Marco Giuli
PRIMO PIANO - Idrogeopolitica dell’Asia Centrale
Nonostante le controversie che hanno diviso le repubbliche ex sovietiche, nel settore degli idrocarburi, gli stati dell'Asia Centrale hanno dimostrato, pur con alti e bassi, una discreta attitudine alla cooperazione, dovuta anche alla regia moscovita e ad un panorama infrastrutturale ancora fortemente russocentrico. Una situazione ben diversa rispetto ad altre aree a forte concentrazione petrolifera come quella mediorientale o ad organizzazioni come l’Opec, dove le dispute sono all’ordine del giorno. La risorsa che invece avvelena i rapporti fra i paesi in questione è un’altra: l’acqua. Intorno al fiume Syrdar’ja si registrano le maggiori tensioni. Il fiume nasce sulle montagne del Kirgizistan, prosegue il suo percorso nella fertile valle uzbeka di Fergana, per poi attraversare il territorio kazako fino a sfociare nel lago d’Aral.
In seguito al collasso dell’Unione Sovietica, Mosca si è più volte trovata ad interrompere le sue forniture energetiche al Kirgizistan, o per temporanea impossibilità (come avveniva negli anni ’90) o per deliberata strategia geopolitica (come avviene dal 2000); tale incertezza sugli approvvigionamenti ha indotto le autorità kirgize a procedere ad un massiccio sfruttamento delle risorse idriche del paese, attraverso la costruzione di nuove dighe e centrali idroelettriche. Questo impegno ha condotto ad una significativa alterazione dei flussi per il secondo stato attraversato dal Syrdar’ja, l’Uzbekistan. La regione attraversata dal fiume nel territorio uzbeko, ossia la valle di Fergana, rappresenta, infatti, una delle aree più ricche e popolate del paese, nonché una zona strategica per il ruolo di leadership regionale che l’ambizioso presidente uzbeko, Islam Karimov, vorrebbe riservare al suo paese.
I massicci interventi sui flussi attuati in Kirgizistan hanno avuto esiti estremamente penalizzanti sulla produzione agricola uzbeka. Proseguendo il suo viaggio, prima di lasciare l’Uzbekistan, il Syrdar’ja attraversa un immenso bacino industriale nei dintorni della capitale Taskent, in epoca sovietica uno dei maggiori centri di produzione e di ricerca bellica, dove la presenza di un’enorme quantità di stabilimenti chimici avvelena le acque del fiume con un massiccio e indiscriminato rilascio di scorie. La vittima di tale inquinamento è il terzo ed ultimo stato attraversato dal Syrdar’ja, il Kazakistan: questo, oltre a ritrovarsi acque così inquinate da essere inutilizzabili per le irrigazioni delle piantagioni di cotone (di per sé già abbastanza incidenti in termini di dissesto idrico e desertificazione), ha manifestato una forte preoccupazione in relazione all’avvio, da parte dell’Uzbekistan, della costruzione di una diga i cui effetti sui flussi in Kazakistan sono stimati potenzialmente catastrofici (il Kazakistan si troverebbe in determinate stagioni a dover smaltire 750 m3 al secondo di acque di risulta). Occorre sottolineare che l’utilizzo improprio delle risorse idriche della regione affonda le sue radici negli imponenti sforzi sovietici per la modernizzazione dell’agricoltura: simbolo per eccellenza della tragedia ambientale in cui versa l’immenso spazio post-sovietico è l’agonizzante lago d’Aral, alimentato dai fiumi Syrdar’ja e Amudar’ja: dal 1960 ad oggi, la superficie del lago salato si è ridotta addirittura del 50 per cento, prima per lo sfruttamento intensivo dei bacini, dopo la caduta del comunismo, per la gestione unilaterale e totalmente scoordinata dell’acqua.
Gli effetti del prosciugamento del lago sono impressionanti, anche perché negli ultimi anni esso procede sempre più velocemente: nei territori circostanti si registra una fortissima crescita della salinità, mentre l’attitudine sovietica a considerare il lago una pattumiera nucleare rende facilmente comprensibile a quale genere di disastro ecologico possa condurre la progressiva scomparsa dell’Aral. Nonostante la creazione, subito dopo la dissoluzione dell’Urss, di una commissione di coordinamento sull’utilizzo delle acque, gli stati centro-asiatici hanno continuato fino ad oggi ad intraprendere politiche unilaterali e reciprocamente dannose, al punto che la crescita delle tensioni ha aperto nuovi capitoli di scontro in altri settori: ne è prova la crescita delle barriere commerciali fra Uzbekistan e Kirgizistan, del tutto in contrasto con la loro appartenenza alla Comunità degli Stati Indipendenti, area di libero scambio. In particolare, gli uzbeki accusano i kirgizi di essere il Cavallo di Troia utilizzato dalla Cina per introdurre le sue esportazioni nella Csi, visto che il Kirgizistan, grazie ad una politica di decisa conversione all’economia di mercato, è l’unico stato dell’area ad aver ottenuto l’accesso alla Wto.
I rapporti fra Uzbekistan e Kazakistan sono ancora più complessi a causa della massiccia emigrazione uzbeka verso le piantagioni kazake, della comune ambizione dei due paesi ad assumere un ruolo preponderante nella regione, della stretta integrazione del Kazakistan alla Russia che si contrappone ad un ondivago e contraddittorio “atlantismo” da parte di Taskent, con la conseguenza di complicare ogni questione relativa alle strutture di sicurezza regionali. Da parte sua, Mosca sembra trascurare del tutto le controversie centro-asiatiche sulle questioni idriche. Più che cercare di creare una sorta di blocco eurasiatico ponendosene a capo, sembra che preferisca inserire la strategia russa negli interstizi delle conflittualità della zona, perseguendo la classica politica del divide et impera. Nel lungo periodo ciò potrebbe tradursi in una crescita dell’insicurezza nell’area, vista la necessità della cooperazione su temi delicati quali i corridoi energetici e la lotta al terrorismo. Per il momento, la formula dominante in Asia Centrale rimane “tutti contro tutti e tutti con Putin”.
(3 febbraio 2005)