Eugenio Balsamo
PRIMO PIANO - Calma apparente in America Latina
Si dice che ad una tempesta fa sempre seguito un momento di tranquillità, ma la vivacità del subcontinente americano è in grado di rompere ogni schema. E così la calma apparente si fonda in realtà su di una serie di vicende che sicuramente avranno ripercussioni sulla vita politico-istituzionale dei Paesi della regione e sulle relazioni continentali.
Con la cacciata di Gutiérrez da Quito, il nuovo governo Palacio si è insediato con una eredità pesante: capire come sviluppare le relazioni con gli Stati Uniti. L’ex-presidente, a parole progressista e difensore degli oppressi ma grande amico della Casa Bianca nei fatti, aveva stipulato con gli Usa un’intesa di assistenza militare volto alla formazione delle forze armate ecuadoregne, nonché all’affiancamento di queste ad opera dei soldati americani in operazioni di sminamento, pattugliamento costiero e di carattere umanitario. Insieme ai militari è stato spedito il solito “pacchi regalo” contenente diversi milioni di dollari. 70 milioni previsti per il 2004 con un piano di riduzione del 50% di anno in anno. Nessun problema per il colonnello Gutiérrez, ma vero grattacapo per Alfredo Palacio che, insediandosi, aveva promesso alle masse di rendere più equo il rapporto con il gigante continentale. Di qui la decisione di non ratificare l’accordo a causa dell’art. 98 che prevede la concessione al personale dello Usarmy delle immunità innanzi alla Corte penale internazionale. Una scelta, secondo il presidente, tesa a salvaguardare la sovranità nazionale. Niente immunità, niente assistenza e quindi niente più fondi. È questa la dura legge del Congresso che vieta l’assistenza militare in assenza di norme che garantiscano l’impunità delle sue truppe. La decisione di Palacio, però, non è stata condivisa dall’intero esecutivo. Il Ministro della difesa Solón Espinosa ha duramente criticato tale scelta ritenendo che senza il sostegno americano sarà vanificato ogni sforzo delle forze armate locali a causa dell’impossibilità di proseguire i piani di sviluppo senza l’adeguata copertura finanziaria.
L’esatto contrario è accaduto in Paraguay. Un accordo segreto stretto con gli Washington ha dato avvio ad un analogo programma nell’area della Triplice frontiera. Nel paese non è stata sollevata alcuna questione di sovranità territoriale e così i primi 400 marines si sono insediati ma, stando a quanto si vocifera, il numero totale giungerà a qualche migliaia (fonti boliviane parlano addirittura di 16.000 unità). Di diverso avviso sono le organizzazioni di difesa dei diritti civili sostenute dai ceti medio-bassi della popolazione. Più che inutile, l’operazione è considerata dannosa in quanto c’è il sospetto che il vero obiettivo dell’amministrazione Bush non sia la lotta alle cellule terroristiche presenti nell’area bensì le risorse naturali, acqua in testa. Contestata anche la pesante cornice: il Governo di Asunción ha ceduto innanzi alla richiesta di immunità per gli ospiti.
Anche sul fronte caldo della Bolivia sono state manifestate preoccupazioni e dubbi sulla opportunità delle manovre, al punto che il Ministero della difesa ha ordinato ad una commissione dell’Aeronautica militare uno studio su eventuali rischi per il paese derivanti dall’installazione della base americana in Paraguay (a 280 km dal confine). La principale preoccupazione sono le risorse petrolifere, ma l’organo investito dell’analisi ha escluso pericolo di ingerenze. Nel frattempo si registra il rispetto della promessa che il nuovo Capo dello Stato Rodriguez aveva fatto non appena assunto l’incarico. Ha stabilito la data delle prossime elezioni: il 4 dicembre i boliviani eleggeranno il nuovo presidente, il suo vice, i membri delle due camere ed i governatori dei departamentos. Qualche mese più tardi si terranno le elezioni per la Costituente ed il tanto atteso referendum sulle autonomie, voluto dai movimenti autonomisti del dipartimento di Santa Cruz. Un altro segnale di distensione è la recente dichiarazione di Rodriguez che ha assicurato al leader dei cocaleros, Evo Morales, la non applicazione del cosiddetto programma “Coca zero”, che gli Usa vorrebbero imporre alla Bolivia nella lotta alla produzione dello stupefacente.
Continuano intanto le notti insonni di Lula. Non deve essere affatto piacevole per uno dei leader del fronte mondiale dei poveri, dover affrontare problemi di corruzione all’interno del suo stesso partito. Le recenti dimissioni di segretario generale e tesoriere del Partido dos trabalhadores, entrambi accusati di peculato, sono state un duro colpo. La mossa del premier brasiliano di cercare un’alleanza per un governo di coalizione è ancora lontana da risultati concreti a causa dell’ostilità manifestata da una parte del Partido do movimento democrático brasileiro (di centro). Per Lula le cose vanno male in città, ma anche dalle campagne non giungono segnali rassicuranti. La riforma agraria, uno dei principali punti del suo programma non sta ottenendo i risultati sperati mentre cresce la rabbia dei sem terra. Gli scontri più recenti nel Mato Grosso do Sul tra contadini da una parte e latifondisti e polizia dall’altro, terminati con la morte di un manifestante, non costituiscono un caso isolato.
(16 luglio 2005)