PRIMO PIANO - Il peso del gas russo negli equilibri internazionali

Fra la Russia e l’Europa sono intervenuti gli Stati Uniti a far da arbitri. Non è cronaca dalla guerra fredda, anche se i toni usati delle ultime settimane riecheggiano sinistri, ma la presa d’atto di una profonda divergenza nel dialogo energetico fra il Cremlino e i suoi clienti occidentali. Dopo un puntuto e prolungato scambio di accuse fra Bruxelles e Mosca, la Casa Bianca ha mandato in campo l’artiglieria pesante affidando le dichiarazioni ai due pesi massimi dell’amministrazione Bush, ovvero Rice e Cheney. Il segretario di Stato dalla Grecia ha parlato incoraggiando l’utilizzo dell’oleodotto Baku-Cheyan che esclude la Russia, il vicepresidente è intervenuto da Vilnius per arginare le dichiarazioni minacciose dei russi, poi è volato ad Astana, Kazakhastan, per assicurarsi un maggiore accesso alle risorse energetiche del paese.

L’escalation è iniziata quando Aleksej Miller, il boss del gigante energetico Gazprom, controllato al 51% dal Cremlino, ha informato gli ambasciatori europei riuniti nell’ambasciata austriaca di Mosca che nulla di buono può uscire da un partneriato dove una parte – l’Ue – accusa l’altra – la Russia – di compiere atti politici quando promuove interessi economici in un nuovo mercato. Come se non bastasse, Miller ha poi ricordato che la Russia è sensibile alle richiete dei mercati asiatici in espansione. Il commissario europeo per l’energia, Ferrand Tarradellas Espouny, si è arroccato in una dichiarazione dove chiedeva garanzie di continuità nei rifornimenti energetici, come stipulato in pluriennali contratti bilaterli che escludono una voce unica di Bruxelles. E qui interviene la contraddizione europea. La nuova strategia dell’Ue è raccolta nel cosiddetto Libro Verde, che dovrebbe ridisegnare gli attuali accordi individuali diluendoli nel contesto più ampio del dialogo istituzionale Russia-Ue. La Polonia, dopo le lamentele per l’accordo di settembre Schroeder-Putin, vorrebbe addirittura che diventasse uno scudo in stile Nato per prevenire eventuali invasioni energetiche russe. In altri termini, l’obiettivo è indurre Gazprom a vendere il gas al confine dell’Ue, dopo di che la distribuzione sarà affidata al miglior offerente fra i vari stati. Una competizione tutta europea che neutralizzerebbe l’espansione energetica di Gazprom. Mosca però sta cercando di raggiungere lo stesso obiettivo, ed è difficile che questa nuova strategia abbia risultati sensibili.

La via di mezzo l’ha indicata Putin in un incontro con Barroso poco tempo fa: partecipazione straniera nei processi di ricerca ed estrazione delle risorse energetiche in Russia, e presenza russa nella distribuzione in Europa. Il governo di Mosca potrebbe accettare un affare simile solo se firmerà la Carta Energetica, vera novità del dialogo sull’argomeno. E di sicurezza energetica si parlerà al G8 di San Pietroburgo, il primo a presidenza russa. Proprio al confronto di fine anno con Kiev, infatti, si può ricollegare il ritorno all’attualità di questo tema e l’inversione di tendenza dello spauracchio russo sul panorama globale. Le ventilate ipotesi di boicottaggio rilanciate dai repubblicani Usa servono solo come deterrente, perché la posta in gioco è troppo alta: si parlerà della necessità di regolamentare il commercio energetico internazionale. L’esigenza di stabilire un sistema affidabile di trasporto delle risorse energetiche, escludendo con meccanismi rigidi la possibilità di andare incontro a nuovi sbalzi d’umore, non è più rinviabile. Il dialogo che emergerà muoverà i passi da una base che già esiste, ma ora è poco più di un guscio vuoto: la Carta Energetica. Questo documento, sottoscritto da 49 stati europei e asiatici, è entrato in vigore solo nel 1998 dopo la ratifica di appena 13 membri, fra i quali tuttavia non figura alcuno dei maggiori fornitori di energia in Europa (né Russia né Norvegia). A complicarne la portata c’è la mancata sottoscrizione di Stati Uniti e Canada, che pure avevano parte alle consultazioni. Troppe sono le critiche che muovono i pesi massimi dell’energia, limitandone l’importanza, ma è questo terreno che l’Europa deve battere: creare i presupposti per un meccanismo simile al Wto, che con le sue regole riesca a tenere sotto controllo un fornitore che non avendo briglie può lasciarsi prendere la mano da arbitrii e prove di forza. In un incontro dei ministri delle finanze del G8, a febbraio, il delegato francese ha gettato le basi per rilanciare la carta, ma la partita è solo all’inizio, perché la Russia è perfettamente cosciente che grazie alle sue risorse potrebbe tornare a recitare senza esitazioni il suo ruolo di superpotenza. Forse al Cremlino forzano un po’ la mano quando coltivano queste ambizioni; è vero tuttavia che, come ha osservato Alexander Rahr, analista tedesco di grande spessore, ora hanno l’opportunità storica di ricomporre i pezzi del complesso mosaico energetico sovietico. Egli sostiene che Mosca non riuscirà a diventare una potenza energetica senza Kazakhstan, Uzbekistan e Turkmenistan, ed è per questo motivo che sta facendo il possibile per unirsi sotto un unico cartello con questi stati dell’Asia Centrale in una versione russa dell’Opec.

La Russia possiede il 30% delle riserve di gas finora acclarate, Turkmenistan e Uzbekistan il 10%, l’Iran il 20%: è evidente che una somma di questi numeri porterebbe al duopolio russo-iraniano, eventualità da scongiurare per non accrescere le incertezze europee. Il vantaggio principale che i russi hanno rispetto agli altri grandi fornitori energetici è la vicinanza geografica ai paesi occidentali e asiatici. Con buone probabilità, entro il 2015 Mosca sarà in grado di determinare direttamente, come fa l’Arabia Saudita con il petrolio, i prezzi del gas, che Usa ed Europa dovranno contendersi, insieme agli stati asiatici, il gas russo. Per il Vecchio Continente non ci sono molte alternative a una forte partenrship energetico-commerciale con la Russia. In un discorso al Bundestag dopo l’11 settembre, Vladimir Putin ha prima dichiarato che la Guerra Fredda è ormai retaggio del passato, poi ha invitato i colleghi europei a una più stretta collaborazione per lo sviluppo della regione occidentale siberiana, ricca di risorse. Qualcuno ha letto in questa mano tesa uno schema simile a quello che portò alla creazione della Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio sull’asse franco-tedesca, che poi fu anche la base del Mercato Comune Europeo. Mosca ha già fatto aperture significative a Bruxelles (ad esempio, la possibilità dello scambio energetico in euro anziché in dollari, che l’Iran potrebbe iniziare a praticare fra un paio di mesi), ma a queste proposte non è stato dato un gran seguito in Europa, per mille ragioni, non ultima l’allargamento ad est che ha portato una ventata di russofobia. Nelle capitali occidentali sanno che quello russo è un mercato troppo ghiotto per essere messo da parte, e dietro l’aggressività di Gazprom c’è la malcelata necessità di aprire agli stranieri: la Russia controlla oltre un quarto delle riserve mondiali di gas, l’80% delle quali sono nella Siberia occidentale, ma dagli anni ‘70 poco è stato fatto per investire e rinnovare la rete. Mosca non possiede né la tecnologia né il capitale necessari per superare questa impasse, ma vuole e l’una e l’altro alle sue condizioni. Bruxelles lo sa ma si muove ancora a singhiozzo.

Valerio Fabbri
(16 maggio 2006)

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