PRIMO PIANO - Cina e Sudan: cambio di rotta, ma di pochi gradi

La politica estera cinese non si distingue per l’immediatezza. Tale principio, che regola l’intervento di Pechino rispetto alle questioni di interesse internazionale sulla base di una scelta di tempi lunghi e mosse flemmatiche, ha trovato una recente conferma nel cambiamento di tono e di reazione della Cina alle iniziative Onu sul Darfur sudanese. La Repubblica Popolare, principale partner commerciale del Sudan, dal quale importa il 6% del proprio fabbisogno di petrolio e dal quale ha ottenuto importanti concessioni per lo sfruttamento di preziose risorse minerarie indispensabili alla propria industria, ha sempre mantenuto una posizione di tutela nei confronti del governo amico di Khartoum, oggetto di critiche feroci da parte delle cancellerie occidentali per la gravissima situazione nella sua martoriata regione occidentale. Tale protezione si è espressa soprattutto col ricorso sistematico al veto in Consiglio di Sicurezza contro la proposta di sanzioni.

Ultimamente, al contrario, Pechino ha convinto il proprio recalcitrante amico ad accettare l’invio di 26.000 caschi blu delle Nazioni Unite in aggiunta ai 7.000 soldati dell'Unione Africana già presenti, ma inefficaci nel gestire validamente la crisi umanitaria in atto (si stimano in 200.000 i morti, e in oltre 2 milioni i profughi, buona parte dei quali in Ciad). La Cina ha sempre tenuto molto a distinguersi sia dalle potenze “imperialiste” occidentali sia dall’approccio “internazionalista” sovietico-cubano ai problemi africani. In tal senso ha, fin dal principio, sottolineato la propria volontà di instaurare relazioni bilanciate con gli altri paesi in via di sviluppo, con una politica di rottura con la tradizione di sfruttamento unilaterale da parte delle multinazionali del primo mondo, fornendo supporto infrastrutturale e sostegno politico, quest’ultimo accompagnato da un’ostentata indifferenza in materia di diritti umani, con un occhio attento a non fornire ad eventuali avversari il pretesto per commenti sgraditi sulla situazione tragica dei dissidenti cinesi.

Nel giugno 2007 il governo di Pechino ha sorpreso tutti affermando con voce chiara che vede con favore gli sforzi compiuti dagli stati africani impegnati nel rafforzamento della democrazia, della legge e della pratica del buon governo. La spiegazione più accreditata di un tale cambio di toni potrebbe consistere in un insieme di motivi: la progressiva frustrazione dei cinesi determinata dalla testardaggine di Khartoum nel non voler mostrare segnali di collaborazione con il Palazzo di Vetro per la crisi del Darfur; l’erronea confidenza sudanese in un supporto incondizionato da parte dell’alleato, pur in presenza di eccessi di brutalità da parte delle milizie arabe spalleggiate dal potere centrale; la sensazione di insicurezza che i lavoratori dell’ex “impero celeste” avvertono in Africa data la scarsa affidabilità da parte dei governi ospiti nel proteggere gli interessi delle imprese di Pechino; il dubbio che una lieve interferenza negli affari interni sudanesi possa valere una maggiore tranquillità in vista degli ormai imminenti giochi olimpici dell’estate del 2008, per cui Pechino desidera ardentemente evitare minacce di boicottaggio o di dimostrazioni ostili. Pur concedendo qualcosa all’Occidente, tuttavia, la Cina gradisce ritagliare per sé un ruolo di mediazione sulla base del quale si è impegnata a depennare dal documento britannico in Consiglio di Sicurezza una serie di frasi relative ad eventuali sanzioni in caso di ostacoli sudanesi al dispiegamento delle forze Onu e ad una condanna di Khartoum per le passate violenze sulla popolazione civile. In cambio, alle truppe Onu sarà consentito difendersi con le armi dalle aggressioni e proteggere i corridoi umanitari. Collateralmente le attività dei volontari delle istituzioni di soccorso internazionale procederanno con maggiore sicurezza rispetto al passato. Ma tutto questo non significa la fine dell’emergenza in Darfur, sebbene l’impegno cinese nella regione restituisca speranza in una futura risoluzione della crisi.

Giovanni Masala
(14 settembre 2007)

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