Marco Cochi
PRIMO PIANO - La peste del XXI secolo
È trascorso più di un quarto di secolo da quando, in Africa, hanno iniziato a diffondersi i primi focolai di Aids, ma la temibile malattia continua implacabile a mietere vittime nei quattro angoli del continente fino a farla diventare un morbo evocativo di epidemie dimenticate. Lo dimostrano i dati annuali diffusi lo scorso dicembre dall’Unaids, che da soli commentano con efficacia la spaventosa velocità di propagazione del virus: un contagiato ogni otto secondi, 11.000 al giorno, 8.000 decessi quotidiani. Quasi 40 milioni i malati, 2,6 in più rispetto al 2004. La regione più martoriata dall’Hiv resta l’Africa subsahariana, dove il numero di infezioni, in controtendenza con il resto del mondo, continua a crescere di anno in anno. Qui il resoconto dell’Unaids è apocalittico: oltre 28 milioni di sieropositivi, 2,8 milioni di nuovi casi (il 65 per cento dei 4,3 del mondo intero) solo lo scorso anno, mentre i decessi per cause legate alla malattia sono stati 2,9 milioni. Negli ultimi vent’anni la speranza di vita in Africa subsahariana si è ridotta da 62 a 47 anni ed entro il 2010 raggiungerà i 40 anni. Il dato che colpisce maggiormente è quello per cui il 59 per cento dei malati sono donne. In generale si considera che le ragazze tra i 15 ed i 24 anni corrano un rischio quattro volte superiore rispetto ai coetanei di contrarre il virus e il tasso di morte per Aids tra le donne tra i 25 ed i 34 anni si è moltiplicato per cinque dal 1997, mentre per gli uomini tra i 30 ed i 44 è poco più che raddoppiato.
La situazione è particolarmente grave anche per i bambini. Secondo un rapporto redatto lo scorso novembre dal Centro di ricerca per la salute riproduttiva dell’Università di Witwatersrand con sede a Johannesburg, nell’Africa subsahariana ogni anno 1,6 milioni di bambini, molto spesso figli di madri sieropositive che gli hanno trasmesso il virus al momento della nascita, muoiono prima di giungere al primo mese di vita (tra di essi circa 500.000 non superano il primo giorno). Tutto ciò in mancanza delle più elementari cure sanitarie. L’emergenza più critica a livello di decessi infantili si registra in Liberia dove muoiono 66 neonati su 1.000. Per fare un confronto, in Giappone sempre su 1.000 ne muoiono meno di due. Non lontane dai livelli liberiani Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Nigeria, Uganda e Tanzania. Eppure, stando allo studio dei ricercatori della Witwatersrand, fino ad 800.000 bimbi all’anno potrebbero essere salvati in tempi brevi con ragionevoli interventi sanitari ed a costi relativamente bassi data l’ampiezza dell’intervento e la posta in gioco: circa un miliardo di dollari. Mentre nell’Africa subsahariana continua la strage degli innocenti, cresce anche il numero degli orfani che hanno perso i genitori a causa dell’Aids. Una vera e propria catastrofe umanitaria che attualmente conta tra i 10 ed i 12 milioni di orfani. Con questa tendenza entro 4 anni saranno almeno 18, la maggior parte dei quali sieropositivi. Dunque, a causa del morbo, la generazione di mezzo è ormai in buona misura falcidiata e quella che avanza appare avviata verso la stessa tragica deriva.
La situazione più tragica del continente, almeno stando ai dati ufficiali, appare quella dello Swaziland, dove si valuta che circa un terzo della popolazione adulta sia sieropositiva. Ma dati molto preoccupanti giungono anche da Zambia, Malawi, Lesotho e Botswana. In quest’ultimo paese, dove oltre un terzo della popolazione attiva (il 37,3 per cento) è sieropositiva, nel maggio 2002 la speranza di vita era di poco superiore ai 27 anni, come nel diciannovesimo secolo. Quasi cinque anni dopo nell’ambito del National Strategic Plan 2003-2009, l’ex colonia britannica ha però segnato importanti traguardi in vari ambiti, tra cui l’aumento dei test volontari, la prevenzione della trasmissione madre-figlio e soprattutto un importante incremento delle cure antiretrovirali ed aiuto medico-economico ad orfani e malati. In Malawi lo sviluppo del paese è seriamente minacciato dall’alto indice di Hiv/Aids, che colpisce il 14,4 per cento della popolazione tra i 15 e i 49 anni. Purtroppo nella terra del lago Niassa si è corsi troppo tardi ai ripari, considerato che un programma di interventi governativi volto a combattere e prevenire la malattia è stato adottato solo nel 2004.
Piccoli miglioramenti nella lotta all’epidemia si sono registrati anche in Kenya e in Tanzania. Stabile invece l’Uganda, che per prima affrontò il problema apertamente molti anni fa, quando tutti lo negavano. Nell’ex protettorato britannico la diffusione dell’Hiv negli anni Novanta è scesa dal 17 al 6 per cento delle persone a rischio. Il Senegal con una percentuale di contagiati inferiore al 2 per cento, costituisce un’eccezione nel quadro generale dell’Africa subsahariana. Il governo di Dakar ha dimostrato un forte impegno politico nell’istituire un buon programma di prevenzione nei confronti delle malattie sessualmente trasmissibili, che ha contribuito al mantenimento di tassi epidemiologici bassi. Ed è importante sottolineare che il sostanziale successo nella strategia adottata per contenere il contagio del virus è stato raggiunto utilizzando un numero limitato di risorse. Anche lo Zimbabwe rientra nella breve lista dei paesi in cui le infezioni da Hiv sono in calo, qui la lotta all’epidemia fa parte integrante del nuovo piano di sviluppo Nedpp (National Economic Development Priority Programme), nell’ambito del quale si sono registrati segni di ripresa, anche se un ampio studio che ha coinvolto quasi diecimila persone appartenenti a quattro diverse fasce socioeconomiche ha rilevato che oltre il 20 per cento della popolazione attiva è ancora contagiata dall’Hiv. Un dato che però molti ritengono ottimistico confortati anche dal netto calo delle puerpere sieropositive, che da un 30-32 per cento degli anni scorsi sono scese al 24. Discorso a parte per il Sudafrica, tuttora epicentro mondiale della pandemia. dove le stime valutano circa 5,4 milioni di sieropositivi su 47 milioni di abitanti. Ma uno studio patrocinato dalla Banca per lo Sviluppo dell’Africa Australe e della Banca Mondiale ha dimostrato che circa due milioni di esse ignorano di essere stati contagiati dall’Hiv, cosa che produce un effetto devastante, poiché essendo all’oscuro del loro stato d’affezione rischiano di ampliare geometricamente il contagio. Lo studio rileva anche come in assenza di misure idonee, non solo sarà impossibile raggiungere parte rilevante degli Obiettivi di sviluppo del millennio (Osm) elaborati nello storico vertice del settembre 2000 alle Nazioni Unite, ma il numero dei malati e delle vittime crescerà esponenzialmente, portando il numero dei decessi dai 120.000 del 2005 ai 635.000 stimati per il 2010.
Per anni molte ong si sono battute perché gli antiretrovirali fossero distribuiti dal sistema sanitario nazionale sudafricano, ma hanno subito l’ostracismo del presidente Thabo Mbeki, che ha più volte messo in dubbio il legame tra Hiv e Aids e l’efficacia dei farmaci usati per contenere la pandemia e prolungare la vita dei malati, tanto che nel 2003 il governo era stato costretto dalla sentenza di un tribunale ad avviare un programma pilota di distribuzione degli antiretrovirali. Lo scorso settembre la vicepresidente Mlambo-Ngcuka ha deciso di istituire l’Operation Plan for Comprehensive Hiv and Aids Care, Management and Treatment, ma il piano non ha ancora dimostrato di essere una soluzione efficiente al problema. Uno degli aspetti più devastanti a livello sociale è costituito dal fatto che l’Aids colpisce soprattutto i giovani, privando in tal modo l’Africa di una parte consistente della sua forza lavoro. Tale situazione minaccia di sconvolgere il sistema economico e politico di molti paesi del continente, i cui governi sembrano incapaci di aiutare i cittadini. «In alcuni paesi ––scrive il mensile francofono Afrique Magazine – più del 50 per cento della popolazione pensa che chi non presenta alcun sintomo della malattia è necessariamente sano, e i rapporti sessuali non protetti sono la regola. Molti sono convinti di ammalarsi perché vittime di un sortilegio da parte di un collega invidioso o di una moglie abbandonata, e fanno ricorso a stregoni e ciarlatani».
La cortina di silenzio e di pregiudizi che ha avvolto per troppo tempo l’Aids è stata una delle principali cause della sua rapida diffusione, ma oggi la malattia è al centro del dibattito mondiale. Si elaborano politiche di prevenzione, si diffondono farmaci per il suo trattamento, si reperiscono fondi per combatterla. Del resto nessun Paese al mondo, ricco o povero, è stato risparmiato dall’Aids, ed è stato da tempo smentito anche il pregiudizio che l’infezione potesse diffondersi soltanto tra le cosiddette categorie. Molti governi nazionali e la stessa Comunità internazionale stanno mettendo a punto programmi su vasta scala, i progressi nella cura della malattia sono rapidi e i costi dei farmaci vanno diminuendo, aumentando il numero di persone che possono accedere alle cure. Ciò nonostante, si fa ancora poco perché alla globalizzazione della malattia non corrisponde ancora la globalizzazione delle opportunità per la sua terapia. Purtroppo, a beneficiare dei progressi della medicina nella lotta all’Aids sono solo i paesi industrializzati. I malati occidentali possono permettersi il lusso di assumere i cocktail di antiretrovirali, che negli ultimi anni hanno trasformato il letale morbo in un’affezione cronica a lunga sopravvivenza, mentre i poveri africani continuano a morire come mosche a causa del virus.
(12 marzo 2007)