Ferdinando Milicia
PRIMO PIANO - Fiori d’arancio tra Pechino e Mosca
Russia e Cina non rimangono alla finestra: dopo le intese commerciali e militari di questi anni, lo scorso marzo è arrivato il grande accordo energetico tra i due giganti, la carta mancante, o per meglio dire l’asso vincente per l’Impero di Mezzo. Lanciata verso uno sviluppo frenetico, la Cina ha un estremo bisogno di fonti energetiche per sostenere la sua espansione economica e allo stesso tempo migliorare la posizione di potenza emergente. E se in passato aveva trovato qualche ostilità nelle dinamiche di approvvigionamento, oggi con il nuovo asse russo cadono tutte quelle riserve che gli analisti avevano frapposto tra la crescita esponenziale e una prevedibile frenata della sua economia. E andando a guardare con attenzione le intese energetiche tra i due paesi si resta col fiato sospeso, soprattutto, nel prevedere tutte le ricadute economico-finanziarie positive che negli anni avranno Russia e Cina.
Il quinto incontro in meno di un anno tra il presidente russo, Vladimir Putin e quello cinese, Hu Jintao (insieme nella foto), si è concluso con una stretta di mano e la sigla di tre accordi sul fronte energetico. Il primo è nel settore del gas e ha come firmatari i due colossi energetici nazionali, China National Petroleum (Cnpc) e Gazprom, gli altri due riguardano il petrolio, prevedendo la costruzione di un oleodotto dalla Siberia all’Oceano Pacifico. Per ora nei protocolli commerciali si è dato grande risalto alla via dell’oro blu: la prima intesa prevede la realizzazione di due gasdotti che serviranno a rifornire la Cina di gas naturale, ma entro il 2011 ne sarà costruito uno solo. L’altro, allo studio con il nome di “Altai”, con una lunghezza di 3 mila chilometri, è destinato a passare attraverso il confine occidentale tra Federazione Russa e la Repubblica Cinese. Il varo di questo progetto è stato annunciato a Pechino, nel giorno della firma degli accordi, dal presidente Vladimir Putin. La costruzione dell’Altai richiederà, stando alle parole del leader del Cremlino un investimento di 5 miliardi di dollari, senza l’intervento di capitali cinesi. Un tubo dalla capacità imponente: fino a 80 miliardi di metri cubi di gas l’anno, da attingere nei giacimenti di Sakhalin nella Siberia occidentale e quelli della Siberia orientale, vicini al confine con la Mongolia, gli stessi da cui viene rifornita l’Europa. Ma di fronte alle preoccupazioni del Vecchio Continente, sempre più spaventato da riduzioni alle forniture, Putin ha fornito le sue rassicurazioni: «Mosca è determinata a diversificare le sue capacità nell’export e a trovare nuovi mercati, ma senza dubbio adempierà agli obblighi assunti secondo gli accordi con tutti i partner, sia in Asia che in Europa». Rassicurante è stato anche Aleksei Miller, numero uno di Gazprom: «i nostri giacimenti in Siberia occidentale possono bastare per l’Europa, per la Russia e anche per la Cina. L’Europa era e sarà il principale mercato per Gazprom». Ma gli analisti iniziano a chiedersi sino a quando e come mai, si pensi proprio ai giacimenti della Siberia orientale per rifornire la Cina, dalla circoscrizione autonoma Yamalo Nenezk, mentre il progetto relativo ai giacimenti di Kovykta è definito da Miller “una delle varianti” allo studio.
La Russia, in questa fase, sta cercando in ogni modo di riguadagnare un posto al sole nell’economia internazionale, vendendo i gioielli di famiglia, petrolio e gassu tutti, ma non solo. La vicenda Gazprom ha gettato una luce chiarissima sul fatto che attraverso l’energia si sta giocando la partita più importante sullo scenario geopolitico mondiale. La Russia, infatti, non ci sta a farsi circondare da ex Repubbliche Urss gravitanti oggi verso l’area Euro-Usa-Nato. Così, come non è stata mai digerita la “rivoluzione arancione” ucraina che ha portato al potere Yuschenkho, così oggi non ci sta a vedere discusso l’esito elettorale in Bielorussia dove il Presidente uscente, Alexander Lukashenko, in puro stile comunista d’annata, ha riscosso ben l’82% dei consensi. Tutto questo acquisisce maggiore consistenza se visto nella prospettiva che la Bielorussia consentirebbe di spostare gli assi degli oleodotti e dei gasdotti in alternativa a quelli ucraini. Da qui la delicatezza della rivolta di piazza, l’ipotesi dei detrattori comunisti che ritengono che dietro quelle manifestazioni vi sia la longa manus degli Stati Uniti come accaduto a Kiev.
Altrettanto importante è per la Cina l’accordo con Putin, soprattutto sul piano strategico come sostiene Margherita Sportelli, sinologa e docente presso l’istituto italo-cinese a Pechino. La Cina si sente forte, il centro del centro, ma ha bisogno della Russia, soprattutto quando si trova faccia a faccia con la sfida energetica. Secondo la sinologa «la Repubblica Popolare è orgogliosa del suo ruolo di forza economica centrale e lascia volentieri alla Russia, almeno per il momento, il primato militare. In un equilibrio che nelle istanze - e nei peggiori incubi statunitensi - dovrebbe essere a tre, annoverando anche l’India». E seguendo questa linea di estremo rigore pragmatico, la Cina capitalista ha dapprima sottratto con un atto di forza, il petrolio kazakho all’India con degli accordi con la più grande impresa petrolifera locale (Petrokhazakhstan) e successivamente ha stipulato accordi con Nuova Delhi per fare cartello internazionale sul petrolio, sia per il controllo dei prezzi, sia per la gestione di imprese congiunte nell’estrazione e nella distribuzione. Oggi, improvvisamente, ha rafforzato l’asse alternativo, stipulando accordi con la Russia. L’India se ne avrà certamente a male. Ma i pragmatici cinesi, come sappiamo, seguono la teoria del gatto di Deng Xhiao Ping: «Non è importante che un gatto sia nero o bianco purché catturi i topi». Franco Apicella su Pagine di Difesa tra altre cose scrive già nel novembre 2005: «Sembra che Pechino sia ansiosa di aprire un nuovo corso e che Mosca invece voglia farsi desiderare». Secondo il comunicato congiunto, quello attuale nelle relazioni russo-cinesi sarebbe «il migliore periodo nella storia. Le principali aree di cooperazione sono state individuate negli scambi commerciali e scientifici, nei programmi spaziali e nell’energia. E’ stato fissato come obiettivo un valore degli scambi commerciali tra i 60 e gli 80 miliardi di dollari entro il 2010 e l’ammontare di 12 miliardi di dollari per gli investimenti cinesi in Russia entro il 2020». Insomma, in economia come in amore, vincerebbe chi fugge. E gli accordi energetici di Putin dello scorso 21 marzo confermerebbe questo antico motto.
(8 agosto 2006)