Perché l’entrata in scena di Trump potrebbe paradossalmente giovare ai rapporti tra Stati Uniti e Cina

Per quanto sia prematuro formulare un giudizio sulla politica estera di Donald Trump, vi sono elementi abbastanza chiari rispetto ai rapporti con gli alleati occidentali dai quali, come il neo-presidente degli Stati Uniti ha perentoriamente affermato nel suo primo discorso al Congresso americano, Washington esige un più solido contributo alle spese della Nato e l’accettazione di misure protezionistiche atte a riequilibrare l’interscambio oggi nettamente negativo per gli Stati Uniti.

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Non si conosce ancora, invece,l’atteggiamento di Trump nei confronti dell’Asia e soprattutto della Cina.L’idea generale è che sarà altrettanto spavaldo o comunque tale dagenerare un clima da guerra fredda, se non addirittura di aperta ostilità. Ciò nondimeno, non è da escludere, anzi è addirittura verosimile che i rapporti degli Stati Uniti con la Cina possano divenire più definiti e stabili di quanto non lo siano stati durante gli anni di Obama.

A tale riguardo è opportuno ricordare che la politica estera di Obama è stata segnata dallo spostamento del baricentro dell’impegno sia economico che militare americano, dall’Europa e soprattutto dal Medioriente verso il continente asiatico. Detto in poche parole, tale strategia, conosciuta sotto il nome di “Pivot to Asia”, aveva l’obiettivo di arrestare l’inglobamento nella sfera geopolitica cinese dei paesi orientali e del Pacifico sudoccidentale.

A parte le disastrose conseguenze venutesi a determinare nel Medioriente con l’intensificazione del conflitto siriano e la virulenta ascesa del califfato islamico, il riposizionamento strategico degli Stai Uniti, non solo non ha raggiunto il suo obiettivo, ma ha anche acceso pericolose contese territoriali nonchéistigato il Giappone a riarmarsi.

A complicare ulteriormente il quadro, vi è stato l’atteggiamento ambiguo del governo Obama che, mentre cercava di contenere l’influenza della Cina sui paesi dell’area asiatica, si mostrava al tempo stesso aperto a favorirne lo sviluppo economico e a significative forme di collaborazione in campo tecnologico e ecologico.

Pechino guardava a tutto ciò con malcelato nervosismo trovandosi costretta, per non prestare il fianco alla vecchia guardia del partito comunista cinese e non incrinare il suo prestigio internazionale, ad avventurose iniziative “muscolari” come la dichiarazione unilaterale di sovranità sul Mare Meridionale Cinese ed a impossessarsi di schegge di territori marini come le isole Spratly e Paracel, praticamente inabitabili, ma ritenuti ricchi di gas e petrolio.

È alla luce di questo ingarbuglio diplomatico che la Cina potrebbe trovare nel governo Trump una controparte, seppur più agguerrita, più chiara e credibile con cui trattare. Tanto più che Trump non sembra avere mire di egemonia planetaria ritenendo che la sua missione sia soprattutto quella di rinverdire il mito della grande America avvolta su se stessa e scarsamente interessata alla realtà esterna se non per questioni che tocchino i suoi interessi o interferiscano sulla sua prerogativa di muoversi e agire a suo piacimento nel mondo.

Tra le questioni extranazionali che Trump non può ignorare vi è sicuramente l’ascesa della Cina come nuova superpotenza economica e militare, e il rischio che una Cina sempre più forte e intraprendente possa ledere il suo piano di “make America greatagain”. Gli occorrerà dunque stabilire patti chiari e, se non amicizia, intesa lunga su ciò che la Cina potrà fare nel contesto internazionale senza che gli Stati Uniti debbano ricorrere alle maniere forti per impedirglielo. Non a caso Trump ha annunciato ingenti stanziamenti per nuovi armamentiessendo convinto che, solo con un’accresciuta forza militare, Washington potrà indurre, non solo la Cina, ma anche la Russia, ad accettare accordi che delimitino il loro raggio di azione.

Occorrerà vedere quanto la Cina sia disposta a concedere e cosa chieda come contropartitama tutto lascia pensare che, traun susseguirsi di contrasti, alla fine un accordo sarà trovato. La Cina infatti non ha alcuna convenienza ad alimentare una situazione di dissidio ad oltranza con gli Stati Uniti che destabilizzerebbe la sua politica interna ed esterna e nuocerebbe al processo di riforme messo in attocon lungimiranza dal suo presidente plenipotenziarioXi Jinping.

Si prospetta, dunque, pur tra inevitabili momenti di tensione, una chiarificazione dei rapporti tra Washington e Pechino la quale confermerà il paradosso di una Cina comunista che si trova storicamente più a suo agio nel trattare con politici occidentali conservatori piuttosto che con quelli progressisti.

È cosa nota agli studiosi di storia della Cina contemporanea che quando Mao Zedong incontrò nel 1972 l’allora presidente repubblicano degli Stati Uniti  Richard Nixon, espresse la sua simpatia per i politici di destra. “Mi piacciono i destristi” disse Mao a Nixon aggiungendo di essere “comparativamente contento quando persone di destra salgono al potere”.

Quarantacinque anni dopo quello storico incontro che fu architettato dall’allora segretario di stato Henry Kissinger (significativamente inviatoda Trump in avanscoperta a Pechino nonostante i suoi 93 anni suonati), la Cina si trova oggi di fronte un presidente americano che più di destra non si può e verificherà presto se le simpatie “destriste” di Mao avevano una qualche ragione di essere.

Forse il presidente Xi Jinping, pur non essendone sicuro, lo spera, visto che dopo l’elezione ha immediatamente inviato un messaggio a Trump auspicando che i due paesi collaborino per sviluppare le loro relazioni “da un nuovo punto di partenza”.  Questo desiderio di ripartire da capo la dice tutta su quanto la Cina fosse insoddisfatta dei rapporti con l’America di Obama e quanto sperasse sul fallimento della corsa alla Casa Bianca da parte di Hillary Clinton. Nel suo periodo come segretario di stato, la Clinton era infatti vista in Cina come l’ideatrice della strategia “Pivot to Asia” e la promotrice di una politica di screditamento della Cina agli occhi del mondo sulla base di asserite mire espansionistiche e di mancato rispetto dei diritti civili.

La Cina ha senz’altro molta strada da fare nel campo dei diritti civili ma attaccarla pubblicamente a più riprese su questo terreno mentre sta strappando a condizioni di secolare arretratezza economica centinaia di milioni di suoi cittadini è indice di miopia politica oltreché di supponenza diplomatica.

Da Trump la Cina si attende non prediche né atteggiamenti arroganti ma un franco e costruttivo confronto che porti ad un accordo stabile e affidabile. Non si può dare per scontato che ciò avvenga ma esistono le condizioni che potrebbero rendere Xi Jinping concorde con le affermazioni di Mao.

È in altre parole possibile che, smentendo ogni funesta previsione, Trump acconsenta a quella sorta di “grandbargain” ovvero di grande patto che la Cina attende da lungo tempo: una ridotta presenza americana nelle acque del pacifico occidentale in cambio del sostegno della Cina su questioni estranee alla sua regione e l’impegno a non ingerirsi nelle faccende del vicinato degli Stati Uniti.

È probabile che Taormina, che ospiterà alla fine di maggio il vertice G7, sarà teatro del primo cruciale incontro a quattr’occhi tra il neopresidente americano e il capo supremo della Repubblica Popolare Cinese.