Marco Cochi
STATI UNITI - Tribunali speciali per i nemici degli Usa
A sole tre settimane dalle elezioni di midterm, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha firmato il Military Commissions Act. La nuova legge che crea un sistema giudiziario militare per i sospetti terroristi e fissa le norme per gli interrogatori costituisce una legittimazione della strategia adottata da Washington nella guerra contro il terrorismo. La controversa misura, frutto di lunghe battaglie parlamentari per cercare di rispondere alla bocciatura da parte della Corte Suprema del sistema di tribunali speciali creato da Casa Bianca e Pentagono dopo gli attentati di cinque anni fa, autorizza, con l’avallo del Congresso, l’istituzione di commissioni militari che dovranno giudicare i detenuti accusati di terrorismo. La Corte Suprema nel giugno scorso aveva bloccato un piano analogo messo in atto autonomamente dall’amministrazione per processare i sospettati di terrorismo attraverso tribunali militari ad hoc, definendolo in aperto contrasto con le leggi americane ed internazionali.
È stato proprio a causa di quella sentenza che Bush ha avuto bisogno del via libera da parte del Congresso, ma il percorso per giungere all’approvazione della contestata misura è stato tutt’altro che semplice. All’opposizione dei democratici e delle associazioni per i diritti civili, il mese scorso si è aggiunta la rivolta di tre influenti repubblicani conservatori: il possibile candidato alla Casa Bianca John McCain, l’esponente dei conservatori del sud Lindsay Graham e il capo della commissione più influente del Congresso John Warner. I tre avevano proposto un testo di legge molto più moderato, e solo a seguito di intense trattative Bush è riuscito a ricucire l’imbarazzante spaccatura all’interno del proprio partito su una questione tanto importante per l’amministrazione. Le nuove norme delineano anche le regole a cui, d’ora in avanti, dovranno adeguarsi uomini dell’intelligence e militari nell’interrogare presunti terroristi. La Cia potrà però proseguire indisturbata con il proprio programma di prigioni segrete in giro per il mondo, la cui esistenza, sospettata già da tempo e denunciata in particolare da molti governi, era stata confermata solo sei settimane fa dallo stesso presidente Bush, che lo aveva definito “uno strumento vitale” nella lotta al terrorismo.
Dopo l’11 settembre 2001, i servizi segreti americani hanno di fatto rapito i sospettati di terrorismo, li hanno segretamente trasferiti oltreoceano, solitamente in paesi dove non sono in vigore tutele contro la tortura. Qui sono stati interrogati con tecniche coercitive e detenuti a tempo indeterminato in prigioni segrete. La nuova legge rende legali tali procedure, che senza l’approvazione da parte del Congresso avrebbero dovuto chiudere i battenti. La legittimazione dei programmi speciali della Cia ha affrontato dure opposizioni sia in casa sia in Europa. L’Aclu (American Civil Liberties Union) non ha esitato a definirla “una delle peggiori misure sulle libertà civili mai messe in atto nella storia americana”, mentre molte associazioni per i diritti umani sono dell’opinione che il presidente americano abbia di fatto riscritto l’articolo 3 della Convenzione di Ginevra. Oltre alle violazioni dei diritti umani, gli oppositori della misura, in particolare i legali militari, hanno sostenuto che i soldati americani potrebbero un domani essere sottoposti allo stesso trattamento da parte del nemico, e che la libertà con la quale la Convenzione di Ginevra è stata interpretata potrebbe incitare altri paesi a staccarsi dagli standard internazionali per il rispetto dei diritti umani e il trattamento dei prigionieri di guerra. Sotto accusa anche la creazione di prigioni segrete. Un comunicato di U.S. Citizens For Peace & Justice, un´organizzazione di americani che vivono a Roma, rivela che la Kellogg, Brown & Root, filiale del gruppo Halliburton, il cui amministratore delegato tra l’ottobre 1995 e l’agosto del 2000, era quel Dick Cheney che oggi rappresenta il numero due dell’amministrazione, si sarebbe aggiudicata un contratto per 385 milioni di dollari per costruire centri di detenzione, le cui località non sono state rivelate.
Dure critiche sono giunte anche da parte di molti governi europei. Nel mirino l’utilizzo durante i processi di testimonianze ottenute attraverso la coercizione, l’impossibilità degli imputati di vedere le prove accusatorie nei loro confronti, il divieto agli stessi di appellarsi a corti federali americane e la negazione dell’habeas corpus, cioè il ricorso per contestare una detenzione ritenuta ingiusta. La misura sarà applicata solo ad un numero limitato di detenuti selezionati dall’esercito e lascerà invariata la situazione della maggioranza dei 14.000 detenuti custoditi dagli Stati Uniti, la maggior parte dei quali in Iraq. Il Pentagono aveva inizialmente selezionato 10 detenuti nel carcere speciale di Guantanamo, ai quali si sono successivamente aggiunti quattordici presunti capi di Al Qaeda che si trovavano nelle prigioni segrete della Cia, ponendo le basi per i loro processi.
Nei giorni scorsi i super prigionieri sono stati visitati per la prima volta da personale della Croce Rossa Internazionale e adesso per loro si apre la prospettiva di processi che si annunciano storici. Fino a oggi, solo una persona è stata processata negli Stati Uniti per l’11 settembre: il francese di origini marocchine Zacarias Moussaoui, condannato all’ergastolo per quello che è risultato essere un ruolo solo marginale negli attentati. Adesso, a finire di fronte alle prime commissioni militari create dagli Usa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, dovrebbero essere tra gli altri la mente, il braccio operativo e il cassiere dell’11 settembre: il pachistano Khalid Sheikh Mohammed, ritenuto dagli Usa lo stratega dell’attacco, lo yemenita Ramzi Binalshibh. che avrebbe coordinato i 19 terroristi-kamikaze e Mustafa Ahmed al-Hawsawi, un saudita accusato di aver gestito gli aspetti finanziari dell’operazione. Ma i tempi si preannunciano lunghi, perché il Pentagono ritiene che serviranno almeno 1-2 mesi per mettere a punto tutte le procedure per i nuovi tribunali. Fino ad oggi, solo 10 dei circa 435 detenuti ancora presenti a Guantanamo sono stati formalmente rinviati a giudizio. Gli altri attendono ancora una incriminazione formale. Circa un centinaio di loro, peraltro, sono già stati ritenuti dal Pentagono pronti per essere rilasciati e non saranno quindi incriminati. Il loro destino resta comunque incerto: come ha rivelato il Washington Post, anche i paesi alleati soprattutto in Europa che protestano contro Guantanamo (come nel caso della Gran Bretagna) non si stanno dimostrando disponibili ad accogliere i prigionieri anche se sono loro cittadini.
(25 ottobre 2006)