PRIMO PIANO - I test atomici coreani rilanciano la dottrina del containment

L’accordo raggiunto sabato scorso al Palazzo di vetro tra i cinque membri permanenti dell’Onu sull’imposizione di sanzioni economiche “proporzionate” alla Corea del Nord per il test nucleare del 9 ottobre sembra lasciare a Pyongyang dei margini di trattativa per uscire dall’impasse. Nella risoluzione 1718, varata all’unanimità il 14 ottobre, si chiede alla Corea del Nord di astenersi da tutti i test e di tornare ai negoziati a sei boicottati da quasi un anno e mezzo. Tutte le sanzioni inflitte al regime di Kim Yong Il (nella foto) sono state votate agendo ai sensi del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite e adottando misure ai sensi dell’articolo 41. Non c’è però riferimento all’articolo 42 della Carta di San Francisco, quello che autorizza a intraprendere tutte le misure necessarie in caso di inadempienza da parte del paese sotto accusa. Si tratta dunque di un embargo limitato. La risoluzione prevede anche che le misure siano «graduali e reversibili», così da offrire una via d’uscita al regime di Pyongyang in caso di tangibile collaborazione.

I paesi del Consiglio sono in effetti tutt’altro che convinti della completa riuscita del test atomico, come si evince dalle dichiarazioni del ministro della Difesa sudcoreano Yoo Kwang-ung, il quale si dice certo che «alla Corea del Nord occorreranno anni prima di poter disporre di efficienti missili nucleari». Una dichiarazione ottimistica e in qualche modo distensiva, secondo il percorso di avvicinamento al regime del Nord seguito da Seul negli ultimi anni. Non a caso, alla vigilia del pronunciamento del Consiglio di Sicurezza, i presidenti di Cina e Corea del Sud avevano auspicato sanzioni «equilibrate» e rigorosamente prive di un riferimento all’articolo 42. L’accordo raggiunto sulla Corea potrebbe anche segnare una svolta nella politica estera dell’amministrazione Bush rivelatasi finora fallimentare come dimostra il primo test nucleare della Corea del Nord, il secco rifiuto dell’Iran di sospendere le attività di arricchimento dell'uranio e lo spettro della guerra civile che incombe sull’Iraq ad oltre tre anni e mezzo dopo l’inizio del conflitto. L’analista del Centro per gli studi strategici e internazionali di Washington Robert J. Einhorn, dà per scontato che «l’Iran seguirà molto attentamente quello che avviene al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dopo il test nordcoreano, se l’Onu non sarà in grado di agire in modo determinato, allora l’Iran penserà che la strada è libera per agire impunemente». Dello stesso avviso Michael O’Hanlon, della Brookings Institution e coautore del libro Hard power: the new politics of national security, che parla di un effetto domino del test nordcoreano. Secondo O’Hanlon, l’Iran osserverà sicuramente cosa avviene con la Corea del Nord, la quale, ha a sua volta osservato quanto è successo con il Pakistan e ha deciso che la comunità internazionale non lo ha punito troppo duramente o troppo a lungo. L’Iran certamente noterà se la Corea del Nord verrà trattata con i guanti di velluto. Sull’escalation della crisi nordcoreana è molto interessante la tesi del New York Times. Il quotidiano statunitense, che ha interpellato molti esperti in materia, spiega che in realtà «Kim potrebbe aver calcolato che a questo punto c’è veramente poco che Bush possa fare con lui. Ma chiaramente, la gestione simultanea di più crisi nel mondo sta mettendo sotto pressione il sistema a Washington e sta mettendo di fronte l’amministrazione Bush a molte più sfide dirette di quante ne possa gestire in un solo momento».

Resta comunque il paradosso di aver fatto la guerra a un paese che armi di distruzione di massa non ne aveva, mentre si è lasciato campo libero ad altri due che sembrano invece disporre di un pericoloso arsenale. E questo rimanda al problema iniziale sul modo di trattare con la Corea del Nord, problema su cui continuano a interrogarsi consiglieri ed esperti vicini all’amministrazione, cioè «se il modo migliore per contenere Pyongyang sia di isolarla ulteriormente o piuttosto di tirarla fuori dal suo guscio paranoico». «Il test nucleare - conclude il New York Times - potrebbe costringere Washington a scegliere una strategia». Forse la soluzione invocata dall’autorevole quotidiano potrebbe trovarsi nel nuovo orientamento che negli ultimi tempi si sta imponendo nei think-tank più ascoltati dal presidente, i quali propongono una impostazione diversa dell’approccio ai grandi problemi internazionali. Un approccio esemplificato dal recentissimo saggio di Anatol Lieven e John Hulsman, Ethical Realism, che sta scuotendo il tradizionale establishment della politica estera statunitense. Concetto base del libro è mantenere il potere globale in una maniera più limitata ma più completa, grazie anche a un crescente sostegno internazionale. L’obiettivo, spiegano i due autorevoli autori, è raggiungibile attraverso il ritorno a una politica di containment sullo stile di quella inaugurata nei primi anni della Guerra Fredda dal democratico Harry Truman nel 1947 e proseguita con il repubblicano Dwight Eisenhower. Contenimento che si baserebbe sostanzialmente su un accordo con le maggiori potenze, principalmente Cina, Russia, Unione europea e India, per isolare diplomaticamente gli avversari attraverso pressioni politiche o sanzioni più o meno blande, come sta accadendo con la Corea del Nord. Si tratta di un abbandono della dottrina della guerra preventiva, pallino dei neocon, anche se non, all’occorrenza, della possibilità di ricorrere in casi estremi al preemptive strike, il bombardamento chirurgico preventivo.

Altro punto cruciale delle teorie di Lieven e Hulsman, che secondo fonti bene informate stanno prendendo piede alla Casa Bianca, è il consenso interno e internazionale, in linea con la politica di contenimento degli anni Quaranta e Cinquanta. Il realismo etico di Reinhold Niebuhr, Hans Morgenthau, e George Kennan, basato su valori come la cautela, la responsabilità e una profonda conoscenza dei bisogni degli altri paesi, che ottenne un largo sostegno in patria e all’estero. Un consenso che ora manca agli Stati Uniti e che è ritenuto necessario per risolvere le crisi più pericolose, Iran e Corea in primis. Russia e Cina, da qualche anno sempre più determinate a salvaguardare i propri interessi anche se in contrasto con Washington (come dimostra l’evoluzione del Patto di Shanghai), sono pronte a offrire la loro mediazione, se la politica Usa seguirà tale percorso. Anche perché ulteriori divisioni tra i grandi potrebbero condurre l’Onu a una crisi irreversibile mentre per Pechino e soprattutto per Mosca quel seggio permanente rappresenta sempre un punto cardine della propria influenza politica internazionale.

Marco Cochi
(16 ottobre 2006)

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