PRIMO PIANO - Da Falluja ai sobborghi di Parigi, quando le bande fronteggiano gli eserciti

Nella notte tra il 7 e l’8 novembre 2004 forze congiunte statunitensi (il primo reggimento dei marines, una task force di oltre 4.000 uomini) e della guardia nazionale irachena, con un pesante appoggio di aviazione e di artiglieria, hanno dato inizio all’operazione Phantom fury, volta ad espugnare e ripulire Falluja. Gli alleati hanno creato due trampolini di lancio, a nord-ovest e a nord-est, occupando due ponti strategici sull’Eufrate e investendo il quartiere Jolan, roccaforte dei ribelli. I marines sono avanzati in maniera metodica e hanno incontrato una dura resistenza, superata solo grazie al sostegno di mezzi corazzati e blindati, di elicotteri cobra e di squadre di tiratori scelti. La lotta è durata circa due settimane, a tutt’oggi non sono ancora state fornite le cifre complessive delle perdite subite da entrambi i fronti, anche se la Mezzaluna Rossa ha parlato di vera e propria emergenza umanitaria. Jonathan F. Keller, ex-ufficiale dell’esercito Usa e professore di Storia presso il Prince George School System del Maryland, ha scritto: «Gli insorti che hanno difeso Fallujah si sono rivelati un osso estremamente duro in quanto molti di loro erano determinati a combattere fino alla morte. Questa accozzaglia di persone equipaggiate in modo eterogeneo era in grado di infliggere pesanti perdite in quanto gli scontri avvenivano in un contesto urbano […] Cosa sarebbe accaduto se le forze americane si fossero trovate di fronte ben addestrati commandos siriani o guerriglieri Hezbollah?».

Solo un anno fa, il Pentagono stimava le forze in azione contro le truppe della coalizione nell’ordine di «qualche migliaio di miliziani»: oggi le stessi fonti parlano di oltre centomila terroristi operativi in Iraq, tra attivisti e appartenenti a reti di supporto. Si tratta di una realtà policentrica, sfuggente, in grado di scatenare un livello di caos e di violenza senza precedenti, e che proietta ogni giorno di più la propria forza sul territorio, estendendo la presenza di vere e proprie no go zone che vanno ben oltre le sacche di resistenza formatesi quasi subito nel triangolo sunnita. Questa insurrezione generalizzata sta portando ad una variazione dell’approccio tattico e strategico statunitense.

Fighting Global Counterinsurgency è il significativo titolo di un documento dell’American Enterprise Institute (www.aei.org), realizzato dagli analisti militari Thomas Donnelly e Vace Serchuk proprio sulla base dell’esperienza maturata nelle campagne in Afghanistan, Filippine e Iraq, oltre che in Bosnia, Haiti, Kossovo e Somalia: la priorità per il Pentagono non è più quella di vincere singole battaglie o guerre, ma di fronteggiare insurrezioni di lungo periodo. E per questo scopo non può esimersi dal dotarsi di un esercito imperiale. Per gli autori questa trasformazione sarebbe già in corso. «Non servono – si legge nel documento – grandi eserciti che partono per vincere rapidamente battaglie tradizionali e per poi tornare indietro, ma truppe altamente professionali che rimangono stabilmente sul territorio a fronteggiare le insurrezioni per garantire la stabilità politica». La priorità, dunque, diventa l’addestramento del soldato di fanteria che deve essere in grado di combattere quelle che Rudyard Kipling (ideologo ufficiale dell’imperialismo inglese) ha in modo assolutamente calzante descritto come «le selvagge guerre per la pace».

«La mentalità di un esercito imperiale è decisamente diversa da quella di un esercito di massa - afferma in proposito Eliot Cohen, docente di strategia alla Johns Hopking University - perché il soldato imperiale accetta di avere obiettivi indeterminati, impegni interminabili, e di affrontare quotidianamente scontri limitati: lo scopo di chi fa parte delle truppe imperiali è la sua stessa vita da soldato». Oltre a contingenti di truppe scelte schierate permanentemente sui singoli scenari, l’esercito imperiale sarà composto da elementi reclutati fra le popolazioni locali, come avviene oggi per l’esercito afghano e per la polizia di Baghdad. «Se al Qaeda ci attacca su scala globale, delegando per procura a singoli gruppi locali la realizzazione degli attacchi - si legge nel rapporto - noi dobbiamo rispondere delegando per procura a milizie locali il compito di fronteggiarli […]. Dall’Afghanistan alle Filippine al Corno d’Africa gli Usa hanno in campo truppe speciali per missioni definite open-ended, dal finale aperto, mentre si diffonde il ricorso a contingenti misti: pattuglie americano-kenyote sorvegliano i confini della Somalia, unità americano-filippine danno la caccia ai miliziani islamici di Abu Sayyaf». Nel paragrafo intitolato Dissipare gli spettri del Vietnam gli autori del documento indicano in J. F. Kennedy il primo presidente Usa ad aver compreso chiaramente la necessità di una «strategia globale anti-insurrezionale»: la richiesta di rinnovamento delle forze armate, fatta nel 1962 per contrastare «la minaccia delle insurrezioni comuniste nel Terzo mondo», non venne però compresa dal Pentagono e dal segretario della Difesa, Robert Mc Namara, che trattò la guerra del Vietnam come una guerra convenzionale.

«I futuri teatri di guerra - si legge sulle pagine del giornale della Scuola di Guerra dell’Esercito Usa, in un articolo intitolato Slumlords, i signori dei bassifondi - saranno le strade, le fogne, gli edifici a più piani, le aree urbane con distese disordinate di fabbricati che costituiscono le città disastrate del Terzo mondo». Le stesse posizioni vengono sono state espresse dal capitano dell’Usaf Troy Thomas in un articolo del 2002: «Nell’era industriale e post-industriale, le città sono diventate il centro della crescita economica. Allo stesso tempo la disordinata e rapida estensione dei centri urbani diviene una sorgente di instabilità e di potenziali conflitti, quando la sua “taglia” supera la capacità di un governo di provvedere alle necessità essenziali dei cittadini: la crisi dei sistemi urbani può portare persino al fallimento degli Stati». Il nuovo spazio di battaglia urbano va trattato con un approccio sistemico che solo può permettere di individuare sulla matrice i nodi in reciproca connessione. Quanto più è decentrata e non convenzionale la minaccia tanto maggiore è la difficoltà di individuare le interconnessioni “significative”: nella complessità dinamica delle città persino le relazioni tra causa ed effetto sono difficili da ricostruire. Thomas mette a confronto i centri urbani, “gerarchicamente” organizzati, le cui infrastrutture centralizzate sono facilmente demolibili da bombardamenti aerei (Belgrado) o da attacchi terroristici (New-York), con le baraccopoli periferiche del Terzo Mondo, sempre in estensione, organizzate in «sottosistemi informali, decentralizzati», in cui «non esistono progetti, e dove i centri di potere nel sistema non sono facilmente riconoscibili». Utilizzando come esempio «il mare di miseria urbana» che circonda Karachi, Thomas dipinge la sconcertante dimensione del «combattimento asimmetrico» nel cuore di territori urbani «non-nodali, non-gerarchici» contro milizie «fondate sul clan» spinte dalla «disperazione e dalla rabbia», citando ad esempio i bassifondi in continua espansione di Lagos e di Kinshasa. Proprio una analoga catastrofe - consumatasi tra i «canyon di cemento» di Mogadiscio del 1993, quando le milizie di Mohammed Farah Aideed inflissero pesantissime perdite ai Rangers, l’élite dell’esercito Usa - ha costretto gli strateghi statunitensi a ripensare la propria dottrina operativa nei centri urbani (doctrin for joint urban operation). Oggi questo approccio tende a trasformare le città «in un campo di battaglia che favorisce le potenzialità delle forze attaccanti esercitando pressioni su quelle nemiche e influenzando quelle amiche, sfruttando l’ambiente informativo e soprattutto la triade del combattimento nei centri abitati: terreno, infrastrutture e popolazione. Per far questo occorre assicurare libertà di movimento ai mezzi e capacità di impiegare al meglio il proprio superiore volume di fuoco». Per conquistare i centri urbani si deve quindi ricorrere ad una combinazione di tecnologia, muscoli, cervello e corazze. Viene auspicato il potenziamento delle strutture di intelligence sul campo (field intelligence) – supportate, oltre che dagli esploratori, da veicoli senza pilota, robot e sistemi di sorveglianza - finalizzate a fornire le indicazioni sulle posizioni dei nemici e dei loro spostamenti, al fine di orientare l’azione verso blitz di forze speciali in grado di colpire e decapitare i vertici delle strutture della resistenza. Sui nuovi campi di battaglia il nemico non è più un esercito regolare, ma è composto da bande di ribelli, insorti, guerriglieri e clan tribali.

In una recentissima monografia del marzo 2005, dal titolo Street gangs: the new urban insurgency, Max G. Manwaring, professore di strategia militare presso U.S. Army war college, porta alle estreme conseguenze questo approccio, denunciando i pericoli della crescita di nuovi attori non-statuali (le gangs) in grado di «accrescere la loro forza per garantire la propria libertà di azione ed espandere i propri traffici […] erodendo la legittimità e la effettiva sovranità degli Stati». Manwaring rileva una evoluzione delle diverse forme di bande, passate dall’intimidazione all’estorsione, dal traffico di droga alle attività criminali di più ampio respiro, all’ambizione di controllare interi territori senza governo o guidate da una classe politica e burocratica corrotta. Secondo l’autore il problema risiede nell’abitudine a leggere e a pensare a quello delle “bande” come «un semplice problema di pubblica sicurezza. Al contrario, le attuali bande di ultima generazione sono coinvolte in un atto politico di grande complessità: “la guerra politica”. A queste condizioni, gli eserciti e la polizia hanno il compito di provvedere alla sicurezza personale e collettiva. Mentre le istituzioni governative combattono le radici dell’instabilità e della “guerra politica”: ingiustizia, repressione, disuguaglianza e corruzione».

Salvatore Santangelo
(22 novembre 2005)

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