Marco Cochi
PRIMO PIANO - Lo scandalo “Oil for food”
Il programma Oil for food fu creato nel 1996 dall'Onu per aiutare gli iracheni stremati dall’embargo Usa. Baghdad poteva vendere petrolio per acquistare cibo e medicine. Nell’attuazione di tale programma furono però violate le regole nell'appalto dei contratti petroliferi. In questo modo molti miliardi di dollari finirono in tangenti, trasformando l’iniziativa da oltre 60 miliardi di dollari nel peggior scandalo nella storia delle Nazioni Unite. Per far luce sulla vicenda, il 21 aprile 2004 il Consiglio di Sicurezza ha nominato una commissione d'inchiesta, che coinvolge 270 funzionari e 22 Paesi, ma anche banche straniere e istituzioni; fino ad arrivare a toccare i vertici del Palazzo di vetro con il coinvolgimento nella vicenda anche del figlio del segretario delle Nazioni Unite, Kojo Annan.
Gli investigatori di una commissione speciale presieduta dall’ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker, martedì scorso, hanno reso note le conclusioni del secondo rapporto che accusa Kojo Annan di aver deliberatamente ingannato il padre riguardo al proprio rapporto con Cotecna, la società svizzera che aveva vinto l’appalto per monitorare il programma iracheno. Nel rapporto, infatti, la commissione indipendente accusa Kojo Annan d’aver tentato di coprire le sue relazioni con la società. Secondo il testo, Kojo "ha attivamente partecipato agli sforzi della Cotecna" per nascondere i legami con lui. Inoltre il rapporto, che mette in dubbio "le azioni di Kojo Annan… e l'integrità dei suoi affari", critica Kofi Annan (nella foto) per non essersi sufficientemente accertato che non vi fossero conflitti d'interesse negli affari del figlio. Gli investigatori hanno in pratica scagionato Annan da accuse di conflitto d’interesse, criticandolo però per il suo operato nella vicenda. L’indagine ha concluso che quando emersero sospetti sull’incarico affidato alla svizzera Cotecna, Annan non agì con la risolutezza necessaria e non approfondì i rapporti di lavoro del figlio con la società.
Il rapporto non sembra dunque offrire quel proscioglimento chiaro dai sospetti di aver mal operato, che i collaboratori di Annan si aspettavano per il segretario generale dell’Onu. Tra coloro che frequentano Annan c’è chi lo definisce depresso, preoccupato e disponibile anche a valutare l’ipotesi di dimissioni. Altri sostengono che è pronto a combattere, in un anno decisivo per il futuro delle Nazioni Unite. Uno scenario che spinge alcuni organi d’informazione, come il Times di Londra, a riportare voci dal Palazzo di vetro che ipotizzano la possibilità di clamorose dimissioni del segretario generale. Le critiche sul caso Oil for food vanno infatti ad aggiungersi, per il segretario, ai problemi d’immagine creati dallo scandalo degli abusi sessuali che ha colpito i caschi blu in Congo e a quello che ha portato al licenziamento dell’ex capo dell’agenzia per i rifugiati a Ginevra, Ruud Lubbers. Ma il portavoce di Annan, Fred Eckhard, smentisce seccamente le voci di possibili dimissioni.
Passato il giorno più lungo, Annan si prepara a un’offensiva all’insegna della trasparenza, per cercare di limitare subito i danni legati al rapporto. Forse per questo ha deciso di far retromarcia su una decisione che riguardava il protagonista del primo rapporto, il cipriota Benon Sevan, che fu per anni il responsabile del programma iracheno per conto dell’Onu. Sevan è stato accusato da Volcker di essersi lasciato corrompere dal regime di Saddam Hussein e di aver chiuso un occhio sui traffici illeciti di petrolio che avvenivano all’ombra del programma delle Nazioni Unite. I vertici del Palazzo di vetro nei mesi scorsi avevano deciso di pagare le spese legali del funzionario, nonostante sia stato praticamente licenziato (mantiene un incarico retribuito simbolicamente con un dollaro all’anno). La circostanza è emersa solo pochi giorni fa ed è diventata un nuovo motivo di imbarazzo per Annan, dopo la rivelazione che il conto degli avvocati di Sevan ammonterebbe già a 300 mila dollari. Dopo alcuni giorni di riflessione e polemiche, Eckhard ha ora annunciato che le spese legali di Sevan non verranno pagate dall’Onu, perché l’iniziativa viene ritenuta “non appropriata”.
(31 marzo 2005)