PRIMO PIANO - Rimanere a galla nell’area indo-cinese, la difficile sfida dell’Asean

Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam sono gli Stati membri della poco nota Asean (Associazione delle Nazioni dell’Asia del Sud-Est, Association of South East Asian Nations). Nata nel 1967 con la Dichiarazione di Bangkok, quando contava solamente cinque membri fondatori, persegue le finalità tipiche di una organizzazione regionale: sviluppo economico, sociale e culturale, il mantenimento della pace e della sicurezza. I paesi in questione storicamente si sono dovuti confrontare con i problemi causati dalla vicinanza di due “fratelli maggiori” non sempre graditi: India e Cina. Si è pertanto verificata una situazione in cui, per ridurre le ricadute negative della apertura globale dei mercati, l’unica via percorribile è stata quella del graduale adeguamento alle trasformazioni imposte dalle evoluzioni economiche e commerciali degli ultimi quindici anni. “Una visione, una identità, una comunità” recita il Documento finale dell’ultimo vertice (Kuala Lumpur, dicembre 2005), che traccia il cammino intrapreso dagli Stati aderenti verso una integrazione politica ed economica più concreta. L’area dell’Asean è dotata di un mercato interno di circa 500 milioni di consumatori: un dato che, prendendo in considerazione i numeri riguardanti la popolazione Cina o dell’India, non risulta impressionante (raggiunge appena il 40% degli abitanti delle due superpotenze regionali) ma che rimane in grado di richiamare l’attenzione degli investitori stranieri. A questo si aggiunga che il tasso medio di crescita dei paesi dell’organizzazione si aggira sul 6%, grazie anche all’aumento degli investimenti interni e delle esportazioni, trainate principalmente da Beijing, principale cliente e fornitore.

La sfida dell’Asean è l’ovvia conseguenza della forte pressione commerciale esercitata dalle economie della cosiddetta Cindia, una sorta di incudine e martello dal quale Stati di modeste dimensioni singolarmente non potrebbero sottrarsi. L’unica soluzione possibile per guadagnare un discreto grado di indipendenza è stata pertanto individuata nel modus operandi che hanno posto in essere alcuni paesi dell’America Latina, quando hanno constatato che le loro economie nazionali non erano in grado di difendersi dalle strategie di aggressione degli Stati Uniti. E così i paesi asiatici hanno deciso di regolamentare le loro relazioni commerciali con Pechino firmando un accordo commerciale che prevede un sistema di regole di origine e progressiva riduzione delle tariffe. Sempre in occasione del vertice di Kuala Lumpur è scaturita la decisione di avviare i negoziati con l’altro colosso emergente, Nuova Delhi, che da tempo segnano il passo per l’impossibilità di accordarsi sulle norme relative al sistema delle preferenze generalizzate. Le scelte fatte sembrano dare conferma a chi sostiene che non è possibile liberarsi dei processi globali. Espansione della produzione e modifiche dei metodi produttivi sono elementi che permettono una maggiore mobilità dei capitali e la loro concentrazione nei settori più dinamici: in questo movimento si realizza l’integrazione del mercato mondiale. Mentre alcune economie dell’Asean, Malesia in testa, fanno parte ormai da decenni del cuore dell’industria mondiale, altri membri sono lontani anni luce dai simboli della modernità e, in alcuni casi, dall’efficienza imprenditoriale ed amministrativa. I paesi che, negli ultimi decenni, sono rimasti fuori dallo sviluppo dell’industria e del terziario, non possono (e non potranno) che rifugiarsi nell’agricoltura, conservando, a vantaggio dei soggetti più forti dell’area, lo status di economia rurale. Ma l’agricoltura è il settore più complicato da gestire al giorno d’oggi, in quanto i suoi operatori devono fare quotidianamente i conti non solo con le regole imposte dalla mondializzazione, ma anche con un emergente protezionismo.

Negli ultimi anni le cifre dell’economia messicana mostrano che i risultati del Trattato di libero commercio con gli Usa, sono stati negativi. E’ legittimo chiedersi se la Cina sarà tanto più generosa nei confronti del settore agricolo birmano considerando la sua scarsa propensione alla modernizzazione del sistema produttivo. Non meno importanti gli aspetti politici e sociali: l’autoritarismo laotiano è solo un esempio degli ostacoli alla integrazione dell’area, ma non meno rilevanti sono i problemi in Cambogia e Myanmar. Sembra, pertanto, anche alla luce del caso descritto, che la ricetta giusta per lo sviluppo sia, agli occhi di molti, la partecipazione al “gioco” del libero commercio. E’ delle ultime ore, per fare un altro esempio, che Colombia e Usa hanno siglato l’ennesimo trattato al riguardo nel continente americano, mentre solo l’attuale indecisione di Costa Rica non permette ancora la creazione del Cafta (Central America Free Trade Association). Come la Colombia, alcuni paesi dell’Asean sono quotidianamente alle prese con situazioni che fanno rabbrividire i puristi del diritto e delle libertà civili e democratiche. La partecipazione ad un aspetto della Comunità internazionale, quale è il commercio globale, deve essere, fine la tutela dei consociati del singolo paese, accompagnata da riforme interne che garantiscano che l’essere parti del gioco a tutti i costi non abbia ricadute sulla condizione dei singoli. E la spinta alla produzione può , senza dubbio, far dimenticare i passi ancora da compiere. L’integrazione politica ed economica di cui si è parlato a Kuala Lumpur, dovrebbe passare unicamente da una diversa regolamentazione del commercio. Se così fosse, difficile sarebbe pensare alla difesa dell’identità.

Eugenio Balsamo
(15 marzo 2006)

HOME

SEGNALA AD UN AMICO