PRIMO PIANO - Beirut-Baku-Cheyan, il prossimo triangolo strategico del Great Game

La recente rivitalizzazione della missione delle Nazioni Unite in Libano (Unifil) potrebbe avere, oltre ai chiari motivi politici e strategici, un’ulteriore motivazione geopolitica. L’immediata convergenza della comunità internazionale verso un approccio multilaterale per porre fine alla guerra tra Israele e milizie Hezbollah sembra andare al di là dell’impellente e cruciale necessità di evitare un esiziale allargamento del conflitto. Il fatto che l’area nella quale è dislocata la missione sia prossima ad uno degli hub energetici che avranno maggior importanza nei prossimi anni, quello tra Azerbaijan e Turchia, potrebbe costituire una non chimerica chiave di lettura della complessa situazione del Vicino Oriente, dopo la guerra dei 43 giorni del giugno-luglio 2006. Le ingenti risorse messe in campo in Libano, se da un lato costituiscono un ripensamento parziale della strategia Usa post-11 settembre, con un approccio più multilaterale, dall’altro segnano anche un non irrilevante coinvolgimento europeo.

L’Europa sembra infatti decisa ad assicurarsi gli approvvigionamenti energetici di cui necessita, avendo ormai compreso che non può prescindere da una politica estera sempre più proiettata sul bacino Mediterraneo. L’inaugurazione nel maggio 2006 dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, destinato a trasportare il petrolio del Caspio dalla capitale azera al Mediterraneo Orientale, nonostante la sua anti-economicità fortemente voluto dagli americani (e per il quale c’è stato un notevole coinvolgimento politico-diplomatico delle amministrazioni Clinton e Bush), costituisce un’importante fonte di approvvigionamento alternativa a quella russo-bielorusso-ucraina, certamente non ancora messa in discussione, ma che tuttavia sembra risentire sempre più delle oscillazioni diplomatiche tra Russia ed Ue. Dato il suo percorso strategico, esso permetterebbe di bypassare il tradizionale corridoio russo-europeo in caso di frizioni tra Mosca e l’Europa, assicurando così approvvigionamenti cospicui, soprattutto se le stime riguardanti i giacimenti del Caspio verranno confermate. Certamente c’è il rischio concreto che la Russia di Putin cerchi di affermare in maniera decisa la sua influenza sulla Georgia del Presidente filo-occidentale Saakhashvili (l’oleodotto come detto attraversa il territorio georgiano e la capitale Tbilisi), stroncandone anche le ambizioni atlantiste. La Russia è infatti, secondo molti analisti, decisa a sfruttare l’attuale situazione di fluidità dell’assetto delle relazioni tra le grandi potenze per recuperare un ruolo importante in Eurasia.

La sicurezza dei rifornimenti petroliferi provenienti dal Mar Caspio, è un elemento rilevante per le future politiche energetiche europee. Inoltre, l’oleodotto azero-georgiano-turco si trova vicino alla base aerea americana di Incirlik, una delle più importanti per le operazioni militari nell’area. È ormai un dato di fatto la crescente importanza attribuita dagli Stati alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici futuri, come dimostrato anche dalle consistenti manovre cinesi in Africa, che costituiscono secondo molti una pianificata espansione politica ed economica del gigante asiatico. Ed anche i recenti accordi energetici russo-cinesi contribuiscono a dare un’idea dell’importanza ormai raggiunta da questi temi. La via del Caspio potrebbe costituire un’alternativa importantissima anche ai giacimenti sauditi ed iracheni, alla luce dell’attuale situazione di crisi nel Vicino Oriente, visto che i rischi per l’integrità territoriale irachena non fanno che acuire la necessità di corridoi più sicuri per il gas e l’oro nero. L’ostracismo internazionale nei confronti dell’Iran è un altro elemento che contribuisce a rendere cruciali strategicamente le riserve dell’Asia Centrale (non a caso il tracciato dell’oleodotto evita accuratamente il territorio iraniano), ormai divenuta anche area di frizione tra le sfere di influenza di Cina e Russia e teatro dello spiegamento strategico degli Usa post-11 settembre. Il nuovo Great Game del 21° secolo può dunque avere come oggetto anche le non irrilevanti risorse energetiche del Mar Caspio. È questo in parte il risultato della graduale estensione, negli anni ’90, dell’area di instabilità al Greater Middle East, vale a dire l’area attualmente di maggior interesse strategico per gli Usa, nonostante le innumerevoli difficoltà ed alcune prese di distanza dalla campagna irachena (su tutte quella di Richard Pearl, uno degli esponenti di spicco tra i Repubblicani neo-Con), ormai secondo molti assolutamente fallimentare.

Variabili economiche, strategiche ed energetiche condizionano e forgiano sempre più la politica estera delle grandi potenze, le quali peraltro si trovano in una situazione di grande fluidità nell’ambito dei loro rapporti. Persino gli Stati Uniti, forti della loro condizione di superpotenza, sembrano oggi in grande difficoltà rispetto alla necessità di coniugare considerazioni economiche con la necessità di reagire alle striscianti minacce alla loro egemonia globale. Nemmeno la strategia basata sui cosiddetti pivotal States, assai promettente sulla carta (soprattutto dato lo scarso impegno militare americano che presupponeva), sembra oggi praticabile. Gli schemi concettuali adottati dagli analisti vanno ormai rivisti molto rapidamente, a causa dell’insieme di dinamiche che sfuggono al controllo degli Stati nazionali. Tuttavia, se da un lato l’accresciuta importanza delle issues economiche è una conseguenza inevitabile della fine della Guerra Fredda, dall’altro è un segnale che dimostra come l’odierno assetto delle relazioni internazionali abbia la necessità di recuperare una dimensione più propriamente politica, per fronteggiare le sfide e le complessità che caratterizzano la globalizzazione.

Emanuele Di Girolamo
(12 dicembre 2006)

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