PRIMO PIANO - Africa, il nuovo crocevia del narcotraffico

Parlare oggi di crimine in Africa, vuol dire parlare anche di traffico di stupefacenti. Un fenomeno particolarmente grave, che connota il continente come il nuovo crocevia mondiale per il commercio di eroina e cocaina. Per comprendere le dimensioni e le dinamiche che lo caratterizzano si rivela di estrema efficacia la radiografia emersa dalla Conferenza internazionale sul tema, organizzata dai governi di Stati Uniti e Spagna, che ha avuto luogo la settimana scorsa a Madrid. La cocaina arriva nell’Africa occidentale direttamente dai paesi dell’America del Sud, forti produttori di questo stupefacente. Da qui il contrabbando si sposta verso i paesi dell’Africa orientale, punto di smistamento dei carichi di eroina che arrivano dall’Asia, in modo particolare dall’Afghanistan. Uno scambio incrociato di partite, che si dirige soprattutto verso l’Europa, dove la domanda di “polvere bianca” è in forte crescita, ma anche verso il Nord America, dove al contrario è in diminuzione.

Nel contesto giocano un ruolo determinante anche le carenze delle forze di polizia africane, che permettono ai narcotrafficanti di creare veri e propri porti franchi per le proprie attività criminali. Coma ha sottolineato la direttrice della Dea (la polizia antidroga statunitense) il cambio di rotta è testimoniato anche dal fatto che l’euro ha sostituito il dollaro come moneta utilizzata dai trafficanti di cocaina. Si assiste così a una progressiva integrazione tra i cartelli della droga latinoamericani e le organizzazioni criminali africane, specie nigeriane, che si sono spartite la logistica del narcotraffico.

La posizione dell’Africa permette di gestire più rotte contemporaneamente, al riparo dall’azione di contrasto delle forze di polizia. Oltre alla cocaina, si è notata una crescente disponibilità di eroina e droghe sintetiche provenienti dall’Asia. Una conferma della dimensione globale raggiunta dalle organizzazioni criminali africane è l’arresto di alcuni trafficanti di droga nigeriani a Kabul, dove viene prodotto il 90% dell’eroina mondiale. La gravità della situazione è stata denunciata anche dall’Oics, l’organismo internazionale per il controllo degli stupefacenti istituito nel 1986 dalle Nazioni Unite e composto da esperti di medicina e farmacologia, che hanno il compito di monitorare l’applicazione delle convenzioni internazionali sul controllo delle droghe. Nell’ultimo rapporto annuale, presentato lo scorso marzo a Vienna, l’Oics ha denunciato l’evoluzione del fenomeno nel continente, definendola “molto preoccupante”, soprattutto per l’aumento dei quantitativi di cocaina che transitano nel paese, facilitati anche dalla debolezza delle istituzioni nell'intercettare carichi e trafficanti e dalla mancanza di riferimenti legislativi sovranazionali.

Ma l’Africa non è solo territorio di scambio: il transito degli stupefacenti corrisponde sempre più ad un aumento del loro abuso a livello locale. È in aumento anche la coltivazione e la produzione di cannabis, la principale droga usata dagli africani. Nonostante il più grande produttore mondiale, il Marocco, ne stia gradualmente riducendo il business grazie ad un controllo sempre più serrato da parte delle autorità, il ruolo del continente in questo traffico è sempre più rilevante, come testimonia l’aumento dei sequestri dell’anno scorso. Molti paesi sono impreparati ad affrontare le problematiche che il traffico di droga comporta sia dal punto di vista sanitario, che da quello politico. In quest’ultimo caso, gli sforzi compiuti dai governi locali devono fare i conti con l’assenza di meccanismi appropriati. Nel frattempo continuano i sequestri di quantità enormi di stupefacenti, come quello compiuto all’inizio del mese in Mauritania, dove sono stati sequestrati 600 chili di cocaina. La speranza è che la decisione di aumentare gli aiuti alle forze di polizia della regione, presa nei giorni scorsi a Venezia dai ministri degli Interni del cosiddetto G6 (Italia, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e Polonia), potrà in qualche maniera arginare la proliferazione del fenomeno.

Marco Cochi
(4 giugno 2007)

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