Gabriele Natalizia
PRIMO PIANO - I tentacoli della mafia invisibile
I ritmi del sistema sociale cinese sono stati scanditi per più di duemila anni dai principi immutabili del confucianesimo. Questa dottrina ha garantito omogeneità ad un’area geografica immensa, che si estende su di una superficie pari a quasi tre volte quella dell’Unione Europea. Il suo pensiero invasivo, che ha ostacolato per secoli ogni tipo di mutamento, ha regolato tanto le relazioni pubbliche quanto i comportamenti privati. I riti, le cerimonie, la musica e ogni genere di rapporto interpersonale, seguivano norme di condotta ben delineate dalla consuetudine.
All’interno di un contesto sociale basato su di una rigida struttura piramidale, si affermò una casta di burocrati e amministratori pubblici, noti a tutti come “mandarini”, che riuscì ad occupare i gangli vitali dell’Impero di Mezzo (Zhong Guo) attraverso il monopolio della cultura. I cinesi si trovavano in balia di una compagine statale consapevole di far parte di un progetto organico. In molti giunsero alla conclusione che, agendo singolarmente, nulla avrebbero potuto al cospetto degli ordini imposti da centri di potere lontani: solo un’organizzazione altrettanto compatta poteva essere in grado di porre un argine a questa situazione. In seno al popolo presero allora vita alcune associazioni che si prefiggevano di offrire ai loro adepti quel livello di sicurezza che le istituzioni ufficiali erano incapaci di garantire. La loro nascita avveniva dunque in aperta contestazione al potere della casta dominante, che ne osteggiò in ogni modo la formazione: si trattava dell’embrione della moderna Triade.
Quali erano le caratteristiche specifiche della società segreta cinese? Anzitutto, la volontarietà della scelta. L’appartenenza all’organizzazione non era infatti condizionata da particolari qualità personali degli associati e trovava la sua peculiarità nel mistero stesso in cui era avvolta. Il gruppo possedeva un “corpo di conoscenze” non accessibile agli estranei, un linguaggio, rituali caratteristici e simboli evocativi decifrabili solo dagli adepti. Infine, un nucleo di regole immutabili alle quali i membri erano disposti ad obbedire senza indugi. L’ingresso era aperto a tutti, indipendentemente dalla classe di appartenenza, dal sesso e dall’età di chi ne faceva richiesta. Le differenze sociali che, normalmente, impedivano a persone di estrazione diversa di interagire per un fine comune, diventavano irrilevanti non appena avesse avuto luogo la cerimonia di iniziazione al gruppo. Erano comunque gli strati inferiori della società a risultarvi maggiormente rappresentati. Le pene previste per chi veniva scoperto a farne parte erano infatti severissime: un mandarino, che intratteneva legami intensi con la società che lo circondava, rischiava in misura decisamente maggiore, sia in termini materiali che morali, rispetto a un contadino o a un artigiano, senza essere spinto da alcun desiderio di elevazione sociale. Questa è la maggiore differenza con che intercorre tra la Triade e la massoneria europea che, al contrario, faceva proseliti proprio fra le elite.
Nella seconda metà del XIX secolo, le società segrete posero l’accento in modo sempre più netto sulle esigenze degli associati, mentre le loro energie spirituali vennero indirizzate verso la ricerca di soddisfazioni di natura politica. L’impoverimento delle campagne, l’urbanizzazione, i primi accenni di industrializzazione e l’assenza di sindacati, furono i fattori determinanti che concorsero a spingere tra le braccia delle società segrete un numero cospicuo di cinesi. Le autorità inglesi, che controllavano direttamente alcune zone del paese, non esitarono ad allearsi con gli esponenti dell’organizzazione in cambio di buoni affari e del mantenimento della pace sociale: nella penisola di Kowloon si trovava il principale centro di smistamento per il commercio della droga, di cui in Asia già si faceva un largo consumo.
La vittoria di Mao Zedong nel 1949, al contrario, segnò una radicale inversione di tendenza nei rapporti tra le istituzioni nazionali e le società segrete. L’avvio del programma di rieducazione sociale varato dal Pcc, prevedeva l’internamento di milioni di tossicodipendenti nei campi di prigionia, mentre quanti risultavano coinvolti nel traffico di stupefacenti rischiavano la pena capitale. Risale a questo periodo l’internazionalizzazione della mafia cinese, che si trovò costretta a spostare il centro dei propri interessi nelle regioni limitrofe dell’Asia e, in seguito, negli Stati Uniti e in Europa. Hong Kong divenne allora la testa di ponte dell’organizzazione per la rete sotterranea sopravvissuta nella Repubblica Popolare.
Da allora il problema ha assunto una dimensione globale, che interessa soprattutto il mondo occidentale. Alcuni studi effettuati sul fenomeno hanno evidenziato come le Triadi abbiano soppiantato altre associazioni a delinquere procedendo alla conquista delle città-target. Le sue attività illecite sono state libere di proliferare sotto la copertura di iniziative economiche legali, circoscritte ad un’area territoriale ben delimitata ottenuta con la progressiva espulsione, volontaria o coatta, dei residenti originari. Le cosiddette Chinatown risultano in tal modo delle vere e proprie enclavi al cui interno risulta impossibile penetrare. È difficile persino effettuare una stima approssimativa degli affiliati, sebbene gli esperti concordino nel ritenere il fenomeno in piena fase di espansione, grazie anche alla sapiente gestione dell’incessante flusso di immigrati. L’introduzione di clandestini in un determinato territorio risulta funzionale all’incremento delle attività illecite: per coprire i costi del viaggio, infatti, migliaia di persone vengono costrette a trasformarsi in manovalanza a costo zero. Nella sua irresistibile scalata alla “cupola criminale”, la mafia cinese ha inoltre saputo sfruttare la scarsa cooperazione tra le forze di polizia dei paesi dell’Unione, i cui vertici ne avevano colpevolmente sottovalutato la pericolosità proprio a causa della insufficienza delle informazioni che possedevano in merito ad essa. Dall’estrema mobilità di queste cellule criminali si può comunque dedurre che le singole ramificazioni non dipendono direttamente dalla “Triade madre” di Hong Kong. Sarebbe dunque da escludere la permanenza di quel sentimento di “fraternità” tipico della società alle sue origini, nonché l’esistenza di qualsiasi legame di tipo verticistico che vada oltre il puro interesse venale.
Sul nostro continente i coolies (termine che descrive il destino riservato ai migranti, frutto dell’unione dell’ideogramma ku = pena e li = sforzo fisico) hanno inizialmente concentrato le loro attività nei settori della ristorazione e dell’attività artigianale manifatturiera. Successivamente tra gli immigrati si sono riusciti ad infiltrare personaggi legati al mondo della criminalità, che sono in grado di esercitare, grazie alla disponibilità economica e alle intimidazioni fisiche, un controllo sistematico sui loro connazionali. Seguendo uno schema ben collaudato oltreoceano, il loro business spazia dal commercio di droga alla prostituzione, passando per il gioco d’azzardo e il traffico di “merce umana”. Praticano inoltre un racket sistematico per estorcere denaro ai cinesi che gestiscono un’attività lavorativa, sebbene non esistano cifre ufficiali in tal senso poiché il numero delle denunce registrate dall’Interpol è pressoché irrisorio.
L’espansione delle Triadi in Europa è partita dall’Olanda, scelta per differenti ordini di ragioni: una posizione geografica ideale per l’ingresso di uomini e merci (almeno fino al crollo dei regimi comunisti dell’Est); leggi più tolleranti in materia di immigrazione; assenza di una legislazione “proibizionistica” in tema di uso delle sostanze stupefacenti; bassa presenza di gruppi criminali locali. Non è un caso se Amsterdam oggi, ospita la maggiore comunità cinese presente nella Ue. Da questo punto di partenza è stato possibile passare alla conquista del Belgio, attraverso il gruppo di Anversa, e della Germania, con Coblenza come base. Originariamente il rifornimento di eroina per la vendita agli orientali arrivava dagli affiliati del Sud Est-Asiatico ma, col diffondersi dell’uso di sostanze stupefacenti anche tra gli europei, è stato allacciato un ampio ventaglio di relazioni nella galassia criminale per far fronte ad una domanda in continua ascesa.
La prima sirena di “allarme” suonata dagli investigatori italiani sulle Triadi è datata 23-25 aprile 1995, come risulta dagli atti del I Seminario Europeo “Falcon One” sulla criminalità organizzata tenutosi in quei giorni a Roma. Nel corso dei lavori dell’incontro, emersero le difficoltà incontrate dai nostri corpi di polizia nella lotta al fenomeno. Ne venivano individuate principalmente quattro: il forte muro di omertà che avvolge le comunità cinesi; la difficoltà incontrata nella comprensione delle culture regionali d’origine; la barriera linguistica; la fitta compenetrazione di interessi personali, economici e sociali tra gli abitanti delle Chinatown. Nel nostro paese, come nel resto del mondo, l’enorme giro di affari delle Triadi fa leva sulla disperazione dovuta alle infime condizioni di vita in cui versano centinaia di milioni di cittadini della Repubblica Popolare, vessati per mezzo secolo dalle degenerazioni del socialismo reale ed ora costretti da un regime capace di cambiare pelle, pur mantenendo inalterata la sua iconografia di riferimento, ad inseguire i falsi miti di un consumismo che mostra nelle “zone franche” dell’Estremo Oriente il suo volto peggiore.
(21 giugno 2006)