Francesco Tajani
PRIMO PIANO - Il nucleare torna di moda
L’energia nucleare sembra tornata di gran moda nella stagione dell’affanno energetico e dell’allarmismo climatico e ambientale. Qua e là nel mondo si manifesta sempre più palesemente il rinnovato interesse di alcuni paesi verso questa forma di produzione energetica, divenuta centrale anche in chiave geopolitica. In quest’ottica, i paesi già dotati della tecnologia e da sempre orientati all’innovazione ed allo sviluppo delle centrali sul proprio territorio si fregano le mani. Saranno proprio loro i primi, diretti beneficiari del fenomeno ormai noto come “revival nucleare”. Attualmente, il mondo conta 441 centrali nucleari attive. Un’ulteriore trentina risulta in fase di costruzione. Secondo le stime di alcuni analisti il 2050 vedrà la presenza di 5-600 impianti attivi.
Le cause di un tale incremento sono facili da ricostuire. Molti degli stati sviluppati, cui si aggiungono quelli in via di (tumultuosa) crescita economica, si trovano oggi ad affrontare il rebus della dipendenza energetica da paesi produttori instabili, situati in regioni “calde” del globo o pronti ad utilizzare le proprie risorse in chiave politico-strategica, con interessi sovente contrapposti a quelli dei grandi importatori. La polveriera vicino-orientale, croce e delizia di americani ed europei, si rivela sempre più a rischio. Russia, Iran, Venezuela, Libia e altri giocano la carta energetica appena possono, alterando a proprio vantaggio le regole del gioco. L’Africa, da più parti considerata il nuovo epicentro dei sondaggi volti alla scoperta e al conseguente sfruttamento di nuovi giacimenti di gas e di petrolio, non offre garanzie adeguate a coloro che si accingano ad investirvi somme ingenti. La cronica instabilità politica, la corruzione capillarmente diffusa, la presenza di gruppi sempre più agguerriti che rivendicano una parte dei benefici dell’estrazione di materie prime rendono insicuri gli investimenti nel continente. La concorrenza cinese, inoltre, sembra saper sbaragliare i competitori occidentali con grande agevolezza, attraverso la pratica rituale della “cooperazione incondizionata”. Flusso di capitali in moneta sonante, infrastrutture, formazione: le compagnie di Pechino esportano tutto questo nel Continente Nero (e non solo) per mettere le mani sulle risorse, senza però imporre, o per lo meno suggerire, democrazia, rispetto dei diritti umani ed affini. Un modello, superfluo sottolinearlo, che ai politici africani piace, e parecchio.
Nel 2007 l’attenzione mediatica e politica a livello globale si è appuntata sulle tematiche ambientali, con riguardo particolare ai cambiamenti climatici. Basti pensare al Premio Nobel assegnato ad Al Gore ed agli scienziati componenti l’Intergovernamental Panel on Climate Ch’ange, il primo riferimento del Presidente Bush alla tematica in esame in un suo discorso ufficiale, gli ambiziosi obiettivi 20+20+20 stabiliti dall’Unione europea. Il nodo è costituito, come noto, dalle emissioni climalteranti di cui i combustibili fossili tradizionalmente utilizzati per produrre energia sono responsabili. I sostenitori del nucleare sottolineano la sua qualità di energia verde. Secondo le loro teorie, i rischi che essa produce sono di gran lunga inferiori a quelli dell’effetto serra, tanto in termini ecologici quanto di salute umana. Ambientalisti di lungo corso, come James Lovelock nel Regno Unito e Chicco Testa in Italia, capeggiano la schiera dei sempre più numerosi fautori dell’atomo, a loro avviso la risposta agli imperativi posti dal cambiamento climatico. Gli avversari del nucleare, però, sono altrettanto pugnaci e non privi di argomenti. Qualcuno nutre forti remore circa le scorie, spingendosi ad affermare che queste equivalgano a bombe, sepolte nel sottosuolo a rischio e pericolo delle generazioni a venire. Altri temono l’eventualità che si verifichino incidenti devastanti, memori di Chernobyl. Altri ancora prevedono, per effetto della corsa all’uranio, un innalzamento vertiginoso dei prezzi della materia, simile a quello determinato per il greggio dall’inestinguibile sete dei nuovi colossi asiatici. Le centrali di quarta generazione (attive nel medio termine, oggi sono utilizzate quelle di terza generazione più) sembrano offrire sufficienti garanzie in termini di sicurezza, mentre la soluzione delle criticità legate allo smaltimento delle scorie pare più lontana; qualche segnale positivo proviene dai trasmutatori atomici, auspicabilmente pronti nel giro di qualche decennio, in grado di ridurre la vita media dei materiali radioattivi artificiali.
La considerazione più allarmante concerne il pericolo di una proliferazione del nucleare non civile, l’ eventualità che un numero sempre più ingente di stati si doti della famigerata bomba, l’arma per eccellenza. E’ chiaro che il ricorso alla tecnologia per il nucleare civile faciliti enormemente lo sviluppo dell’arsenale atomico. Le mosse dell’Iran innervosiscono i paesi sunniti dell’area, preoccupati dall’influenza e dal prestigio conseguiti da Teheran anche attraverso il potenziale sviluppo del proprio armamentario. Così, fioriscono i programmi per la creazione delle centrali proprio in quei paesi produttori di greggio che, in apparenza, dovrebbero essere totalmente autosufficienti. Qualcuno vede nella rincorsa al nucleare civile anche un calcolo di natura precauzionale, dovuto alle più recenti ed allarmistiche stime sull’esaurimento dei giacimenti nel medio periodo. Il Venezuela di Chavez non nasconde di considerare l’atomica uno strumento di affrancamento dalla tradizionale egemonia Usa nel continente. Il Pakistan sigla con la Cina un accordo per rispondere alla partnership operativa tra Nuova Delhi e Washington. La Libia si è rivolta ai francesi con lo stesso obiettivo. La corsa è iniziata, gli atleti impegnati sono sempre più numerosi ed agguerriti. Intanto, a Roma, tutto tace.
(15 aprile 2008)