Pierandrea Saccardo
PRIMO PIANO- La corsa al nucleare tra tensioni e speranze
Era già sotto gli occhi di tutti che la visita in Europa del Segretario di Stato americano, Condoleeza Rice, nascesse dall'impellente necessità di poter contare sui tradizionali alleati europei in vista di un ulteriore aggravarsi dei rapporti con l'Iran e la Corea del Nord sul tema della proliferazione nucleare. Quanto supposto dagli osservatori più attenti sembra essere confermato, almeno in parte, dalle dure requisitorie (quasi degli anatemi) lanciati da Teheran e dalla Corea del Nord al mondo occidentale. Il presidente iraniano Khatami, rivolgendosi agli europei, aveva ammonito: "Se noi avremo la sensazione che voi non manterrete i vostri impegni, adotteremo una nuova politica, e la responsabilità delle sue enormi conseguenze ricadrà sulle spalle di coloro che avranno rinnegato i loro impegni".
Come interpretare il monito di Khatami? Minacce dettate dal timore di un possibile intervento americano in Iran o la consapevolezza che un eventuale attacco comandato da Bush non troverebbe consenziente i membri della Ue così che, giocando sui loro timori, cerca spostarli verso una posizione di dissociazione? Grazie al fatto che la contrapposizione tra i due paesi non ha ancora raggiunto livelli d’allerta, ma è stata “combattuta” esclusivamente a suon di comunicati stampa, si può supporre che entrambe le ipotesi al momento attuale siano da prendere in considerazione. A suffragare l’ipotesi sulla necessità degli americani di giungere ad una soluzione negoziata sullo sviluppo nucleare iracheno è il viaggio compiuto dalla Rice a Parigi. Una visita lampo, un incontro per ricucire lo strappo creatosi con la Francia a seguito dell'invasione americana dell'Iraq. Una pillola che gli americani hanno dovuto mandare giù in virtù del fatto che l’Eliseo rimane tutt'ora l'unico interlocutore accreditato a Teheran. La Francia, storicamente amica dell'Iran, deve però fare i conti con la determinata volontà di Washington di boicottare qualunque forma di attività commerciale verso il paese mediorientale. Sarà riuscito il governo di Parigi a convincere la Rice circa la necessità di cercare un accordo diplomatico con gli ayatollah onde evitare passi pericolosi ed estremi? Non ci vorrà molto tempo per capirlo.
Il mondo, inutile negarlo, vive giornate di ansia. Finita infatti la Guerra Fredda, che per quasi cinquant'anni vide contrapposte l'Unione Sovietica e gli Usa, nuove tensioni tornano ad emergere. Alla Casa Bianca stanno prendendo atto dell'inaspettato, o forse sottovalutato, progresso tecnologico, soprattutto nel campo del nucleare di paesi storicamente ostili, per cultura e ideologia politica, ai valori delle società capitaliste. Parliamo ovviamente della Corea del Nord che proprio ieri ha annunciato di possedere la bomba atomica e contemporaneamente ha fatto sapere che non tornerà al tavolo dei negoziati sul suo programma nucleare. Una doccia fredda per l'amministrazione Bush che riguardo alla Corea, conscia di non avere in quell'area alleati eccessivamente affidabili, aveva dovuto fare buon viso a cattivo gioco di fronte alle ambizioni nucleari del regime comunista. Falliti i tentativi di mediazione messi di Corea del Sud, Giappone, Russia e Cina, Pyongyang ha fatto sapere di essersi ritirato dal Tnp (Trattato di non proliferazione nucleare) e di avere fabbricato armi atomiche come misura di autodifesa di fronte alle politiche via più esplicita di isolamento e soffocamento attuate contro la Dprk (la sigla della Repubblica popolare democratica di Corea).
La Rice ha espresso la speranza che la Corea del Nord modifichi il proprio atteggiamento "quando rifletterà sull'isolamento che questo provoca non solo rispetto agli Stati Uniti ma anche alle altre parti del dialogo a sei". Il fatto che il segretario di Stato americano abbia attentamente evitato di fare riferimenti del tipo "Stato canaglia" all'indirizzo della Corea indica quali e quante siano le sue preoccupazioni riguardo l'escalation nucleare che sta avvenendo in quel paese. La nuova “lady di ferro”, che nel frattempo è ritornata Washington, ha mantenuto un atteggiamento prudente, unica soluzione valida in attesa delle decisioni dell'esecutivo. Un atteggiamento di distensione già messo in mostra nel corso del viaggio in Europa. Le tensioni legate allo sviluppo nucleare sono giunte ad un livello di guardia, malgrado il linguaggio altamente diplomatico? Per nostra fortuna, come sottolineato sopra, siamo ancora al livello di guerra dialettica. In queste giornate appaiono in tutta la loro gravità gli errori commessi in questi anni dagli occidentali. Soprattutto è stata l'Europa, con il suo delegare all'America i grandi temi della politica mondiale, a consentire che si giungesse all'attuale situazione. La visita di Condoleeza Rice avrà fatto capire a Bruxelles che è giunta l’ora di scegliere quale strada seguire? Crediamo di essere ottimisti rispondendo positivamente.
(14 febbraio 2005)