Politica estera americana: i vuoti di potere si colmano, sempre

Ormai i segnali sono molti, sono concordanti e sono univoci. Al cambiamento della postura strategica degli Stati Uniti nei vari quadranti regionali corrisponde, sempre, un nuova distribuzione di potere tra gli attori regionali. Durante i due mandati di Obama questo fenomeno ha fatto la sua comparsa in maniera molto evidente, anche grazie ai rinnovati attivismo e assertività di grandi potenze come la Russia e di medie potenze quali la Turchia e l’Iran.

Politica estera americana: i vuoti di potere si colmano, sempre - GEOPOLITICA.info (cr: AFP/Dominick Reuter)

Ha così trovato conferma l’adagio secondo il quale in politica gli spazi vuoti si colmano sempre. Niente di più vero, in un’epoca nella quale, pur con accenti e gradazioni diverse, le Amministrazioni americane –pur apparentemente così eterogenee tra di loro – hanno reso chiaro un disegno comune: limitare la proiezione della potenza americana ai soli contesti e situazioni in cui ciò sia ritenuto realmente strumentale all’interesse nazionale, e, cosa ancor più rilevante, largamente accettato da un’opinione pubblica stanca di accollarsi i costi di un “overstretching” ormai passato di moda.

Come era naturale che accadesse, i segnali dell’arretramento americano hanno prodotto effetti di larga scala, e, si potrebbe profetizzare, anche di lungo periodo. I segnali che Washington ha lanciato al mondo non sempre sono stati di natura concreta e materiale, quali ad esempio il ridimensionamento dei contingenti militari dispiegati in alcune parti del mondo. Ancor più significativi sono risultati, agli occhi di alleati e avversari, i segnali di natura psicologica, ossia quelli che incidono non tanto sulla reale capacità degli Stati Uniti di esercitare concretamente il proprio potere, quanto sulla percezione diffusa della loro volontà di farlo. Come argomentato da Joseph Nye Jr nel suo “Fine del secolo americano?”, i razionali su cui si misura la potenza degli Stati presentano una realtà ben diversa dal declinismo che connota buona parte del dibattito pubblico statunitense: Washington resterà a lungo leader incontrastata in termini militari, politici, economici e commerciali. Del fascino culturale è ancor meno lecito dubitare, non apparendo all’orizzonte un modello alternativo che possa affascinare “le menti ed i cuori” come ha fatto l’America dalla fine della seconda guerra mondiale in avanti. Più correttamente, se è vero che sono emersi modelli politici dotati seducenti a livello regionale, non esiste ancora un contraltare culturale universale al soft power degli Stati Uniti.

Chiarito che non siano i fondamentali del potere a scricchiolare, vale dunque la pena chiedersi che impatti produca il ripensamento del ruolo americano nei vari contesti geografici in cui tale dinamica sta già, ormai da tempo, prendendo piede. Lo ha fatto, di recente, il New York Times, pubblicando una serie di reportage dai luoghi –Iraq e Afghanistan su tutti- in cui al venir meno dell’influenza americana fa da contraltare l’emergere di vecchi e nuovi competitori, pronti a colmare il vuoto di potere generato dal combinato disposto di un governo locale debole e della ritirata a stelle e strisce. In Afghanistan, ad esempio, sta accadendo ciò che solo pochi anni or sono sarebbe stato impensabile. Un’alleanza innaturale –sotto ogni punto di vista- ma tatticamente sensata tra talebani e segmenti della Repubblica iraniana. Alleanza apparentemente  innaturale, dati gli assunti ideologici su cui si fonda il movimento talebano stesso, l’antica e accesa rivalità tra gli eredi di Khomeini e quelli del Mullah Omar e la lunga scia di sangue versato da ambo le parti nella guerra a bassa intensità che li ha visti contrapposti (fatta di attentati, omicidi mirati, rappresaglie ma pur sempre guerra). Alleanza tatticamente sensata, perché oggi non c’è più un solo, comune nemico da combattere – i sempiterni Stati Uniti – ma due. A Washington si è aggiunto quello Stato Islamico che, con la sua comparsa tra le montagne afghane, rischia di scardinare i già precari equilibri locali, lasciando serpeggiare un nuovo dubbio. E se i talebani fossero il meno peggio? Nemici giurati, certo, ma meno brutti, sporchi e cattivi dei tagliagole che insanguinano il Medio Oriente ed il Nord Africa e, con le loro emanazioni locali, l’Europa e il mondo intero. Ecco, dunque, la dimostrazione che al vuoto di potere generato dall’arretramento americano corrisponde l’emersione di nuovi attori, disposti anche al patto col diavolo pur di appropriarsi di una sfera di influenza prima loro preclusa. Tutto ciò avviene mentre l’amministrazione Trump non ha ancora elaborato un piano di azione per il Paese. Il punto, forse, è proprio questo: non solo l’arretramento, ma anche il tentennamento producono vuoto. E il vuoto si riempie sempre.