruolo svolto dai vertici di al Qaeda, che avrebbero interferito direttamente nella scelta e nell'addestramento degli esecutori. Gli ideatori del network del terrore hanno trovato rifugio tra le province “ribelli” del Nordovest pachistano, una terra di nessuno che dai territori tribali della frontiera si spinge in un’ampia zona dell’oriente afgano. Secondo le dichiarazioni rilasciate il 16 luglio da Scotland Yard, gli attacchi sferrati contro la capitale britannica sarebbero stati decisi in un summit tenuto in Pakistan sedici mesi orsono, in un villaggio di montagna della provincia del Waziristan del Sud. Trenta giorni dopo nel Queens, a New York, venne arrestato Mohammed Barbar, un esperto di computer. L'uomo, messo sotto torchio, confessò di essere un operativo "in sonno" di al Qaeda. Da quel momento Barbar avrebbe iniziato a collaborare e proprio grazie alle sue informazioni le autorità statunitensi avrebbero segnalato a quelle britanniche la pista che portò all'arresto dei tredici estremisti di Manchester.
I commenti di alcuni accreditati esperti di contro-terrorismo sposano la tesi delle operazioni sotto la diretta regia di bin Laden e al Zawahiri. Magnus Ranstorp, direttore del Centro per gli studi terroristici e per la violenza politica dell’università scozzese di St. Andrews, non sembra nutrire molte perplessità riguardo all’ipotesi del coordinamento operato dal vertice qaedista: "Quello che Londra e Sharm el-Sheikh hanno in comune sono le persone che hanno programmato e diretto i piani: cioè quelli che hanno detto questo è quello che bisogna fare e questo è come bisogna farlo". Per Turki al Faisal, ex direttore dell'intelligence internazionale dell'Arabia Saudita e neo ambasciatore negli Stati Uniti, "tutti questi gruppi di terroristi mantengono un legame con bin Laden mediante intermediari o con incontri segreti nelle zone di confine tra Afghanistan e Pakistan". Per altri al Qaeda potrebbe aver dato vita a un cambio di strategia nel medio periodo. Subito dopo gli attentati terroristici di New York e Washington nel 2001, la rete del terrore avrebbe preferito operare "delocalizzando". Una scelta che le avrebbe permesso di risultare meno dispersiva e allo stesso tempo di adottare una tattica difensiva più efficace, soprattutto in vista di una controffensiva. Oltre a favorire un risparmio di denaro e una riorganizzazione interna. Una sorta di strategia militare in base alla quale dopo una violenta battaglia, le truppe indietreggiano nei loro territori per serrare le file in vista di un nuovo attacco da sferrare quando i tempi sono maturi. Probabilmente, spiegano gli esperti, in questi ultimi mesi, i tempi sono diventati propizi per un ritorno ad un coinvolgimento più diretto negli attentati. I recenti attacchi dimostrano come i centri vitali dei gruppi islamisti sono sopravvissuti alla caduta del regime dei talebani e di Saddam Hussein, conservando il loro ruolo vitale nel quadro terroristico internazionale, nonostante numerosi leader siano stati catturati o eliminati.
Sebbene bin Laden continui a nascondersi, l'organizzazione è ancora capace di operare in tutto il mondo reclutando gruppi terroristici locali e non. In questa analisi si innesta un altro aspetto importante e per certi versi meno palpabile: il ruolo dell'Arabia Saudita. Mentre la monarchia di Ryad è schierata sulla sponda occidentale, rimangono ancora oscure le posizioni di talune organizzazioni del paese, che rappresenta per bin Laden, saudita di nascita, un obiettivo importante, ma allo stesso tempo una fonte di finanziamento di rilievo sin dai tempi della lotta contro l'invasione sovietica in Afghanistan. Ecco perchè levare il velo su quel fitto quanto oscuro intreccio di relazioni tra principi miliardari, associazioni islamiche, e sostenitori occulti della Jihad globale, che operano nell’impenetrabile penisola arabica, potrebbe rappresentare la vera spina nel fianco per al Qaeda.
(29 luglio 2005)