PRIMO PIANO - L’atomica continua a fare la differenza

L’emergere e l’affermarsi degli Stati Uniti come potenza egemone del “nuovo ordine mondiale” sono stati sicuramente facilitati, nell’ultimo decennio, dal fatto che l’America ha goduto di un ruolo guida - riconosciuto da tutto l’Occidente - per la sua preponderante funzione anticomunista durante la guerra fredda. Tutto ciò ha consentito agli Usa di poter facilmente utilizzare le proprie strutture di “comando e controllo”, concepite nel quadro della riconosciuta funzione egemone, per tentare di rinnovare la proprio leadership globale, che comunque non si giustifica più tanto nei rapporti di forza economica tra i vari Paesi del mondo, quanto in termini di potenza militare. Mentre per la maggior parte dei Paesi la fine della guerra fredda ha segnato un rilassamento dello sforzo militare, altrettanto non è accaduto per gli Usa; e proprio ciò ha loro permesso di disporre di una superiorità in tale ambito mai conosciuta precedentemente. In prospettiva, tra l’altro, questo divario è destinato ad accentuarsi, poiché in America tutta la ricerca è finanziata e orientata a fini militari (anzi, la ricerca in campo bellico ha funzione trainante per tutto il sistema Paese), mentre il resto del mondo sta dimostrando, per il momento, di avere altre priorità. Le estreme conseguenze di questo processo sono che, ad oggi, gli Usa non devono più temere rappresaglie nucleari: «è finita l’epoca della Mutua Distruzione Assicurata (MAD)». Lo sostengono Keir A. Lieber e Daryl G. Press, docenti di scienze politiche presso l’Università di Notre Dame (Indiana, Usa) e della Pennsylvania, in un articolo - The rise of US nuclear primacy - pubblicato sull’ultimo numero di Foreign Affairs (marzo-aprile 2006), il bimestrale del Council on Foreign Relations, uno dei più prestigiosi think tank americani dedicati alla politica estera. Per oltre quaranta anni le relazioni tra le grandi potenze nucleari sono state dominate dalla reciproca vulnerabilità ad una offensiva nucleare. Attaccare per primi voleva dire esporsi ad una rappresaglia egualmente distruttiva. Quest’epoca, secondo gli autori, è ormai al tramonto. E nei quindici anni trascorsi dalla fine della guerra fredda, le capacità nucleari militari degli Stati Uniti sono state sviluppate, ammodernate e perfezionate.

Oggi l’arsenale nucleare Usa è suddiviso in forze strategiche e forze di teatro. L’entità delle forze strategiche, in particolare, è limitata dal trattato di Mosca che gli Usa hanno sottoscritto con la Russia nel maggio 2002. Secondo il trattato entro il 2012 le testate strategiche schierate per entrambi gli Stati saranno ridotte a un numero compreso tra 1.700 e 2.200; le testate rimanenti saranno tenute immagazzinate con la possibilità di essere usate in caso di necessità. Dalla triade nucleare strategica della guerra fredda - costituita da bombardieri, missili intercontinentali balistici (Icbm) e missili balistici lanciati da sottomarini (Slbm) - si è passati a una nuova triade, della quale i tre sistemi di lancio costituiscono un solo vertice, mentre gli altri due sono costituiti da difese attive e passive e dalla capacità di risposta delle infrastrutture delocalizzate. Le capacità offensive, difensive, di supporto e di sopravvivenza, si integrano dunque in un unico sistema, e sono connesse tra loro da sistemi di comando-controllo, di intelligence e di pianificazione. L’arsenale delle armi di teatro comprende bombe d’aereo, missili da crociera lanciati da aerei e da bombardieri strategici, e missili Tomahawk con testata nucleare lanciati da sottomarini. Queste armi sono destinate a fornire il supporto a un comandante operativo di teatro che ne faccia richiesta. A questa esigenza, se necessario, possono essere destinate anche armi dell’arsenale strategico (I comandanti di teatro hanno la possibilità di schierare le armi nucleari e i supporti logistici necessari per il loro funzionamento, ma l’autorità per il loro uso rimane sempre al Presidente). Di contro, la Russia - che nel 1990 disponeva di un solido deterrente nucleare - non è stata in grado di tenere il passo. Il suo arsenale, in declino per tutti gli anni Novanta e oltre, non è oggi più in grado di assicurare una risposta ad una eventuale aggressione da parte degli Usa. «La quantità di bombardieri strategici russi è crollata del 39%, quella dei missili balistici intercontinentali del 58%, e dei sottomarini con missili balistici dell’80% (…) lo scadimento dell’arsenale russo è anche peggiore di quel che dicono le cifre (…) I radar russi sono attualmente incapaci di identificare il lancio di missili americani da sommergibili locati nel Pacifico».

Lo stesso discorso vale per la Cina, le cui dotazioni nucleari militari sono sempre state ridotte. Anzi, l’Impero di Mezzo sarebbe ancora più vulnerabile della Russia: «presto sarà possibile per gli Usa distruggere il potenziale nucleare di Russia e Cina con un singolo attacco».Quindi gli Stati Uniti sarebbero in grado di portare un attacco nucleare senza temere conseguenze, quantomeno sul piano militare. Il conseguimento del primato nucleare sembra corrispondere ad un disegno strategico preciso: quello di conservare le condizioni che assicurano il predominio globale degli Stati Uniti. Lo stesso presidente Bush lo ha chiaramente affermato nella Strategia di sicurezza nazionale del 2002: «Le nostre forze armate saranno capaci di dissuadere potenziali avversari dal ricorrere al riarmo nella speranza di superare, o uguagliare, la potenza degli Stati Uniti». In particolare, l’uso delle armi atomiche, viene descritto nella dottrina per le operazioni nucleari - Joint Publication 3-12 Doctrine for Joint Nuclear Operations - che nel 2005 ha aggiornato una precedente pubblicazione redatta nel 1995 durante l’amministrazione Clinton: il nucleare può essere usato come strumento di ritorsione contro attacchi di “State/non-State actor, nation/terrorist” effettuati con armi di distruzione di massa. Per quanto preoccupante, questa eventualità è in linea con gli intenti del documento, e soprattutto con la ricerca dell’effetto deterrente caratteristico delle armi nucleari, allo scopo dichiarato di mantenere ogni potenziale avversario nell’incertezza, complementare all’effetto di deterrenza. A meno che gli indirizzi di politica estera americana non subiscano un ri-orientamento il mantenimento del primato nucleare resterà tra le priorità del governo Usa.

Il peso politico della rivista che ha delineato questo nuovo scenario non poteva lasciare indifferente la Russia, il Paese che di fatto è “nel mirino”. Anche se nessuna risposta ufficiale è trapelata al riguardo, sulle pagine della prava sono stati pubblicati alcuni interventi di esperti di diverse Fondazioni culturali su quanto scritto su Foreign Affairs. Tra questi, Aleksei Arbatov del Centro per la Sicurezza Internazionale Imemo-Ran, ha ammesso che «nei prossimi 10-15 anni la Russia dovrà rammodernare la componente di terra della sue forze nucleari, per esempio i radar per l’allarme precoce antimissile. Se non lo farà, gli Usa conquisteranno un vantaggio decisivo. Ma la Russia ha i mezzi per farlo: per esempio, il nostro sistema missilistico Topol-10 non ha eguali al mondo; certo, bisogna fabbricarlo in quantità sufficienti (…)». E il generale Leonid Ivashov, vice-presidente dell’Accademia per i problemi geopolitici, commentando l’articolo ha affermato che esso: «è la prova che gli Usa adottano una politica di intimidazione (…) Non sono contenti del fatto che la Russia rafforzi i suoi rapporti con la Cina e, in parte, con l’Unione Europea. È anche il loro modo di rispondere all’annuncio di Putin che presto la Russia avrà un’arma capace di penetrare il loro “scudo” antimissile». Tuttavia, anche il generale ha parlato di una «condizione di grande vulnerabilità» da parte della sua nazione. Loris Rizzi, analista del Centro interuniversitario di studi e ricerche storico-militari, nel 1987 (quindi in piena guerra fredda) scrisse un volume che, alla luce di queste considerazioni, appare di straordinaria attualità: “Clausewitz - L’arte militare - L’età nucleare (Rizzoli)”. L’autore, partendo dall’esame dell’opera e del pensiero di von Clausewitz - e quindi dall’assunto che guerra e politica sono legate da un gioco dialettico («La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi») - cercava di individuare tutti gli spazi di manovra in cui l’azione politica potesse svolgere il proprio ruolo impedendo l’incombente tragedia atomica. Quindi, se è vero che la guerra ha una grammatica propria ma non una logica originaria, l’interrogativo che si impone è: «Può ancora la politica limitare la guerra giunta al grado di terribilità nucleare?».

Salvatore Santangelo
(23 maggio 2006)

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