PRIMO PIANO - Un grande Vicino Oriente?

I timori che l’integrità territoriale dell’Iraq possa essere compromessa sono all’origine delle difficoltà degli Usa a trovare un’adeguata exit-strategy dalla situazione irachena. La pressione esercitata sull’Iran ha esattamente lo scopo di evitare eccessive ingerenze del regime degli ayatollah negli affari interni iracheni. Le velate minacce alla “mullahcrazia” di Teheran da parte americana dopo la trionfale rielezione di Bush, sono volte sia a rimuovere possibili ostacoli al processo di democratizzazione in Iraq che a chiarire la portata dei disegni strategici di Washington di riorganizzazione del Greater Middle East. La conferma dei “falchi” (Wolfowitz, Rice, Rumsfeld) nelle posizioni chiave dell’Amministrazione repubblicana degli Stati Uniti, è un evidente segnale della determinazione americana a “completare l’opera” intrapresa dopo l’11 settembre 2001. Il programma nucleare iraniano, additato come un rischio per la sicurezza occidentale, sembra essere strumentalizzato per giustificare le iniziative degli Usa. Senza escludere in modo chiaro l’opzione militare, la Casa Bianca ha lanciato seri moniti al governo iraniano. Le dichiarazioni di Condoleeza Rice e dello stesso presidente Bush hanno lo scopo di porre una grande pressione politica sull’Iran, costringendolo ad accettare la logica statunitense.

L’Europa, che non condivide in pieno la politica americana, sta tentando di adottare una linea più morbida nei confronti dell’Iran e dei suoi programmi nucleari. Certamente evitare la proliferazione nucleare è un obiettivo comune tanto dell’Unione quanto degli States, visto il rischio concreto che materiali radioattivi cadano nelle mani dei gruppi terroristici. Tuttavia, appare evidente che i disegni strategici dell’amministrazione Bush hanno un respiro molto più ampio di quelli nostrani: queste differenze costituiscono un ulteriore motivo di frizione tra Stati Uniti ed Europa o almeno la cosiddetta “vecchia Europa”. La mancanza di una visione strategica globale è d’altra parte uno dei limiti maggiori della Ue, che dovrebbe certamente dotarsi degli strumenti adatti ad una politica di respiro planetario attraverso la Pesd e la Pesc e dare così un senso alla figura di Ministro degli Esteri.

Le differenze e le spaccature originate dall’intervento militare contro il regime baathista iracheno sembrano riproporsi in prospettiva anche con riguardo alla politica da tenere nei confronti dell’Iran e, più in generale, sugli sviluppi della situazione mediorientale. Anche nel caso siriano d’altra parte, l’iniziativa è chiaramente nelle mani degli Stati Uniti nonostante i forti legami che uniscono lo stato guidato da Bashar al Assad all’Europa, in particolare alla Francia considerati i trascorsi coloniali che legano i due paesi. Le pressioni sulla Siria hanno l’ovvio vantaggio per la strategia americana di migliorare ulteriormente la sicurezza di Israele. Dopo la caduta di Saddam è scomparsa la minaccia principale per lo Stato ebraico, ora l’obiettivo principale è impedire che Damasco favorisca i gruppi terroristici che operano in Medio Oriente, rendendone più difficoltosa la stabilizzazione, favorendo il processo di democratizzazione in Siria attraverso un’azione indiretta sulla “terra dei cedri”. L’Europa dovrebbe anche in questo caso assumere un atteggiamento più propositivo e non seguire passivamente gli sviluppi nell’area cruciale da un punto di vista geostrategico per il nostro continente.

La fondamentale differenza tra le due sponde dell’Atlantico va riscontrata, da un punto di vista geopolitico, nel considerare da parte americana “medio” oriente un’area che per l’Europa è invece il “vicino” oriente e nel quale il vecchio continente dovrebbe far sentire chiara la sua voce.

Emanuele Di Girolamo
(12 aprile 2005)

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