PRIMO PIANO - La “mission impossible” di Washington

Col passare del tempo per l’amministrazione Bush sembrano scemare le reali possibilità di realizzare il progetto di diffondere la democrazia in Medio Oriente. Un’idea concepita sullo standard della democrazia occidentale, che secondo i politici di Washington può funzionare ovunque, risolvere tutti i problemi transnazionali e portare la pace invece di seminare disordine. L’esultanza manifestata dal presidente Bush all’indomani del voto in Iraq richiama alla memoria il principio coniato nel 1647 dai levellers di John Lilburne: «Ogni governo deve essere il frutto del libero consenso del popolo». Al tempo della rivoluzione inglese, i “livellatori” sostenevano che per promuovere la democrazia tutti devono votare, ma il suffragio universale, come dimostra la lunga agonia della Repubblica di Weimar, non sempre assicura un risultato politico particolare. E va da sé che, se non vi è una base solida al potere popolare, il ricorso alle urne non è sufficiente per instaurare un governo democratico, senza dimenticare che nei paesi islamici il problema è comunque insito nel concetto stesso di democrazia.

Nella Costituzione di molti paesi islamici si trova da un lato un elenco dettagliato di diritti politici e civili, di libertà, dall’altro il principio e la legge coranica: la sharia. Questa è una delegittimazione che avviene ancor prima che essa entri in vigore, poiché non può essere equiparata né a una Costituzione laica moderna né ad un vero superamento della svaria. Tale corpo di leggi fondamentali risulta essere soltanto una giustapposizione dei due elementi, islamico e laico. Una parte viene dal popolo, che deve scegliere i suoi rappresentanti; un’altra è presa dalla scuola giuridica islamica. In questo modo si ottengono costituzioni in cui si afferma che “il popolo è sovrano”, ma poi tutte le volte che si crea una legge, questa deve essere passata al vaglio degli ulema, i dotti musulmani di “scienze religiose”. Ciò avviene in tutti i paesi islamici, compresa la Tunisia, che è uno dei più aperti. Forse soltanto l’Iraq di Saddam Hussein aveva una costituzione su base completamente laica (a differenza di quella attuale che vede nella sharia una delle fonti di diritto primaria). In queste condizioni il popolo può scegliere solo i rappresentanti del potere esecutivo, non i legislatori: la legge è già scritta. Una simile confluenza non consente ai rappresentanti eletti dal popolo di esercitare un potere vero e proprio. È chiaro che finché non si raggiungerà la piena laicità dello stato, sarà difficile giungere a una vera democrazia. Ciò però non significa che il popolo non possa salvaguardare la propria ispirazione religiosa come dimostra il caso dell’India, dove i musulmani hanno fatto propria la scelta di uno stato laico, pur conservando un’ispirazione islamica nelle loro scelte, la quale non incide però sulle normative. La situazione è molto diversa in Arabia Saudita dove l’influenza wahabbita afferma che il potere è nelle mani di Dio e quindi l’uomo ha solo un potere esecutivo. Il problema maggiore però rimane la modalità d’immissione della democrazia in un contesto diverso da quello dell’Occidente. Il mondo islamico non è ancora riuscito a produrre una sintesi fra una mentalità democratica fondata sull’individuo e l’ispirazione musulmana della sua tradizione. In molti casi non vi è solo lo stato e gli individui. In mezzo vi sono le etnie, le tribù, i gruppi familiari, ognuno dei quali si gestisce in un modo diverso. Si può citare l’esempio dell’Afghanistan dove ogni gruppo applica la sharia in modo diverso. In questo contesto le elezioni sono determinate dai rapporti tribali: se i capi dicono di partecipare alle elezioni, tutto il villaggio acconsente nell’ambito di una decisione comune e con un voto concordato.

Basta poco per rendersi conto di quanto sia scarsamente stabile un regime “democratico” fondato su elezioni di questo tipo. Nei paesi con tradizione democratica i partiti, richiamandosi alla classica definizione del filosofo inglese John Locke, sono formati da gruppi di individui che condividono idee, progetti e programmi, tutt’al più una stessa visione della società. E chiamando in causa il sistema dell’alternanza (considerato da molti politologi l’acme di ogni democrazia), il partito che alle elezioni risulta minoritario accetta di essere governato secondo programmi e idee diverse, in quanto può sperare che alla successiva tornata elettorale i fatti abbiano convinto un numero sufficiente di elettori della superiorità delle idee, dei programmi e dei leader dell’opposizione rispetto a quelli della vecchia maggioranza. La minoranza accetta dunque la legittimità del governo della maggioranza in quanto spera di diventarlo in futuro essa stessa. Ma se i partiti che concorrono alle elezioni coincidono con sette religiose, gruppi razziali, caste, nazionalità o tribù (cioè gruppi chiusi e numericamente immutabili, o quasi), la minoranza ha di fronte a sé soltanto la prospettiva di essere eternamente esclusa dal potere, di partecipare ad un gioco (quello democratico-elettorale) al quale può solo perdere. È inevitabile che, in tale situazione, la minoranza, o le minoranze, rifiutino la legittimità del governo della maggioranza, e guardino a mezzi non-democratici, e magari violenti, per difendere i propri interessi e affermare la propria identità.

Il convincimento americano che la propagazione della democrazia sia realizzabile con la forza degli eserciti non sembra affatto tener conto della complessità della situazione di cui è invece perfettamente conscio il libanese Ghassan Salame, ex consigliere speciale del segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan e attualmente docente di relazioni internazionali all’Institut d'études politiques della capitale francese. Nel suo ultimo libro “Quand l’Amérique refait le monde”, Salame spiega senza indugi perché la democrazia nella sua formula occidentale non è oggi esportabile nella regione mediorientale. L’intellettuale libanese ritiene «poco realista immaginare di applicare alle odierne società del Levante arabo i meccanismi e le strutture delle democrazie occidentali. Queste ultime nel corso dei secoli hanno trovato la loro forza nel principio della supremazia della volontà individuale su quella collettiva. Nei paesi mediorientali, invece, le dinamiche politiche interne sono fortemente dettate da legami comunitari confessionali, etnici, tribali, clanici e familiari». Salame è convinto che la democrazia non è una religione a cui ci si può convertire dall’oggi al domani, bensì è un processo istituzionale culturale e politico che richiede tempo e maturazione delle differenti componenti della società. Gli Stati Uniti, ignorando questa serie di considerazioni, hanno impostato il loro progetto promozionale sull’incontrastata supremazia tecnologica e militare unita alla convinzione della superiorità del loro sistema sociale. Come il presidente Woodrow Wilson, gli ideologi di oggi considerano quella società un modello: una combinazione di legalità, libertà, competitività imprenditoriale privata ed elezioni a suffragio universale regolari e combattute. L'unica cosa che reputano giusta è ricostruire il mondo a immagine di questa “società libera”. Per questo la “promozione della democrazia” è diventata il tema dominante della politica statunitense in Medio Oriente.

Marco Cochi
(6 ottobre 2006)

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