Simona Verrazzo
PRIMO PIANO - All’orizzonte una sinergia tra Nato e Gcc
Lotta al terrorismo internazionale, sicurezza, stabilità politica e pace in una delle Regioni più calde del mondo, sia dal punto di vista geopolitico sia da quello economico, il Golfo Persico. La Nato ed il Gulf Cooperation Council fanno il punto e uniscono le loro forze per realizzare una cooperazione non solo militare e politica, ma anche civile ed economica. Il Gcc è un’organizzazione i cui sei Stati aderenti da soli sono in grado di coprire la metà del fabbisogno mondiale di petrolio. Costituita a Riyadh nel 1981, ne sono fondatori e membri Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar, per “l’integrazione in tutti i campi”, da quello sociale a quello amministrativo, da quello delle risorse agricole e idriche a quello del progresso tecnologico e scientifico. Ambizioso risulta, quindi, l’obiettivo della Conferenza internazionale “Nato and Gulf Countries: Facing Common Challenges Through the Istanbul Cooperation Initiative”, che ha visto riuniti a Kuwait City, il 12 dicembre, oltre cento delegati provenienti da trentadue nazioni.
Il vertice partiva dal documento, l’Istanbul Cooperation Iniziative, che gli Stati aderenti all’Alleanza Atlantica hanno sottoscritto in riva al Bosforo il 28 giugno 2004 per avviare “accordi bilaterali di cooperazione concreta”, e non solo di natura militare, che coinvolgano quanti più Paesi del “Grande Medio Oriente” (Broader Middle East). Per quanto riguarda i membri del Gcc, nel 2005 hanno aderito all’Ici Bahrain (gennaio), Kuwait (febbraio) e Qatar (marzo), mentre nel giugno dello stesso anno è stata la volta degli Emirati Arabi Uniti. Gli unici a non averlo ancora fatto sono Arabia Saudita e Oman. “Affrontare le sfide comuni”. Il titolo del summit rendeva chiaramente l’idea di quanto si proponeva quello che è stato definito come ‘momento di riferimento’ per i rapporti bilaterali tra le nazioni appartenenti alla Nato e al Gcc. È quanto ha dichiarato alla vigilia Sami Muhammad Khaled Al-Faraj, presidente del Centro di studi strategici del Kuwait, paese padrone di casa e grande alleato nella Regione degli Stati Uniti. Sulla portata dell’evento e su quanto siano ‘comuni’ le sfide che in futuro i due organismi dovranno affrontare insieme è stato concorde anche il Segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer. Il generale olandese ha dichiarato, in un’intervista alla televisione di Stato kuwatiana, che «la Regione del Golfo ha un’importanza sia politica che economica e le sfide che i Paesi Gcc devono affrontare sono le stesse di quelli della Nato».
Le aspettative intorno a questo vertice erano molte, visto che è arrivato in un momento particolarmente delicato. Negli ultimi mesi c’è, in tutto il Medio Oriente, un risveglio e un interesse sempre più forte per il nucleare. A settembre l’Egitto aveva annunciato la costruzione della prima centrale a El-Dabaa (sul delta del Nilo), e lo stesso Mubarak, nel suo discorso di novembre per l’apertura dei lavori del parlamento, ha rincarato affermando che il suo Paese «non ha bisogno di chiedere a nessuno il permesso per sviluppare un programma nucleare civile». È di pochi giorni fa l’intenzione, da parte del Gcc, di avviare un programma di sviluppo di tecnologie nucleari a scopo pacifico e civile. La dichiarazione, accolta con entusiasmo dall’Iran, è arrivata al termine del XXVII Summit annuale del Gulf Cooperation Council, che si è svolto a Riyadh, in Arabia Saudita, il 9 e 10 dicembre. Il “buon proposito” di allentare le tensioni con Tehran rischia, invece, di creare un effetto domino nell’area, considerato che anche Pakistan e India, non molto distanti dal Golfo Persico, sono già dotati della bomba atomica. L’incontro di Kuwait City è il secondo faccia a faccia tra le due organizzazioni. Il primo summit organizzato sulla scia dell’Istanbul Cooperation Initiative è stata la conferenza intitolata Nato’s role in Gulf security, che si è svolta a Doha, in Qatar, il 1 dicembre del 2005. I propositi della vigilia, i temi affrontati durante i lavori e le dichiarazioni finali erano molto simili a quelli di quest’anno. La vera sfida comune sarà proprio quella di riuscire a coniugare due realtà così diverse come la North atlantic treaty organization e il Gulf Cooperation Council.
La Nato è un’organizzazione internazionale creata nel 1949 affinché gli Stati membri collaborino nella difesa e in cui “un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o Nord America, deve essere considerato come un attacco contro tutte” (art. 5). Le Nazioni che ne fanno oggi parte sono ventisei, tra cui Bulgaria, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Ungheria e Slovacchia (in passato aderenti al ‘Patto di Varsavia’), la Slovenia (unica rappresentate dell’ex-Yugoslavia di Tito) e la Turchia (la sola a maggioranza islamica). Il Mediterraneo e il Golfo Persico sono sempre stati, soprattutto dopo la caduta definitiva del comunismo, tra i temi cruciali della sua azione. L’obiettivo vorrebbe essere quello di portare stabilità politica e, di conseguenza, sicurezza militare in un’area che parte dall’Oceano Atlantico e arriva fino a quello Indiano, alle porte del Pakistan. È questo il progetto, che ancora non si è realizzato, del “Grande Medio Oriente”, comprendente, in Africa, tutto il Maghreb (Marocco, Algeria Tunisia), la Libia e l’Egitto, per poi saltare nel Mashreq (Siria, Libano, Giordania, Iraq e la biblica Palestina), le monarchie del Golfo della Penisola Arabica, lo Yemen, le repubbliche caucasiche (Armenia, Azerbaijan e Georgia), l’Iran e l’Afghanistan. Geograficamente parlando la zona interessata è quella indicata dal G8 nella Broader Middle East and North Africa Initiative. Un territorio immenso, forse troppo. Per una cooperazione più ‘mirata e realizzabile’ rispetto alla Bmenai e portare avanti i propri interessi, la Nato ha sottoscritto l’Istanbul Cooperation Iniziative, che prevede accordi bilaterali dei propri membri con i Paesi del Gcc e con quelli delle sponde meridionale e orientale del Mediterraneo.
Nel 2007 il Gulf Cooperation Council avvierà il proprio Mercato comune e nel 2010 è prevista l’Unione monetaria, con la creazione di una singola valuta, quello che è stato definito “Euro del Golfo”. Una forte battuta d’arresto, tuttavia, è stata data l’11 dicembre, quando l’Oman ha ufficialmente dichiarato di non avere intenzione di aderire, al momento, all’Unione monetaria prevista tra tre anni. I tempi, pertanto, sono inevitabilmente destinati ad allungarsi. Previsti, ma anche in questo caso non così a breve termine, nuovi allargamenti, prima a sette, successivamente a otto Stati. L’entrata dell’Iraq, ormai libero della presenza di Saddam Hussein, dovrebbe avvenire appena le condizioni di stabilità politica lo consentiranno. Baghdad era andata molto vicina ad entrare nell’Organizzazione prima del 1990, quando fu invaso il Kuwait. Allora le trattative furono immediatamente interrotte per l’aggressione a uno dei membri. Diverso è il discorso dello Yemen, in cui è il governo di Sana’a a spingere per un’adesione sempre rifiutata (anche se le trattative proseguono), dal 1996 al giugno di quest’anno. Il problema in questo caso è economico, in quanto la Terra della regina di Saba è tra le economie più povere della regione e con gravi problemi di immigrazione dal Corno d’Africa. Sempre in ambito economico il Gulf Cooperation Council ha siglato Accordi di Libero Scambio (Free trade agreement) sia con singole nazioni sia con realtà regionali come l’Unione Europea, l’Apec (Asia-Pacific economic cooperation), il Mercosur (Mercado común del sur) e l’Asean (Association of southeast asian nations). La Nato, un’organizzazione cui aderiscono Stati distribuiti tra Nord America ed Europa creata per la difesa militare. Il Gcc, l’unione di sei Paesi che da soli producono oltre la metà del petrolio necessario al fabbisogno mondiale, con Pil tra i più alti del mondo, ma dove l’ordinamento giuridico prevede una religione di Stato, l’Islam, e la legge coranica, la shari’a come fonte del diritto. Di sfide comuni da affrontare in futuro ve ne sarebbero tante, vista la cronica instabilità politica di cui il Medio Oriente, dal secondo dopoguerra, soffre. L’ideale sarebbe anche avere delle basi comuni con cui partire, che poi sono la garanzia di interventi concreti per realizzare quella lotta al terrorismo internazionale, sicurezza, stabilità politica e pace di cui la regione ha bisogno. Al di là dei propositi iniziali e delle dichiarazioni finali rappresenta, se non un punto di riferimento, un evento a cui rimandare nel lento cammino della stabilizzazione politica del Medio Oriente.
(08 gennaio 2007)