Marco Leofrigio
PRIMO PIANO - La falsa soluzione della cancellazione del debito
Il messaggio-dogma che tutti i media stanno passando nelle ultime settimane recita: cancelliamo il debito degli stati africani e automaticamente i problemi della fame e delle malattie potranno essere risolti. Siamo martellati. Da molti anni. Cercano di convincerci che questa sia la “madre di tutte le soluzioni”. Lo è anche secondo gran parte degli organizzatori dell’importante kermesse musicale del Live 8, allestita in coincidenza del vertice di Gleneagles. Dunque questa strategia sarebbe in grado di eliminare i drammi che affliggono il continente nero? Probabilmente no.
L’Africa non soffre esclusivamente a causa del suo deficit finanziario: a livello aggregato, ogni anno, oltre 2 bilioni di dollari sono destinati a ripagare il debito. Ma dei risultati della sua cancellazione ne traggono vantaggi concreti le elite al potere. Somme ingenti spariscono nei flussi della corruzione e nell’acquisto di armi, in particolare leggere, che alimentano i conflitti interni, gli stessi che hanno causato nel periodo 1960-2004 ben 10,5 milioni di vittime. L’attuale tragedia del Darfur, nel Sudan occidentale, è solo l’ultima di una nutrita sequela di violenze che bloccano ogni forma di sviluppo locale. Il World Food Program prevede per quest’anno che circa 2,5 milioni di persone avranno assoluta necessità di aiuti alimentari nella martoriata ex-colonia britannica. L’utilità della mera cancellazione del debito è smentita dagli stessi dati delle organizzazioni internazionali come World Food Program e Fao. Nonostante i precedenti azzeramenti o prolungamenti nelle scadenze, il numero di coloro che soffrono per la malnutrizione non è diminuito di soli nove milioni. Anzi, secondo l’ultimo rapporto della Fao, nell’ultimo lustro è persino aumentato.
Sono oggi 1.300.000 gli uomini che vivono con meno di 1 dollaro al giorno, a fronte di 800 milioni di disoccupati e 250 milioni di bambini costretti a lavorare per sopravvivere. Soprattutto nell’Africa Sub-Sahariana la situazione rimane drammatica. Durante tutti gli anni ’90 vi è stata una riduzione della povertà mondiale a livello aggregato del 20%, ma questi numeri rischiano di offrire una prospettiva distorta della realtà. La riduzione del numero dei poveri da 816 milioni a 777 è stato possibile solo grazie a due fattori principali: gran parte dei progressi sono stati compiuti nella sola Cina, che da sola rappresenta il 66% sul dato complessivo; nello stesso periodo invece dozzine di paesi, quasi tutti africani, hanno registrato un aumento dei poveri, arrivati a quota di 77 milioni. La Banca Mondiale, che elabora gli indicatori dello sviluppo, prevede una forte riduzione della malnutrizione a livello globale, ma solo in quanto Cina e India “usciranno” dalle statistiche ufficiali delle nazioni con basso tasso di crescita grazie ai ritmi impetuosi del loro boom economico.
Ad aggravare la situazione inoltre giunge l’altro “dogma”, quello delle emergenze umanitarie il cui impatto comunicativo è troppo allettante per tutti i soggetti coinvolti e garantisce un forte afflusso di donazioni private. Le statistiche di agenzie quali Fao, Wfp, Ifad, sono unanimi nell’indicare che negli ultimi anni abbiamo assistito ad una concentrazione di interventi di emergency relief.
Nel suo ultimo intervento da presidente della Banca Mondiale, James Wolfensohn ha dichiarato senza mezzi termini che l’attenzione internazionale è stata distolta dai fattori sopra indicati, impedendo l’aumentare del flusso netto di risorse verso l’Africa, al fine di costruire uno sviluppo stabile. Il Word Food Program nel solo 2003 ha gestito la metà degli interventi in aiuti alimentari a beneficio di 104,2 milioni di persone di 81 paesi diversi: il 60% di queste popolazioni era coinvolta in emergenze umanitarie. Il loro costo totale è stato il più alto mai raggiunto dall’agenzia delle Nazioni Unite: 3,3 milioni di dollari. Ma la politica della comunità internazionale continua su questa linea: solo pochi giorni fa, il presidente Bush ha annunciato di avere impegnato 647 milioni di dollari (circa 520 milioni di euro) per affrontare le emergenze del Corno d'Africa, con particolare riguardo all’Etiopia e all’Eritrea. Allo stesso tempo si continua ad ignorare il traffico e la vendita clandestina di armi, che a livello mondiale muove l’incredibile cifra di 900 bilioni di dollari l’anno: circa 20 volte il valore economico del flusso annuale di aiuti internazionali verso i Pvs. Una fonte autorevole come il Dipartimento di Stato americano pubblica regolarmente il rapporto World Military Expenditures and Arms Transfers (Wmeat), la più completa raccolta di dati sul commercio di armi convenzionali di 167 paesi. Chi troviamo ai primi cinque posti della classifica? Nell’ordine Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Germania. Ma anche gli aiuti umanitari sono in qualche modo divenuti un business. I flussi sono cospicui quando vi sono notevoli eccedenze di beni primari sui mercati, mentre ne risentono nelle situazione contrarie.
Manca quindi una strategia complessiva di ampio respiro. Il focus dev’essere incentrato sui problemi di fondo, che invece si tende volutamente a nascondere dietro gli slogan. È indispensabile una strategia che attui tutte quelle politiche basate su interventi duraturi per eliminare la diffusione della fame, come lo studio e l’implementazione di progetti a medio e lungo termine, gli unici che possono sradicare il problema alimentare e permettere di combattere parallelamente l’emergenza sanitaria.
(16 luglio 2005)