Marco Cochi
PRIMO PIANO - Amnesty International denuncia la piaga dei bambini-soldato
«Almeno 300.000 bambini e ragazzi stanno combattendo in una delle tante guerre che insanguinano il mondo. La maggior parte ha tra i 15 e i 18 anni, ma sono in gran numero anche quelli arruolati in età inferiore, tra i 10 ed i 14 anni, e vi sono testimonianze di reclutamenti di bambini ancora più giovani». Una drammatica realtà denunciata da Amnesty international, una delle principali Organizzazioni non governative per la difesa dei diritti umani nel mondo, che ha aggiunto anche che l’arruolamento di bambini soldato è in costante aumento per una serie di cause, tra le quali predomina l’utilizzo nei conflitti delle armi leggere, facilmente trasportabili e utilizzabili anche da adolescenti, dopo soli pochi giorni di addestramento. I ragazzi, inoltre, si assoggettano più facilmente degli adulti alla disciplina militare, non pretendono paghe e danno luogo a sporadici casi di diserzione. Il triste fenomeno ha avuto il suo apice in Africa, dove in diverse nazioni molti gruppi combattenti hanno fatto ricorso all’impiego di bambini, a cominciare dai ribelli mozambicani che negli anni Ottanta arruolarono migliaia di giovanissimi.
Tuttavia il bambino soldato non è nato in Mozambico. I libri di storia ricordano come negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale migliaia di ragazzi vestirono la divisa della Wehrmacht e della Hitler-Jugend per fermare l’avanzata dei carri armati dell’Armata Rossa giunti alle porte di Berlino. Gli Stati Uniti reclutano da sempre adolescenti che non hanno ancora raggiunto i diciotto anni di età, quando la Convenzione internazionale sui bambini soldato proibisce di chiamare alle armi i minori di sedici anni e di mandare in prima linea chi non sia divenuto maggiorenne. Non sono poche le nazioni che hanno mandato bambini in prima linea. In primo luogo l’Afghanistan dei Talebani, poi Angola, Sierra Leone (dove già 40.000 sono stati smobilitati), Costa d’Avorio, Sudan, Kosovo, Iran, Cecenia, Burundi, Ruanda e Myanmar. Altri governi, come quelli di Colombia, Uganda e Zimbabwe, hanno appoggiato formazioni paramilitari che impiegano bambini soldato. E in paesi come Indonesia e Nepal essi sono usati come spie o messaggeri. Senza dimenticare la loro massiccia presenza tra le file delle Tigri Tamil nello Sri Lanka.
Per tornare all’Africa, possiamo prendere in esame il caso della Somalia, dove nell’ultimo mese più di mille persone hanno perso la vita nella sola Mogadiscio, in un conflitto condotto dai signori della guerra che comandano eserciti di adolescenti per ottenere il controllo degli aeroporti, dei porti marittimi e dell’accesso ai sussidi internazionali. Nella Repubblica democratica del Congo (RdC), la sanguinosissima guerra civile cominciata nel 1997 per spodestare la cleptocrazia di Mobutu si è trasformata in una lotta che vede coinvolti più leader, di cui soltanto uno fa capo al governo: la posta in gioco è il possesso di legname, rame, oro, diamanti, coltan ed altre risorse. Tutte le parti in causa, secondo Human Right Watch, usano bambini soldato e le ultime stime riferiscono di 11.000 giovani di ambo i sessi attivi nei gruppi armati. Proprio sull’ex Zaire si è concentrata l’attenzione di Amnesty international che in un suo rapporto diffuso all’Onu rileva: «In alcune zone del paese, le bambine costituiscono meno del due per cento del totale dei minori rilasciati dai gruppi armati e registrati nel programma Ddr (Disarmament, demobilization and reintegration) nonostante esse costituissero circa il 40 per cento dei bambini arruolati dalle forze armate e dai gruppi armati». Nel corso di una missione nella RdC molte fonti hanno riferito all’organizzazione che i comandanti e i combattenti adulti non si sentono obbligati a rilasciare le bambine soldato, poiché le considerano come una loro proprietà sessuale.
Una delle pagine più dolorose della storia del continente africano è stata scritta in Uganda del Nord, dove dalla fine degli anni Novanta la milizia del Lord’s Resistance Army (Lra), agli ordini di Joseph Kony, si batte in nome della minoranza oppressa dal governo di Kampala. Secondo l’Unicef, la milizia ribelle avrebbe rapito oltre 12.000 bambini, costretti, da quello che è ormai un gruppo di psicopatici drogati che vivono nella giungla con schiere di giovanissime amanti, a compiere le azioni più efferate e crudeli, anche sui loro stessi familiari. Ovviamente a poco servono le regole internazionali (che spesso non rispettano neppure i governi), visto che chi utilizza i bambini soldato non è un’istituzione, ma un gruppo alla macchia. E a ben poco può essere utile l’eventuale azione della Corte Penale Internazionale (Cpi) dell’Aja, il tribunale permanente voluto dall’Onu per giudicare sui crimini di genocidio, di guerra e contro l'umanità, se motivazioni politiche e diplomatiche, poste dai governi in cerca d’accordo con i ribelli, intervengono a fermare il corso della giustizia. Senza dimenticare che è molto difficile il completo recupero di chi è cresciuto con un mitra in mano e con la convinzione che uccidere sia l’unico modo per sopravvivere. Le atrocità a cui hanno assistito questi ragazzi segneranno il resto della loro esistenza.
(15 maggio 2007)