PRIMO PIANO - Alla ricerca degli alleati perduti

George W. Bush, il 43° presidente degli Stati Uniti, è giunto in Europa. Nel corso dei colloqui dei prossimi giorni tenterà di spezzare lo scetticismo che accompagna da quasi cinque anni la politica estera della sua amministrazione. Sospetti e dissensi nati il giorno in cui il presidente si assunse la responsabilità storica di farla finita con Saddam Hussein. Un'opzione militare e storica voluta anche contro il parere dei suoi tradizionali alleati europei. Da quella data i rapporti con l’altra sponda dell’Atlantico si sono gradatamente raffreddati sino a giungere al pubblico ripudio americano verso la "Francia immemore nonché ingrata”. Il capo dell'Esecutivo è pertanto arrivato nel Vecchio Continente con due scopi primari, trovare l'appoggio politico degli europei sulla questione irachena e soprattutto, fatto di primaria importanza, coinvolgerli a livello politico e diplomatico sulla delicatissima questione che li contrappone alla Siria e all'Iran. I colloqui dei prossimi giorni assumeranno un'importanza fondamentale per il futuro di tutta l'area mediorientale. Dagli esiti degli incontri dipenderà non solo il futuro ruolo dell'Europa in quello scacchiere, ma anche l'esito della crisi che minaccia di colpire il Libano. La visita di Bush in Europa cade in un momento emotivamente storico per il suo paese. Gli Stati Uniti d'America, per la prima volta dalla loro fondazione si sentono assediati. La bomba atomica nelle mani della Corea del Nord e dell'Iran ha avuto l'effetto di far perdere allo “Zio Sam” quella sicurezza planetaria ereditata dalla supremazia nucleare. Una supremazia nata alla fine della Seconda Guerra Mondiale e che neppure l'Unione Sovietica, per ragioni legate ai dissensi interni ed alle difficoltà economiche, aveva mai seriamente minacciato. La fine delle certezze ha avuto termine giorni addietro, quando l’Iran ha fatto capire, non solo di non temere le minacce americane, ma di essere pronto a sostenere la Siria in caso di una qualsivoglia repressione occidentale nei suoi confronti. Bush nel corso dei colloqui con i presidenti di Francia, Ucraina, Germania e Italia sosterrà la necessità dell’unità occidentale per “diffondere la libertà”, un chiaro riferimento, quello del presidente, alla lotta contro quelli che lui definisce “gli Stati canaglia”. Interrogativi ai quali Bush esigerà una risposta chiara prima di agire, eventualmente da solo contro chi, a suo giudizio, rappresenta un pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti. Questa in definitiva è la chiave con cui deve essere interpretata la visita del presidente americano. Se queste valutazioni dovessero rivelarsi giuste l’Europa non potrà continuare a giocare allo scaricabarile nel timore, da un lato di incrinare i rapporti con quella che resta la più grande potenza del mondo, dall’altro di essere coinvolta in scelte impegnative e foriere d’impopolarità. Chiunque conosce la storia americana, come la sua Costituzione, sa che essa è permeata di pragmatismo, fattore per l’America di grandi conquiste come di catastrofici errori. I governi europei dovranno prendere atto che ciò che sta accadendo in Libano adesso, come in Siria, Iran ed Iraq necessita d’un piano globale d’interventi, che non può essere varato senza il pieno accordo dell’Onu e dell’Unione Europea. La cosa meno opportuna in questo momento sarebbe che dalla visita di Bush emergesse un’Europa indecisa o, ancor peggio, divisa su tutto.

Pierandrea Saccardo
(21 febbraio 2005)

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