PRIMO PIANO - L’America perdida

C’è un confine geografico che divide il continente americano in due realtà: dalla città di El Paso fino al Golfo del Messico scorre il Rio Grande che segna l’estremità tra Stati Uniti e centroamerica, ed è proprio sui sentieri che costeggiano il fiume che ha fine l’occidente e si stende imperterrita l’America Latina. La terra desaparecida apre le braccia ad un insieme di reticenze e superficialità davvero singolari. E’ il Sud del mondo, condannato a sottomettersi agli esperimenti delle politiche neoliberiste, alla miseria, alla morte, allo sfruttamento delle regole imposte dalle leggi del mercato e al saccheggio delle risorse e delle terre da parte dei paesi civilizzati e democratici. Secondo Luis Sepúlveda, scrittore errante cileno, l’America Latina confina a nord con l’odio e non ha altri punti cardinali. E proprio da nord, in questi giorni è arrivata la notizia della cifra del bilancio che il presidente americano ha approvato al suo parlamento: dei 2500 miliardi di dollari stanziati, solo uno sarebbe destinato agli aiuti per i paesi latinoamericani. Non basta, perché 734 milioni sarebbero devoluti all’operazione andina antidroga per distruggere le piantagioni di coca e contrastarne il mercato. La metà dei fondi, 550 milioni, per la sola Colombia. Soldi sicuramente ben investiti dagli Usa, perché con l’eliminazione del narcotraffico e la soppressione dei gruppi ribelli, si accelererebbe il processo per garantire nel paese gli investimenti a sostegno dell’Accordo di libero commercio in America (Alca). Pochissimi invece gli aiuti per il Brasile di Lula e per Cuba e Venezuela, dove sono invece concessi appoggi solamente agli anticastristi (15 milioni di dollari) e alle organizzazioni anti-Chavez.

Una storia che si ripete ormai da troppo tempo, un intero continente ricchissimo di risorse umane e naturali, dove per qualche oscuro -o chiaro- motivo l’80% della popolazione è costretto a vivere in povertà. Un continente dove l’informazione è manipolata, e le notizie che arrivano sono poca cosa in confronto a quanto realmente accade. In questo periodo, un’ondata di freddo insolito sta turbando il centroamerica e non si parla degli indios che muoiono per assideramento nel nord del Guatemala, o delle insolite inondazioni che stanno provocando vittime lungo le coste di Panama e Costa Rica. Per parlare di queste cose in America Latina bisogna aspettare che arrivi l’uragano Mitch e si porti via con se interi villaggi e popolazioni: informazione che, in questo caso, significherebbe prevenzione.

Del Messico si affronta sempre il tema dell’immigrazione e dell’eccessiva permeabilità della frontiera con gli Stati Uniti, senza poi risolvere il problema alla radice. Si omette quasi tutto sulla reale condizione del paese, sulla povertà che incombe e sulla guerra di bassa intensità che continua a logorare le popolazioni autoctone del Chiapas, dove più di 100.000 bambini non hanno accesso ai servizi scolastici. Questo è lo stesso paese di Marta Sahagun, la first lady messicana, fondatrice dell’organizzazione umanitaria Vamos Mexico, così premurosa per la sorte delle donne maltrattate e degli orfani della sua patria, che avrebbe devoluto in beneficenza solo il 30% delle reali entrate dell’associazione. La signora Fox è anche presidente della Croce Rossa, nonché dirigente onorario del Consiglio Nazionale per l’infanzia e l’adolescenza. Messico e nuvole.

Ultimamente un vento nuovo di speranza è nato in alcune regioni e sta soffiando su tutto il continente. Passa attraverso la politica progressista del brasiliano Lula che, mettendo un freno alle pretese del Fondo Monetario Internazionale per la restituzione dei prestiti, ha intrapreso la speranza di poterne fare a meno nel corso del nuovo anno. Una decisione importante per non dover più seguire le rigorose imposizioni del Fmi, cercando così di spostare l’asse degli intercambi economici in oriente. Una politica che sta dando i suoi frutti, un’economia in crescita e una reale alternativa agli ordini imposti, come quella del presidente venezuelano Chavez, che ha stabilito che l’estrazione petrolifera può essere realizzata solo da società con capitale a maggioranza statale. Un vento che accarezza le comunità autonome degli indios Maya che affermano il riconoscimento della propria esistenza, un vento che sicuramente non piace agli alti vertici di Washington. La Casa Bianca sta lasciando correre gli eventi perché attualmente impegnata nell’interminabile liberazione dell’Iraq e nel riallacciare rapporti, dopo le ultime divergenze, con il vecchio continente. Cosa accadrà quando gli States torneranno ad occuparsi di queste vicende? Il tempo passa sull’America, mentre da L’Avana Castro avverte che qualsiasi cosa dovesse accadere a Chavez, il responsabile principale sarà il capo del mondo libero George W. Bush.

Marcoflavio Giagnoni
(27 febbraio 2005)

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