Gabriele Natalizia
PRIMO PIANO - New York, Madrid, Londra...
7 Luglio 2005. Una data anonima in apparenza, senza significati reconditi di tipo esoterico o commemorativo. Eppure dopo l’11 settembre 2001 e l’11 marzo 2004, ecco un altro giorno da ascrivere di diritto sugli annali di storia. Questa volta non sentiremo però riecheggiare quel “nulla sarà più come prima”, tanto in voga allora. Quelli che un tempo potevano essere considerati eventi irripetibili, più adatti al copione di una pellicola hollywoodiana che allo scorrere consueto delle notizie, sembrano oggi entrati inesorabilmente a far parte della nostra vita quotidiana. Tanto che le contrattazioni sui mercati azionari non hanno subito contraccolpi significativi e lo share degli speciali televisivi sull’accaduto non ha registrato un ampio coinvolgimento di pubblico. Inutile addossare le colpe alla follia umana o all’interpretazione deviante di un testo sacro. Ciò che è reale è razionale e le bombe scoppiate a Londra tra le fermate della metropolitana di Euston ed Aldgate e alla stazione dei bus di Russell Square, sono l’inconfutabile indizio di uno status quo con cui l’Europa si trova a dover fare i conti, nonostante le argomentazioni capziose di quanti continuano a negarlo: la guerra.
Gli obiettivi e le modalità degli ultimi attentati rendono plausibile una sola pista da seguire, il terrorismo internazionale. L’Ira ha sempre preferito colpire il cuore del potere inglese o i suoi rappresentanti sul campo (Ruc, Scotland Yard), preavvertendo le autorità pubbliche in caso di “target civili” per minimizzare i danni collaterali. L’esercito repubblicano irlandese non puntava a mietere vittime, ma a dimostrare la sua capacità di spostare l’epicentro dello scontro sul suolo britannico. Differente la logica che muove al Qaeda e i suoi emuli: colpire nel mucchio, per colpire uno stile di vita. In questo senso sia le Twin Towers che The Tube erano i simboli di quella way of life del mondo capitalista, alla quale vengono addebitate buona parte delle colpe alla base dell’indigenza in cui versano le masse musulmane.
Stessa la tecnica usata sia Madrid che a Londra: una serie di esplosioni in rapida successione, provocate da ordigni nascosti dentro borse e zaini. Le analisi di laboratorio hanno peraltro confermato l’utilizzo del medesimo esplosivo, il semtex, per la realizzazione delle bombe. Anche il momento prescelto dai terroristi condurrebbe le indagini verso la pista islamica. L’organizzazione di Osama bin Laden e Ayman al Zawahiri è in grado di ponderare sapientemente i tempi degli attacchi, agendo in concomitanza di eventi-chiave per gli equilibri politici mondiali. La strage della stazione di Atocha ha inequivocabilmente alterato l’esito finale delle consultazioni elettorali in Spagna, mentre quella di giovedì scorso ha influenzato i lavori del G8, rischiando persino di farli sospendere. I terroristi hanno sfruttato l’occasione fornita dal vertice di Gleneagles per entrare in azione in quanto consapevoli che una parte consistente delle forze di sicurezza del Regno Unito sarebbero state dislocate in Scozia per arginare la protesta dei movimenti no-global, provocando “un abbassamento della guardia” sulla capitale. Inoltre dopo la riconferma di Tony Blair al n.10 di Downing Street, il livello di allerta era stato ridotto da severe-general a substantial, causando in questi giorni lo scambio di accuse tra il ministro degli Interni Charles Clarke e i dirigenti del Security Service. L’eventualità di un attentato era nell’aria, come ha confermato il capo del Viminale Giuseppe Pisanu dichiarando che sin dallo scorso aprile, in concomitanza con le celebrazioni per la morte di Giovanni Paolo II e la successiva elezione di Benedetto XVI, erano stati captati movimenti preoccupanti presso le centrali terroristiche globali.
Il problema comunque ha proporzioni tali da renderlo incontrollabile. La lotta al terrorismo ha come campo d’azione l’intero globo, quindi l’individuazione di una cellula e la sua disarticolazione non mette al sicuro da ulteriori minacce. I gruppi in questione peraltro sono pienamente autonomi e mantengono solo contatti sporadici con gli altri fiancheggiatori della “guerra santa”. È proprio questa la forza della holding jihadista: delegare alle cellule locali la conduzione di un conflitto asimmetrico. Al New Labour viene imputata la responsabilità di aver tagliato i fondi ai servizi di intelligence (MI5, MI6), trasferendoli agli onerosi impegni extraterritoriali dell’esercito di Sua Maestà. Il Primo Ministro ha risposto ai suoi detrattori che: “Nessun governo può garantire ai suoi cittadini una sicurezza del 100%. Se qualcuno vuol fare saltare in aria degli innocenti sulla metropolitana, tutta la sorveglianza di questo mondo non può riuscire ad impedirglielo”.
Dopo New York, Madrid e Londra chi sarà il prossimo? In molti non hanno dubbi: l’Italia sarebbe l’obiettivo più probabile. Gli altri principali alleati degli Stati Uniti sono stati colpiti tutti ed il nostro paese vanta oggi il terzo contingente militare impegnato sul teatro iracheno. La Francia e la Germania non dovrebbero essere in pericolo. Su Parigi tuttavia grava la controversia in merito alla cosiddetta “legge anti-velo”, mentre Berlino non ha mai provocato la “sensibilità” dell’Islam radicale. Ma la strage di Bali insegna che nessuno è fuori pericolo. Roma e Milano sono i bersagli più probabili, in quanto i terroristi sembrano prediligere i centri nevralgici della politica e dell’economia. La spettacolarità degli attacchi imputabili al network nato in seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan assolve infatti due funzioni fondamentali. Seminare il terrore tra la popolazione, ma soprattutto screditare le istituzioni, facendole apparire agli occhi della comunità quali autorità inerti, incapaci di osteggiarlo con efficacia.
(9 luglio 2005)