Eleonora Venturi
PRIMO PIANO - Il prezzo globale del boom economico cinese
Solo negli ultimi anni, nel mondo occidentale è stato dato risalto al fenomeno, ormai dilagante, del boom economico che stanno vivendo i paesi dell’estremo oriente. Ma le radici di questo fenomeno, partito sul finire degli anni Settanta, sono profondamente radicate. I motivi che suscitano l’interesse degli europei verso un’area agli antipodi rispetto alla nostra sia sotto il profilo geografico che sotto quello culturale, sembrano essere spesso puramente economici. I mercati europei (e non solo) sono allarmati dall’esplosione della produzione cinese che sta invadendo l’occidente, tanto da far optare i governi nazionali per l’adozione di misure sempre più stringenti al fine di limitare l’importazione di merci provenienti, da quella parte di mondo in quantitativi sempre maggiori, ed impedire quella manovra di dumping che da più parti è stata denunciata.
Le economie “avanzate” hanno subito un duro colpo dalla commercializzazione (neanche troppo clandestina) di beni orientali, che spesso riproducono i prodotti delle grandi marche europee e statunitensi. Negli ultimi quindici anni Pechino ha portato avanti una corsa all’industrializzazione, al progresso tecnologico, alla globalizzazione ed all’urbanizzazione senza precedenti. E la ricerca del lusso e del benessere sfocia, oggi più che mai, in un desiderio di emulare gli stili di vita dei paesi più avanzati attraverso la creazione e la vendita, nei nostri come nei loro mercati, di prodotti tipicamente occidentali.
Le moderne economie, europea e statunitense, vedono questo fenomeno come una delle cause principali della crisi che le sta colpendo. Ma in realtà cosa si nasconde dietro a tutto ciò? Quali sono i costi che la Cina, ancor prima dell’Europa e degli Usa, deve sostenere? Quali sono le conseguenze, non più squisitamente economiche, che il mondo intero si trova a dover affrontare? Oggi oltre 25 milioni di cinesi rischiano la vita lavorando a contatto con polveri tossiche e materiali velenosi. E sono ancora di più quelli che sopportano ritmi di lavoro logoranti per il fisico e per la mente, fabbricando scarpe, giocattoli ed articoli sportivi per i mercati europeo e statunitense. Allo sfruttamento delle persone si aggiunge quello del territorio. I rifiuti delle fabbriche intasano i fiumi, le catastrofi naturali causate dall’uomo aggravano le già precarie condizioni dei più poveri. All’inquinamento delle acque si aggiunge quello dell’aria, lo smog assedia le città.
La Cina è uno dei maggiori produttori di gas serra, sebbene venga ancora comunemente considerata un “Paese in via di sviluppo”, ragion per cui non ha aderito al Protocollo di Kyoto ed è, pertanto, esentato dall’obbligo di ridurre le emissioni di anidride carbonica. Il costo, in termini di vite umane e danni all’ecosistema, che il pianeta potrebbe pagare per se fossero mantenuti gli attuali standard di emissioni in ogni angolo del globo è elevatissimo. Come è stato rilanciato da Peseta, uno studio, pubblicato dalla Commissione Europea, volto ad analizzare le conseguenze dei cambiamenti climatici sul nostro continente, nel periodo compreso tra il 2071 ed il 2100 è previsto un aumento medio della temperatura oscillante tra i 2,2 ed i 3 gradi rispetto a quello al trentennio 1961-1990. La regione mediterranea della Ue risulterebbe la più colpita da questi mutamenti, dovendo fronteggiare l’aumento della siccità, la riduzione della fertilità del suolo, l’erosione delle coste ed il pericolo degli incendi, per non parlare degli effetti devastanti arrecati alla salute umana. Una sfida nuova e sempre più pressante deve, dunque, essere combattuta sia dalla Cina che dall’Europa e dagli Stati Uniti: la ricerca di un equilibrio tra la crescita economica e la salvaguardia della terra, del mare, dell’aria e delle acque dolci da cui dipendono la salute ed il benessere del mondo intero.
Progressivamente il governo cinese, sostenuto dal ben più progredito Giappone e dalle organizzazioni internazionali di salvaguardia dell’ambiente, ha cominciato a prendere coscienza dell’importanza di uno sviluppo graduale compatibile con gli equilibri ambientali. Con il ribaltamento delle politiche in questo settore, seguito allo straripamento nel 1998 del fiume Yangtze che causò oltre 4000 vittime, si cominciano a registrare i primi segni di una diversa consapevolezza ambientale sino ad oggi sconosciuta. Anche la popolazione comincia ad accettare l’idea che la prosperità sia legata indissolubilmente alla salvaguardia dell’ambiente ed al rispetto delle regole. Ciò ha di fatto stimolato il Politburo comunista, come ha dimostrato l’ultimo incontro del Forum economico mondiale tenutosi a Davos, ad impegnarsi fattivamente nella formulazione di una strategia geopolitica imperniata sull’ambiente. Non è escluso infatti che la Cina punti, quanto prima, a superare quanto stabilito dalle maggiori potenze occidentali nel Protocollo di Kyoto, promuovendo una nuova politica di sviluppo sostenibile decisa direttamente da Pechino. L’equilibrio ambientale è un terreno ancora da sondare nella complicata partita a scacchi per l’egemonia politica ed economica del pianeta nel terzo millennio.
(19 febbraio 2007)