PRIMO PIANO - Cina e India in prima fila per l’uranio australiano

L’elefante ha fame e contende al dragone le vie di approvvigionamento per le materie prime nel mondo: si riassume così la recente vicenda sul corteggiato e conteso uranio australiano, che è finita in prima pagina sui quotidiani asiatici venendo invece trascurata, con colpevole superficialità, dai media internazionali. Durante l’estate, approfittando dell’outing statunitense nei confronti dell’India, la Cina ha stretto accordi con il Pakistan di Pervez Musharraf, rivendicando il suo diritto ad aiutare i propri partner, anche se non firmatari del Trattato di Non Proliferazione nucleare (Tnp). Hu Jintao, in attesa della sua visita ad Islamabad programmata a fine anno, ha fornito un reattore nucleare civile e ne ha già messo in cantiere un secondo. Per tutta risposta, negli ultimi giorni l’India è entrata in pressing sull’Australia per acquistare una miniera di uranio ritenuta strategica dal governo di Delhi per alimentare il suo sviluppo industriale. La replica del primo ministro australiano John Howard (a sinistra nella foto con il ministro degli Esteri Downer) è equivalsa ad un secco no, anche se a denti stretti. Le motivazioni sono apparse il 25 settembre scorso sull’Indian Express per bocca dello stesso premier: “La nostra politica è quella di proibire la vendita (di uranio, N.d.R.) ai paesi che non sono firmatari del trattato nucleare di non proliferazione. Ma se l’India verrà incontro ai suoi obblighi, gli australiani vedrebbero come una cosa anomala vendere l’uranio alla Cina, ma non all’India”.

È dunque questo il vero nodo da sciogliere. La questione energetica si somma ad altre controversie che tengono ancora tesi i rapporti tra Cina e India, nonostante la distensione sull’antica disputa di confine nell’alto Himalaya, ed alimenta nuove incognite sulla partita a risiko che gli Usa stanno giocando con le rivali asiatiche. Howard infatti si è dimostrato inflessibile, ma in molti hanno interpretato lo stesso le sue parole come una grande apertura al governo indiano perché l’Australia è il primo alleato degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo globale e un baluardo degli interessi americani nel Pacifico. E per questo ha subito forti pressioni affinché cambi presto le norme che regolano la vendita all’estero di materiali sensibili. Camberra, secondo quanto sostengono gli esperti di politica internazionale della Casa Bianca, non deve contribuire in maniera sproporzionata al rafforzamento delle due superpotenze asiatiche: per impedire che le risorse australiane passino totalmente in mano cinese, queste ultime devono quantomeno essere condivise con l’India. Sulla possibilità di vendere uranio a Delhi, il fronte politico australiano non si è dimostrato compatto, nemmeno all’interno della compagine governativa. In un articolo apparso sul Sunday Morning Herald, a firma dell’opinionista Peter Hartcher, si è appreso che Howard ha dovuto piegarsi alle posizione del Ministro degli Esteri Alexander Downer, fortemente contrario ad un cambio della politica fin qui adottata. Il premier, incalzato dal governo indiano, si è impegnato in via informale ad appianare questi disaccordi quanto prima. “Gli Stati Uniti, la Russia e la Gran Bretagna hanno riconosciuto che abbiamo bisogno dell’energia nucleare e si sono attivate in questo senso, speriamo che lo faccia anche l’Australia” ha dichiarato M. K. Narayanan, consigliere per la sicurezza nazionale del primo ministro Manmohan Singh, aggiungendo che “un amico nella necessità è sempre un amico, questo è il principio guida”. All’occorrenza, le invocazioni indiane si sono trasformate in vere e proprie minacce quando lo stesso Narayanan ha fatto sapere che, siccome l’India è il quarto paese per le esportazioni australiane, non sarebbe soddisfatta di un rifiuto alla sua richiesta di vendita dell’uranio: “Il mio paese riterrebbe infelice una tale soluzione. La vedremmo come un passo indietro”.

Gli uffici diplomatici australiani in India si sono subito attivati per scongiurare una ritorsione commerciale che provocherebbe non pochi danni a Camberra. L’input di John Howard è chiaro: l’Australia, che fa parte del gruppo di 45 paesi fornitori di tecnologie e risorse nucleari, deve assicurare al partner indiano l’approvvigionamento del combustibile secondo i termini dell’accordo sottoscritto dal presidente americano George W. Bush nella sua ultima visita nel Subcontinente. Impedire che ciò avvenga, mentre altre nazioni del club già si sono dichiarate favorevoli (ultima in ordine di tempo il Sudafrica, N.d.R.) equivarrebbe a rimanere tagliati fuori da un mercato strategico dal punto di vista geopolitico e redditizio sotto il profilo economico. Ma far passare questa linea alla maggioranza di deputati in Parlamento e nell’opinione pubblica, che peraltro inizia dar segni d’insofferenza verso l’appiattimento australiano sulle posizioni aggressive degli Usa in politica estera, non sarà di certo facile. John Howard, già quattro volte primo ministro, è chiamato ad una nuova missione sulla quale si gioca la credibilità internazionale e l’unità interna del suo stesso esecutivo.

Roberto Coramusi
(2 ottobre 2006)

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