PRIMO PIANO - Euro vs dollaro, è lotta senza quartiere

Gli albori della moneta unica europea sono contrassegnati da costanti perdite rispetto alla quotazione del dollaro, tanto che non ci si aspettava un suo rafforzamento così marcato. La parità con il biglietto verde sembrava allora una chimera irraggiungibile, ancor più che un progetto realizzabile in poco tempo. La recessione americana, la dispendiosa guerra al terrorismo e la continua crescita dell’economia cinese hanno accelerato un processo che adesso preoccupa molti analisti nostrani. Il dilemma su cui ci si interroga è se la Banca centrale europea debba, con l’unica arma in suo possesso, andare a rompere l’equilibrio, da molti criticato, del saggio d’interesse dell’euro.

Per rispondere a questa domanda bisogna innanzitutto prendere atto dell’odierna situazione di sviluppo che vede protagonista il Vecchio Continente. Oltre all’apertura ad est dell’Unione, per ampliare i mercati su cui operare, non sono stati fatti importanti passi in avanti per accompagnare alla crescita dell’euro le iniziative di sostegno capaci di imporre la moneta unica nel commercio con i paesi terzi. L’euro si rafforza, ma entra in crisi quando i paesi definiti “fabbriche del mondo”, Repubblica Popolare in testa, continuano a mantenere su livelli bassissimi il valore delle loro valute, rimanendo legate alla moneta statunitense. È questo il nodo da risolvere prima ancora di dannarsi l’anima nella rincorsa alla quotazione di un dollaro che permette sì qualche esportazione in più, garantendo ancora agli americani di vivere al di sopra dei loro mezzi, ma che potrebbe avere conseguenze serie nel lungo termine. Come ha confermato Reich sulle pagine de L’Espresso: “La spesa va molto oltre la capacità produttiva del paese. Credo che saremo costretti, per risolvere questo problema, ad espandere la capacità produttiva e tagliare la spesa. E’ difficile mantener un esercito in guerra, combattere il terrorismo ed affrontare emergenze finanziarie, come quella dei futuri disavanzi delle pensioni, finanziando al tempo stesso gli investimenti necessari per garantire la crescita”.

Il partito comunista cinese, comprimendo lo yuan, preferisce l’ordine interno ai beni di consumo, privilegiando i posti di lavoro e le massicce riserve di dollari che garantiscono i finanziamenti statunitensi e quindi sicurezza politica ed economica. Lo status quo che unisce Washington e Pechino è quello per cui i cinesi comprano senza batter ciglio i buoni del Tesoro americani, a fronte di una continua e massiccia ondata di investimenti a “stelle e strisce”. Il quadro si completa, come afferma lo storico inglese Nial Ferguson, se si comprende come gli Stati Uniti, per difendere il loro potere, abbiano costruito un sistema di parità di cambi con altri paesi dell’area (Indonesia, Corea del Sud, Malesia, Singapore e Thailandia). Queste nazioni nel 2003 hanno accumulato riserve per 1890 miliardi di dollari. E’ chiaro dunque che gli Usa hanno tutto l’interesse nel mantenere basso il costo del biglietto verde, per agevolare le esportazioni e portare in positivo la bilancia commerciale, ma soprattutto per mantenere il dollaro come moneta di riserva nei paesi asiatici in forte espansione.

Tale politica è possibile però in quanto gli States sono l’unica potenza mondiale accreditata che, nonostante la presidenza Bush, rappresenta la sola alternativa credibile nello scenario planetario dei mercati finanziari. Qualora questa percezione mutasse, grazie all’intensificarsi delle iniziative europee, la Cina potrebbe convertire in euro i propri depositi e la Russia quoterebbe il suo gas con la moneta dell’Unione, andando così a rompere le certezze della Federal Reserve guidata da Alan Greenspan. Il vicepresidente della Banca centrale russa, Alexei Ulyukayev, si è così espresso: “La maggior parte delle nostre riserve, attualmente, sono in valuta americana (due terzi di 113 miliardi di dollari) e questo crea non poche preoccupazioni”. Altro non è che un’intimidazione al governo di Washington di fare marcia in dietro sulla sua politica di svalutazione.

La grande sfida della moneta europea si gioca quindi sulla sua forza d’imporsi in campo internazionale come valuta di riferimento negli investimenti e non con una sterile battaglia commerciale. Quando arriverà il giorno in cui Pechino dichiarerà chiusa l’esperienza del cambio fisso con il dollaro (a quota 8,28 yuan dal 1994) l’euro non dovrà farsi trovare impreparato. D’altronde non si potranno scatenare guerre in continuazione (vedi il caso Iraq) per far cambiare idea ai paesi che optano per la moneta del Vecchio Continente a scapito del biglietto verde.

Roberto Coramusi
(29 novembre 2004)

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