Monica Bonfanti
PRIMO PIANO - Protocollo di Kyoto, difficoltà per la ratifica
Quali misteri e intrighi potrà mai contenere un Protocollo in materia ambientale per non essere ratificato dagli Stati Uniti d’America? E quale sarà il suo destino futuro a seguito dell’annuncio della Casa Bianca del Marzo 2001 di non ratificare? Questo e molti altri sono gli interrogativi che circondano di mistero e allo stesso tempo di curiosità un documento apparentemente innocuo, ma allo stesso tempo tanto importante per la “salute” dell’ambiente mondiale. Nonostante l’assenza della firma della più grande potenza mondiale, il 16 febbraio 2005 il Protocollo di Kyoto, che fissa per i paesi industrializzati obiettivi vincolanti volti a ridurre le emissioni di gas serra, è finalmente entrato in vigore. Certo la volontà del governo statunitense di non aderirvi ha avuto un grosso impatto dal punto di vista politico e mediatico, ma comunque non ne ha impedito la partenza. La firma della Russia e la decisione di andare avanti anche senza gli Stati Uniti, , che continuano ad essere il paese con il più alto tasso di emissioni, vengono indicate come la tappe principali compiute dalla comunità internazionale nella lotta contro i cambiamenti climatici.
Il Protocollo rappresenta il primo accordo multilaterale che definisce obiettivi di riduzione quantitativi e vincolanti: la Convenzione sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite (Unfcc), istituita a Rio nel 1992, lo ha approvato nel 1997 in occasione della terza Conferenza delle Parti (COP3), mentre gli accordi di Marrakech del 2001 hanno tentato di inquadrare e definire le questioni sino ad allora sul banco di discussione, concedendo ai paesi con obblighi di riduzione una considerevole flessibilità nelle modalità del raggiungimento degli obiettivi e rendendo il Protocollo il “pacchetto normativo più innovativo, ma anche più complesso” sino ad oggi presente nella legislazione internazionale ambientale. Secondo gli accordi, i firmatari dovranno, individualmente o congiuntamente, assicurare che le emissioni antropogeniche globali siano ridotte di almeno il 5% rispetto ai livelli del 1990 nel periodo di adempimento 2008-2012. Per il raggiungimento di questi obiettivi, i paesi possono servirsi di diversi strumenti che intervengono sui livelli di emissioni di gas a livello locale, nazionale oppure transnazionale. Nell’ampio ventaglio di strumenti, ne vengono espressamente indicati tre, noti come “meccanismi flessibili”: Joint implementation (un paese investitore ed un altro paese che ha ugualmente sottoscritto un impegno di riduzione realizzano un progetto comune volto a ridurre le emissioni di gas serra. Le riduzioni ottenute sono accreditate al paese investitore), Clean Development Mechanism (in questo caso il paese che ospita il progetto deve essere in via di sviluppo e non deve avere sottoscritto impegni di riduzione) e Emission Trading (i paesi e gli investitori privati hanno la possibilità di acquistare o vendere i crediti di emissione ottenuti in seguito alla realizzazione di progetti; qualora vengano superati gli obiettivi di riduzione fissati è prevista la vendita dei crediti di emissione eccedenti).
Non c’è dubbio che per contenere il riscaldamento climatico entro livelli accettabili occorrerebbero riduzioni decisamente superiori al 5% pattuito, tuttavia, quantitativamente parlando, il Protocollo potrebbe rappresentare l’inizio di un nuovo percorso. Gli obiettivi che si è prefissato sono ancora modesti. D’altronde, dai negoziati non ci si poteva aspettare di più, visto che lo scopo era un cambiamento di rotta politico. Ora che il Protocollo deve essere applicato, si può sperare che le prime misure adottate dai paesi industrializzati vengano rafforzate e che gli Stati Uniti (responsabili di circa il 25% delle emissioni globali) ed i grandi paesi in via di sviluppo come la Cina, l’India ed il Brasile, primi attori nella classifica delle emissioni di Co2, si assumano le loro responsabilità, contribuendo in futuro al raggiungimento degli obiettivi a livello mondiale. Mentre si tenta di leggere nella “palla di vetro” per trovare una possibile risposta a questi interrogativi, altri fantasmi ed interrogativi appaiono dal testo dell’accordo, il cui raggio di azione si arresta al 2012. Ma il semplice ampliamento dell’estensione temporale e geografica non sembra essere però sufficiente, visto che da un recente studio presentato alla Conferenza dell’Unione Europea sulle Politiche post- 2012 in materia di cambiamenti climatici è emerso che bisognerebbe stabilire impegni di riduzione di almeno il 30% entro il 2020 per evitare che la concentrazione di Co2 in atmosfera raggiunga livelli che comporterebbero un aumento della temperatura di 2°C sopra i livelli del 1990, con le disastrose conseguenze che gli alluvioni e gli uragani (Haiti e Florida) degli ultimi anni hanno mostrato all’umanità intera.
(2 ottobre 2006)