PRIMO PIANO - Al Qaeda, colpire per esistere

Un’inchiesta condotta durante l’estate 2002 dalla rivista Jane’s Intelligence Review con la collaborazione di decine di alti funzionari dei servizi segreti di tutto il mondo rivelava che l’organizzazione di cui Osama bin Laden viene considerato il leader, si era mimetizzata e decentralizzata per evitare di essere disarticolata dopo la guerra in Afghanistan. Il direttore della rivista Chris Aaron, prendendo spunto dalle conclusioni di una conferenza che si è tenuta nel giugno del 2002 presso il Centro per lo studio del terrorismo e della violenza politica all’Università di Saint Andrews in Scozia, preconizzava l’avvento del soft-terrorism. Tradotto in parole povere un terrorismo incapace di organizzare attentati spettacolari come quelli dell’11 settembre, ma in grado di pianificare e portare a termine attacchi in tono minore grazie all’attività di gruppi free-lance, cioè non coordinati dal vertice di al Qaeda ma mossi dall’odio antioccidentale.

Aaron ventilava il rischio di simili attentati in Europa, allo scopo di provocare una reazione esagerata oltre che negli Stati Uniti anche nel vecchio continente, nella speranza di radicalizzare sempre più i sentimenti antioccidentali del mondo musulmano. L'analisi trovava conferma in un rapporto dell'International Institute for Strategie Studies di Londra, che lanciava l’allarme sull’imminente cambiamento di strategia dei terroristi. Quello che è accaduto l’11 marzo dello scorso anno a Madrid e giovedì nella capitale inglese è la tragica conferma delle puntuali analisi degli addetti ai lavori.

La metamorfosi di al Qaeda, avvenuta dopo la distruzione dei suoi santuari in Afghanistan, è stata efficacemente spiegata anche da Jessica Stern, docente di Politiche Pubbliche ad Harward, in un lungo articolo pubblicato sul numero di luglio/agosto 2003 di Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign Relations, considerato il think tank dell’establishment Usa. La studiosa descrive come la rete terroristica collegata allo sceicco saudita Osama bin Laden sia diventata il grande ombrello dell’islam radicale jihadista e spiega come e perché al Qaeda, oggi, costituisca la minaccia più terribile alla sicurezza dell’occidente. La Stern, soffermandosi sulla struttura dell’organizzazione, denuncia la pericolosità delle sue cellule dormienti non identificate ma pronte a colpire in modo significativo e quasi senza preavviso: mentre il gruppo dirigente, che nello sfondo arcaico delle grotte delle montagne di Shai Kot incitava i musulmani alla jihad ha il fiato sul collo, al Qaeda mantiene intatta la sua capacità di far proselitismo, di raccogliere finanziamenti e di addestrare terroristi. Questo è l’humus in cui sono nati i nuovi qaedisti. I responsabili degli attacchi a Londra e Madrid, non sono più membri di una struttura centralizzata, ma seguaci di un copyright del terrore che gode di un avviamento consolidato che consente di sopperire al bisogno di uno stretto coordinamento, grazie ad un’ideologia condivisa anche nella comune rappresentazione del “nemico”.

Il 7 luglio abbiamo avuto l’ennesima riprova che al Qaeda non è stata annientata dalla guerra in Afghanistan, ma si è riorganizzata annodando legami e rapporti con centinaia di piccole compagini locali sparse a macchia di leopardo sul territorio. Il “brand” resta quello “inconfondibile” della casa madre ma le braccia operative sono relativamente autonome. Con una sorta di ingegnoso sistema di franchising ideologico, il copyright di al Qaeda continua a colpire. Ci troviamo ad affrontare un mostro con molte teste e una struttura che sfida la logica tradizionale perché opera più come una holding con varie controllate nei diversi stati anziché come un'organizzazione centralizzata con una rigida catena di comando. Le bombe di Londra non fanno altro che confermare questa tesi con un trend abbastanza costante che dimostra come il network jiahdista funziona ormai come una catena di piccole e medie imprese in franchising, dove si definisce il progetto, si fornisce il marchio, per poi affidarsi alle iniziative locali, ai convertiti e ai giovani. Una struttura simile è destinata a sopravvivere anche all’eventuale scomparsa dei suoi leader di riferimento, soprattutto adesso che il reclutamento avviene a livello locale e che sono venuti meno la presenza di un unico luogo d’incontro con il capo e la possibilità di utilizzare i campi di addestramento in Afghanistan. Se finora si è avuto dunque un qualche vincolo, è certo che questo è destinato ad indebolirsi man mano che scomparirà la generazione dei veterani della guerriglia anti-sovietica. Gli obiettivi delle ultime azioni terroristiche mostrano comunque la difficoltà di ripetere attacchi sofisticati come quelli di New York e Washington. Ma al Qaeda esiste solo se compie attentati, in quanto essa non presenta le stesse caratteristiche dell’Ira o dell'Eta, che possono rinunciare alla violenza per spostarsi sul terreno politico. È fondamentalmente questa la ragione per cui il terrorismo islamista attacca ora bersagli facili, ma al tempo stesso piuttosto importanti, in maniera da potersi garantire la certezza di finire sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Gli attentati che hanno portato la jihad sul suolo europeo sono emblematici. Lo spessore strategico dei luoghi era irrisorio ma gli attacchi hanno fortemente colpito l’opinione pubblica perché perpetrati in concomitanza di eventi politici rilevanti come le elezioni in Spagna, che hanno segnatola fine dell’era Aznar, e il vertice del G8, che proprio giovedì sarebbe dovuto entrare nel vivo. Le stragi di Istanbul, Londra e Madrid portano il sigillo della nuova stagione del terrore volta a portare a termine azioni su piccola scala per colpire, in modo assolutamente convenzionale, target morbidi come metropolitane, banche, scuole, università, chiese, teatri e stadi. La guerra al terrorismo si combatte anche sul fronte occidentale e per vincerla dovremmo imparare ad accettare che il nostro stile di vita venga condizionato da una minaccia permanente.

Marco Cochi
(12 luglio 2005)

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