Gabriele Natalizia
STATI UNITI - Una chance chiamata tsunami
Sarebbero 156 mila, secondo le stime ufficiali, le vittime del maremoto che ha colpito Indonesia, Sri Lanka, Maldive, Thailandia, India, Somalia e, con effetti meno tragici, gli altri paesi che si affacciano sull'Oceano Indiano. Una stima, si teme, destinata ad un'ulteriore correzione al rialzo. Il Ministro per gli affari sociali di Giakarta ha ufficializzato la cifra di 104.055 suoi connazionali deceduti a causa della furia dello tsunami. Ma anche per chi ha scampato il pericolo, la sopravvivenza non sarà facile. Gran parte delle aree colpite rimarranno per mesi senza gas, luce e carburante.
La catastrofe poteva essere evitata. Erano stati registrati movimenti anomali del sottosuolo dal sistema di allerta dell’isola di Giava, ma nessuno sapeva a quale autorità di competenza trasmettere l’allarme, mentre i pochi che erano stati avvertiti perdevano tempo prezioso in un lugubre gioco allo scaricabarile. Le zone più arretrate economicamente non potevano comunque essere salvate vista l’inesistenza di efficienti mezzi di comunicazione. Il Segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, ha dichiarato che: “Occorrono subito 977 milioni di dollari per i primi soccorsi a cinque milioni di persone”. Intanto al vertice per gli aiuti umanitari è stato deciso che una parte dei fondi raccolti verranno destinati alla creazione di un centro di monitorizzazione per questo versante di Oceano, con l’intento prevenire ulteriori disastri.
L’Occidente non è rimasto insensibile di fronte alla strage del 26 dicembre. In Europa, forse per un eccesso di zelo, Francia ed Italia si sono contese il fantomatico ruolo di coordinatore degli aiuti dell’Unione, senza tenere in considerazione l’Olanda, presidente di turno del semestre passato, e il Lussemburgo, suo successore dal 1 gennaio, cui sarebbe spettata di diritto il controllo sulle spedizioni. L’emergenza fa gola a tutti. Mettere il proprio marchio su un’operazione che salverà la vita di così tante persone è una pubblicità a cui nessun governo vuole rinunciare. Soprattutto quello degli Stati Uniti.
Durante i primi tre giorni successivi al disastro la Casa Bianca sembrava aver sottovalutato la portata dell’evento. George W. Bush aveva preferito chiudersi nel silenzio del suo cottage a Crawford in Texas, piuttosto che tornare nella capitale per stabilire con i suoi collaboratori i dettagli di un intervento doveroso per una nazione che è assurta alla posizione di leader planetario. Il think tank neoconservatore, non fiutando aria di business facili, aveva continuato ad occuparsi delle improbabili elezioni del 30 gennaio in Iraq. D’altronde pietra angolare della politica estera americana degli ultimi anni è stato il sistematico tentativo di impedire la formazione di potenze concorrenti capaci di estendere la loro egemonia su Medio Oriente, Asia centrale ed Europa. Nessuno al Pentagono era dunque pronto a offrire una risposta immediata contro un pericolo che non provenisse dal terrorismo islamico. Il mondo si è trovato di fronte ad una vera e propria vacatio di potere, terminata solo dopo l’annuncio con cui George W. Bush s’impegnava a stanziare 35 milioni di dollari in favore delle vittime della calamità, fornendo il destro all’accusa di avarizia lanciata dal sottosegretario dell’Onu Jan Egeland.
Superate le prime esitazioni però, Washington ha capito l’importanza di cogliere un’occasione irripetibile per ristabilire il suo tradizionale appeal, fondato su democrazia e solidarietà, ma incrinato dalle campagne militari intraprese in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001. I 35 milioni di dollari inizialmente promessi, pari allo 0,0001 per cento del Pil nazionale, si sono trasformati in 350 (257 milioni di euro). La tentazione di voler monopolizzare le operazioni di soccorso ha lasciato il posto alla volontà di cooperare sotto l’ombrello del Palazzo di Vetro, in nome di un riscoperto multilateralismo. Il Segretario di Stato uscente Colin Powell è stato incaricato insieme al fratello del presidente Jeb Bush, governatore della Florida, di partire alla volta dei paesi colpiti dallo tsunami per ribadire come gli Stati Uniti non siano ostili all’Islam. La portaerei Abraham Lincoln è giunta per prima a largo delle coste indonesiane. Gli uomini dello US Army hanno così potuto dare un contributo indispensabile nel salvare la vita a migliaia di cittadini della nazione musulmana più popolata del mondo, dove da tempo covava l’odio verso la potenza americana, ben catalizzato da un pericoloso gruppo fiancheggiatore di al Qaeda, la Jemaah Islamiyah.
L’apparizione di Bush jr. affiancato dal padre e da Bill Clinton, è servita a dimostrare quanto la solidità della strategia globale statunitense vada oltre le divisioni politiche interne. La presenza di due illustri predecessori in un momento chiave per le relazioni internazionali, ha conferito l’investitura di cui aveva bisogno un presidente accusato di nutrire mire imperiali. Gli Usa mostrano nuovamente il loro “volto buono”, quello del sogno americano esportato su scala globale, mettendo da parte la retorica del “con noi o contro di noi” tanto cara a Paul Wolfowitz e soci. Ma non è tutto oro quello che luccica. Sulla questione degli aiuti si gioca una partita parallela oltre a quella del semplice rilancio d’immagine. La Casa Bianca ha la chance giusta per riaffermare la sua influenza su tutta l’area che fa da “cortile di casa” del colosso cinese, considerato il principale antagonista dell’America nel XXI secolo. Pechino si è lanciata per la prima volta in un’operazione umanitaria, pur avendo registrato a sua volta alcuni danni e dieci morti, con l’impegno di Hu Jintao di donare circa 65 milioni di dollari per l’emergenza. Ciò nonostante il fatto che i paesi colpiti si siano rivolti quasi esclusivamente a Usa e Ue, dimostra che la “Terra di mezzo” deve ancora lavorare sulla sua affidabilità per imporre la propria figura sulla scena globale. Chi vuole comandare deve anche saper aiutare.
Gli Stati Uniti hanno appreso questo insegnamento sin dai tempi del Piano Marshall. Il sistema internazionale scaturito dalla Conferenza di Yalta prima e dalla caduta del muro di Berlino poi, dipende sempre meno dalla forza militare e sempre più dall’attaccamento e la condivisione dei valori americani da parte del resto del mondo.
(13 gennaio 2005)