PRIMO PIANO - Media is power

L’ultima fase della globalizzazione, che in molti definiscono matura e compiuta, si è trasformata nel palcoscenico ideale per l’affermazione del cosiddetto potere dei network. Lo sviluppo tecnologico e la conseguente riduzione delle distanze e dei costi nella diffusione delle notizie ha contribuito ad ampliare il raggio di influenza dei media globali. L’informazione, oltre a essere conoscenza, comprensione e amplificazione delle capacità economiche e militari degli attori geopolitici, è diventata potenza in sé. Tale valenza ha una sua dignità da quando l’informazione si è trasformata ed ampliata fino al punto di divenire imprescindibile. Lo strumento informativo serve innanzitutto a conoscere e a meglio comprendere la realtà. Applicata alle dinamiche internazionali, l’informazione viene usata come moltiplicatore degli strumenti di un soggetto geopolitico attraverso una forma di pubblicità strettamente connessa alle logiche politiche. La potenza in sé dell’informazione incide invece sull’acquisizione dell’indispensabile consenso e sulla propensione ad utilizzare la forza, soprattutto degli stati-nazione.

Presa coscienza di questa smisurata propensione alla manipolazione delle masse, il terzo millennio si è aperto con una nuova sfida da giocare nell’etere globale. Ormai non basta possedere una grande forza materiale, economica o militare, superiore al potenziale avversario per assurgere a ruolo di super potenza, ma è necessario controllare parallelamente i moderni dispositivi di penetrazione mediatica in grado di influenzare, allo stesso modo, popolazioni ritenute culturalmente e storicamente affini oppure ostili. In relazione a questo potere gli stati e gli altri attori geopolitici agiscono in tre modi: militare-diplomatico, con il quale, attraverso la guerra e le trattative, cercano d’imporre di ottenere vantaggi rispetto ad altri soggetti; economico, perché la forza dell’informazione è un’arma anche nelle strategie legate al commercio e alla finanza internazionale; comunicativo, con la conseguenza di aver creato un vero e proprio mercato dell’informazione a sé stante. I primi due hanno una ragione storica ben radicata, il terzo invece è nato relativamente da poco. Nel 1931 Radio Vaticana assolveva alla sua funzione apostolica trasmettendo in onde corte nel resto del pianeta, nel 1932 l’Empire Service diveniva la voce dell’Impero britannico raggiungendo tutti i sudditi del Commonwealth e nel 1933 Rundfunk Ausland era lo strumento di propaganda nazionalsocialista più efficace mentre oggi non bisogna sottovalutare l’impatto sull’assetto strategico mondiale di colossi dell’informazione quali la Cnn, la Bbc, Russia Today, al-Jazeera, la Cctv (televisione di stato cinese) e France 24. Lo ha confermato il condizionamento del comune pensare della società civile islamica in occasione delle manifestazioni violente che hanno sottolineato lo sdegno per le vignette satiriche su Maometto e, ancor prima, il grande seguito avuto dalla messa in onda dei filmati di Osama bin Laden che hanno regalato una notorietà inaspettata alle emittenti arabe, prima sconosciute, al-Arabia e al-Jazeera. E non è un caso che il primo obiettivo dell’esercito israeliano durante il conflitto della scorsa estate contro Hezbollah è stato quello di colpire il centro trasmissioni della tv al-Manar controllata dai seguaci dello sceicco Nasrallah.

L’impatto dell’informazione sulla geopolitica può essere diretto e indiretto. Nel primo caso investe l’approccio tipico del soft power, cioè la diffusione di modelli di vita e di pensiero con l’imposizione di una leadership senza aperta ostilità. Nel secondo riguarda la sua capacità di amplificazione degli strumenti economici e militari di un soggetto e la mobilitazione psicologica della popolazione per ottenere il consenso dell’opinione pubblica. Una mobilitazione che deve necessariamente rimanere in tensione per giustificare azioni, anche aggressive, che altrimenti non troverebbero approvazione nella società civile. Nel campo della guerra al terrorismo, l’informazione risulta decisiva nella tenuta psicologica a lunga durata della popolazione. Anche nel campo comunicativo le strategie sono sostanzialmente due: una diretta e l’altra indiretta. Nel primo caso i soggetti geopolitici controllano i mezzi di comunicazione attraverso politiche di propaganda e contropropaganda. Con il filtro sulle notizie e la censura, l’azione propagandistica può essere sia offensiva che difensiva e ha un maggior impatto se il comunicatore ha credibilità e prestigio. Al contrario, nel secondo caso, i soggetti impiegano tecniche condizionanti e di manipolazione dei simboli e del sistema delle preferenze perché, ed è il caso dei sistemi democratici, non controllano direttamente i mass media. La mistificazione creata attorno al cosiddetto Nigergate per giustificare la guerra in Iraq è solo l’ultimo degli esempi di quanto il potere informativo possa condizionare il normale fluire della geopolitica e delle relazioni internazionali. In questo rapporto si evinceva come l’Iraq volesse acquisire uranio dallo stato africano del Niger. Tale informazione, seppur coperta da segreto di Stato, è stata passata dall’allora capo di gabinetto del vice presidente statunitense Richard Cheney, Lewis Libby detto “Scooter”, con il tacito assenso del presidente Bush, alla giornalista del New York Times Judith Miller. Era l’8 luglio del 2003. Dalla columnist del più importante quotidiano statunitense ci si aspettavano articoli a sostegno dell’intervento americano in Iraq. L’autorizzazione fornita dalla coppia Bush-Cheney a Libby non costituirebbe nulla di illegale perché supportata dalla necessità di far sapere alla nazione quali azioni terribili era in grado di attuare un potenziale nemico dell’America, ritenuto allora sul procinto di dotarsi di armi di distruzioni di massa. Peccato che dopo circa due anni si è venuto a sapere che questa indiscrezione, ripresa dai media di tutto il mondo, non era altro che un leak, una bugia. Come del resto hanno dimostrato le ricerche di queste fantomatiche armi in Iraq dopo l’entrata poco trionfale dei marines in Iraq.

Roberto Coramusi
(31 gennaio 2007)

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