PRIMO PIANO - La chimera dei Millennium development goals

Le numerose emergenze registrate nei paesi in via di sviluppo sono all’ordine del giorno nelle agende degli Stati industrializzati. La criticità delle condizioni di vita in numerose zone del pianeta, ancora lontane da un’autonomia economica che garantisca loro la possibilità di ottenere il benessere conosciuto in Occidente, hanno stimolato l’impegno delle forze politiche mondiali, nella ricerca di un progetto comune che sviluppi una strategia corale di problem solving. Le politiche nazionali di sviluppo dei Pvs hanno necessitato, e necessitano tutt’ora, del sostegno, dell’assistenza e dell’impegno dei paesi più ricchi per conseguire i propri obiettivi. In questa prospettiva assumono un’importanza cruciale le politiche di sicurezza adottate dalle grandi potenze (Stati Uniti, Ue e Russia), nonché i meccanismi di finanziamento internazionale attivati attraverso le diverse forme possibili, aiuti veri e propri o finanziamenti diretti alla cooperazione ed allo sviluppo.

Il 20 settembre del 2000 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha varato un documento denominato “Dichiarazione del Millennio”, che oltre a riprendere alcuni tra i precedenti impegni, sottoscritti e puntualmente disattesi, fissa per il loro raggiungimento un limite temporale per il 2015. Nell’ambito dell’Assemblea sono stati individuati i cosiddetti Millennium Development Goals. L’impegno solenne contratto dai 189 paesi firmatari della Dichiarazione, prevedeva la lotta alla povertà mondiale e la garanzia dei Diritti Umani, attraverso l’individuazione di otto punti fondamentali che riguardassero le problematiche maggiori dei Pvs e la loro soluzione. Gli Mdg identificarono oltre gli otto obiettivi generali, anche i diciotto obiettivi specifici da perseguire entro i primi quindici anni del nuovo millennio, quali strumenti per ridurre la miseria e rilanciare l’impegno della comunità internazionale in favore di uno sviluppo umano sostenibile e globale. I punti elencati riguardarono la riduzione del 50% della povertà mondiale, la garanzia di un’istruzione primaria, la promozione della parità tra i sessi e il ruolo della donna, la drastica riduzione della mortalità infantile, il miglioramento della salute materna, la lotta all’Aids e alle altre malattie infettive, lo sviluppo sostenibile nei confronti dell’ambiente e la promozione di una “partnership globale” all’interno della quale le istituzioni, le Organizzazioni internazionali e la società civile, risultino impegnati nella ricerca di relazioni rivolte al raggiungimento degli obiettivi condivisi e dei processi di sviluppo partecipato. Gli Mdg avevano e mantengono attualmente, pur non avendo la pretesa di proporre una concezione totalmente nuova di sviluppo, il fine di ordinare ed evidenziare le core areas per le attività internazionali di cooperazione. Il limite intermedio stabilito nell’anno 2005 non è stato raggiunto e attualmente sono in molti a nutrire perplessità sul perseguimento degli scopi prefissi. Sarebbe necessario rilanciare una cultura che riproponga con forza la cooperazione allo sviluppo, in un’ottica non solo solidale ma anche giusta, che forzi i diversi Paesi impegnati al rispetto del diritto internazionale. Risulterebbe altrettanto preminente in questo contesto il ruolo e le attività svolte dalle molteplici Ong, da sempre non solo al centro delle politiche di crescita del Terzo Mondo, ma anche nell’importante mediazione operata nei processi di pace.

Ma non bisogna dimenticare che la responsabilità dei paesi ricchi non può essere confinata al settore dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo. Agenti negativi quali la caduta dei prezzi esportati da molti Pvs, l’instabilità finanziaria e le fluttuazioni valutarie, e più in generale gli effetti sullo sviluppo umano e sostenibile dell’ideologia liberista e gli enormi costi sociali dei programmi attivati in Africa, America Latina e Asia, rappresentano la testimonianza che le strategie internazionali non hanno previsto esplicitamente la promozione della giustizia e dell’uguaglianza, ostacolando il buon andamento degli Mdg. Risulta fondamentale l’attivazione di quei parametri che riguardano la mobilitazione quantitativa delle risorse, già ampiamente sottoscritti ma fortemente disattesi. Il precedente più significativo resta il Rapporto 1969 della Commissione Pearson per l’Onu, che raccomandava ai paesi più ricchi di destinare l’0,7 per cento del Pil per gli aiuti internazionali e ribadito negli anni fino alla conferenza di Monterrey del 2002 sui finanziamenti allo sviluppo. L’obiettivo quantitativo, seppur fondamentale, resta insufficiente, se non viene accompagnato da un approccio delle relazioni internazionali che preveda la riduzione della povertà, insieme all’affermazione dell’equità e della giustizia nel mondo. Il ruolo dell’Unione Europea in quest’ottica, potrà risultare rilevante dinanzi alla possibilità di riconoscere un’importanza maggiore ai Pvs all’interno del consesso delle Nazioni Unite. Sviluppo e pace rappresentano un binomio indivisibile per il raggiungimento dei Mdg, che può avvenire soltanto nel pieno rispetto dei diritti umani. Appare inverosimile l’adozione di misure o politiche volte al miglioramento delle condizioni di vita se alla loro base non si trova la conoscenza dei principi che la sorreggono. In sostanza i paesi più avanzati dovranno dimostrare che gli impegni sottoscritti siano realistici, senza profilarsi come le solite promesse solenni ma senza riscontro. Le parole pronunciate nel discorso tenuto ad Addis Abeba, nell’aprile del 2007, dal direttore del Columbia University Earth Institute Jeffrey Sachs, nonché consigliere dell’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan, hanno rimarcato quanto l’Africa sia ancora lontana dal raggiungimento della metà degli obiettivi prefissati per la lotta alla povertà. «Troppi accordi, troppe promesse non sono state mantenute – ha affermato il direttore del centro di ricerca – adesso bisognerà soltanto agire». L’intervento di Sachs ha evidenziato come il continente africano debba puntare su alcuni fattori specifici per emergere dalle condizioni di sottosviluppo nelle quali versa. Non possono non essere all’ordine del giorno gli investimenti che incidono sulla sanità pubblica, sulla formazione, sull’alimentazione, sui collegamenti ad Internet, sul risanamento delle fonti di acqua potabile e sull’agricoltura. Quest’ultima, secondo Sachs potrebbe essere uno dei settori trainanti per la rivitalizzazione degli Stati africani, che andrebbero ad escludere ogni ipotesi di accentramento del sistema agricolo attraverso concessioni alle multinazionali. Tali politiche potrebbero stridere con quanto propugnato dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, che invece propendono per un drastico taglio della spesa e per una massiccia industrializzazione del territorio. Senza dimenticare la corruzione, l’accentramento dei poteri economici e il malgoverno che storicamente costituiscono le principali cause del mancato sviluppo del “continente nero”.

Simone Nastasi
(15 aprile 2008)

HOME

SEGNALA AD UN AMICO