PRIMO PIANO - Diventa fuorilegge la pratica dell’infibulazione

Il 18 gennaio è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la Legge n. 7 del 9 gennaio 2006 “Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile”. La pratica che comunemente viene definita “infibulazione” è un reato. Grande è stata la soddisfazione del ministro per le pari opportunità, Stefania Prestigiacomo, che ha definito l’approvazione “un atto che qualifica il nostro Parlamento”. L’Europa, l’Onu e l’Africa hanno iniziato ad adottare misure e normative con lo scopo di reprimere questo fenomeno, che con la tradizione e la cultura di un popolo non possono e non debbono essere assolutamente ricollegate. Il Consiglio d’Europa pone le mutilazioni genitali femminili allo stesso livello della tortura e, in merito all’argomento, fa riferimento alla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma nel 1950. Nello specifico è l’articolo 3, Divieto della tortura, in si dichiara “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti.” L’Unione Europea non ha ancora assunto disposizioni specifiche in materia, anche se si sente sempre più l’esigenza di una normativa comune, necessaria per il crescente numero di immigrati che vivono nell’Unione. Gli unici paesi che, oltre all’Italia, dispongono di una legge che espressamente proibisce le mutilazioni sono solo due: Svezia (1982) e Regno Unito (“Prohibition of Female Circumcision Act”, 1985). La Francia è l’unico paese dove si sono avuti processi contro le mutilazioni genitali femminili, pur non essendosi ancora dotato di una legge specifica e ricorrendo a nuovi articoli introdotti nel Codice Penale (222-9 e 222-10) che puniscono le “mutilazioni” (senza specificarne la natura). In Germania, nel 2004, il rischio di essere sottoposta ad infibulazione ha permesso ad una cittadina del Togo di non essere espulsa dal paese.

Le Nazioni Unite, dal canto loro, condannano la pratica delle mutilazioni genitali femminili con riferimento all’articolo 5 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948, in cui “Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti”. Anche nel corso della IV Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sulle Donne, tenutasi a Pechino nel settembre 1995, uno degli obiettivi strategici era “Rafforzare i programmi di prevenzione che migliorano la salute delle donne” (punto C.2). Ma il segnale più forte è arrivato da Ginevra nell’aprile 1997 con la Dichiarazione Congiunta promulgata da tre agenzie delle Nazioni Unite (l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia e il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione). Nel documento “Female Genital Mutilation: A Joint Who/Unicef/Unfpa Statement” per mutilazioni genitali femminili si intendono “tutte le procedure che comportano la rimozione parziale o totale dei genitali esterni femminili o altri interventi dannosi sugli organi genitali femminili tanto per ragioni culturali che per altre ragioni non terapeutiche”. L’importanza di questo dichiarazione è anche simbolica, in quanto è il primo documento che sancisce una condanna netta e inappellabile in riferimento a questa pratica.

Se in Europa il problema delle mutilazioni genitali femminili è “arrivato” quasi contemporaneamente al problema dell’immigrazione, in Africa si tratta di una tradizione fortemente radicata e a favore della quale si riscontra, da parte degli stessi governi locali, un atteggiamento di sostanziale acquiescenza. Ma negli ultimi anni qualcosa si è mosso nel continente nero. Nel 1984 si costituisce a Dakar, Senegal, Iac, Inter-African Committee. Il “Comitato Inter-Africano sulle pratiche tradizionali pregiudizievoli per la salute delle donne e dei bambini” ha ricevuto il mandato delle Nazioni Unite di individuare le cause effettive del fenomeno e i mezzi per combatterlo. È proprio nel corso della III Assemblea Generale, nel 1990, che viene adottata l’espressione “Female Genital Mutilations” e la sigla Fgm, utilizzata nei documenti ufficiali delle Nazioni Unite. A riguardo del lavoro portato avanti dal comitato, ricordiamo due eventi in particolare: la Conferenza Internazionale tenutasi ad Addis Abeba, Etiopia, dal 4 al 6 febbraio 2003, dove ha preso il via la campagna “Tolleranza zero contro le mutilazioni genitali femminili”; la VI Assemblea Generale tenutasi a Bamako, Mali, dal 4 al 7 aprile 2005, su “La terminologia nelle mutilazioni genitali femminili”.

A livello internazionale dobbiamo segnalare il lavoro svolto da Npwj (No Peace Without Justice). L’associazione italiana, in questi ultimi anni, ha portato avanti in Africa numerose iniziative atte, da una parte, a sensibilizzare direttamente la popolazione africana, soprattutto quella femminile, in particolare attraverso la campagna mondiale “Stop Fgm!”, realizzata con la collaborazione di Aidos (Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo) e Tamwa (Tanzania Media Women Association). Sul versante politico, d’altra parte, Npwj ha fatto pressione sugli stessi governi africani per la ratifica del Protocollo aggiuntivo alla Carta Africana dei Diritti Umani e dei Popoli, meglio conosciuto come “Protocollo di Maputo”. Il documento, approvato dall’Unione Africana nel 2003, può essere considerato la “prima Carta dei Diritti delle donne africane”. Secondo Gianfranco Dell’Alba, segretario generale di Npwj, “Il Protocollo di Maputo è un documento straordinariamente avanzato, che tocca ogni aspetto della vita civile e politica delle donne in Africa. Per la prima volta, viene sancita l’illegalità della pratica delle mutilazioni dei genitali femminili e considerata ufficialmente come una violazione dei diritti umani.”

Prima tappa verso una legislazione africana che vieti la pratica delle mutilazioni genitali femminili è stata la Conferenza Afro-Araba “Norme legali per l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili”, tenutasi al Cairo dal 21 al 23 giugno 2003 e presieduta da Suzanne Mubarak, moglie del presidente egiziano Hosni Mubarak (nella foto). La conferenza, organizzata in collaborazione con Npwj, ha portato all’approvazione della “Dichiarazione del Cairo per l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili”. Pochi giorni dopo, nel corso della IV Assemblea Generale dell’Unione Africana, dall’8 all’11 luglio, è stato approvato il Protocollo di Maputo. Fondamentale è l’articolo 5, nel quale in maniera esplicita si dichiara che “tutte le forme di mutilazioni genitali femminili dovrebbero essere proibite e condannate”. Nell’ambito della ratifica del Protocollo di Maputo hanno fatto seguito altri due importanti avvenimenti: la Conferenza Internazionale “Promuovere le condizioni politiche, legislative e sociali per l’attuazione del Protocollo di Maputo”, tenutasi a Nairobi, Kenya, dal 16 al 18 settembre 2004; la Conferenza Sub-Regionale “Verso un consenso politico e religioso contro le mutilazioni genitali femminili”, tenutasi a Djibouti il 2 e 3 febbraio 2004. Questa conferenza ha rappresentato anche una presa di posizione da parte del piccolo stato del Corno d’Africa, nel quale la quasi totalità della popolazione femminile (si parla del 99% delle donne) ha subito questo genere di mutilazioni. Il 29 novembre 2005 il Protocollo di Maputo è diventato una realtà grazie alla ratifica del 15° paese membro dell’Unione Africana, il Benin. Era questo il numero fissato dal Parlamento Panafricano affinché il documento entrasse in vigore, mentre ad oggi sono 37 i paesi ad averlo firmato.

Simona Verrazzo
(29 marzo 2006)

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