Marco Leofrigio
STATI UNITI - L’Africa torna al centro della strategia di Washington
L’ammiraglio statunitense Alfred Tayer Mahan è noto per aver coniato il termine Sea Power, che secondo la sua teoria si realizzerebbe in presenza di alcune condizioni: una forte potenza navale; una grande flotta commerciale; un cospicuo numero di basi in punti di transito strategici. Non a caso Mahan prese a modello l’Impero Britannico, in cui la potente Royal Navy e le numerose e ben attrezzate Compagnie commerciali ne costituivano la spina dorsale. Nonostante sia passato quasi un secolo dalla sua scomparsa, alcuni dei punti cardine del suo pensiero restano validi, alla luce della rinnovata attenzione della Casa Bianca nei confronti dell’Africa. Dopo gli eventi spartiacque dell’11 settembre, gli Stati Uniti hanno ripreso in considerazione la grande valenza strategica e geo-economica di un continente che molti studiosi hanno definito “dimenticato”, per almeno tre macro-obiettivi: combattere il terrorismo internazionale; contrastare la crescente presenza cinese; cercare di assicurarsi il controllo delle cospicue fonti di approvvigionamento energetico e dei minerali di cui sono ricchi molti Stati di questo angolo del globo.
In quest’ottica la strategia della Casa Bianca ha puntato alla “riconquista dei cuori e delle menti” africane, ovvero dei loro governi, attraverso l’utilizzo di robusti aiuti economici. Da qui la conseguente erogazione di finanziamenti, variabili da paese a paese, e la conduzione di programmi di addestramento per le forze armate, quelli che sono esplicitamente definiti nei documenti del Dipartimento di Stato key african countries. In particolare la geografia dei finanziamenti statunitensi privilegia, attualmente, la delicatissima area del Corno d’Africa e, all’estremo opposto, l’Africa Occidentale. Esplicativo risulta un dato su tutti: il capitolo di fondi che va sotto la voce Foreign Military Financing prevede circa 14,8 milioni di dollari destinati all’Africa, di cui due milioni di dollari per la sola Etiopia e ben quattro milioni di dollari per Gibuti. Tuttavia l’interesse del gigante americano si è manifestato anche nella ricerca di alcune basi aereo-navali stabili, al fine di proiettare la forza militare e di peace-keeping sulle aree strategiche del continente nero: una ricerca di nuove basi fisse che andrebbero ad integrare i numerosi aereporti di appoggio (in gergo chiamate lily-pad) presenti in paesi come Gabon, Kenya, Senegal, Uganda. A coronamento del nuovo approccio è giunta l’istituzione di un comando militare con la responsabilità esclusiva sul continente africano: l’Africom.
Secondo quanto ha dichiarato il Contrammiraglio Robert Moeller, responsabile del team implementativo di Africom, il nuovo Comando dovrà raggruppare tutte le competenze operazionali di teatro, prima disperse tra ben tra differenti strutture (European, Central e Pacific Command). La sola eccezione sarà l’Egitto che rientra, per ovvi motivi, nel teatro mediorientale. I suoi compiti si focalizzeranno soprattutto nella pronta risposta ad eventuali crisi regionali, ma anche sull’assistenza umanitaria e l’intervento in catastrofi naturali, senza dimenticare l’addestramento di un contingente di pace africano che dovrebbe raggiungere l’ambiziosa cifra di 75.000 soldati. In particolare l’obiettivo della strategia del Pentagono è di arrivare a possedere due ampie basi aereo-navali sull’asse mediano est-ovest del continente africano. Una è queste è Gibuti, presa in “prestito” dai francesi, che è diventata la sede della Task Force Combinata per il Corno d’Africa per le operazioni di lotta al terrorismo, iniziate con Enduring Freedom: fin dal 2002 il Combined Joint Task Force - Horn of Africa opera dalla base di Camp Lemonier, ex quartier-generale della Legione Straniera francese. Qui sono dislocati oltre a reparti dei Marines, della Marina, dell' Aviazione e dei servizi anche un migliaio di uomini delle Forze Speciali di pronto impiego. Dal luglio 2006, la base di Camp Lemonier è diventata il punto di partenza logistico-operativo delle operazioni, condotte in collaborazione alla fanteria e ai mezzi blindati etiopici, contro le Corti Islamiche che avevano preso il potere nel giugno dello stesso anno, in quel failed State quale appare oggi la Somalia.
Sul quadrante occidentale gli Stati Uniti sembrano aver individuato nell’arcipelago di São Tomé e Principe la migliore risposte alle necessità logistiche, nello strategico Golfo di Guinea, ma le trattative con il locale governo sono ancora in corso. Nel frattempo l’Air Force utilizza saltuariamente l’aeroporto di São Tomé, dove dovrebbe essere installata una potente rete radar della Us Navy nell’ambito dell’iniziativa di lotta alla pirateria, che vedrà coinvolti Benin, Gabon, Mauritania, Senegal, São Tomé e Togo. Secondo le dichiarazioni rilasciate a Dakar nelle scorse settimane dal Vice-Ammiraglio John Stufflebeem, a capo della Sesta Flotta con base a Napoli, sarà necessario poter implementare anche il sistema elettronico di riconoscimento delle navi (Ais - Automatic Identification Systems) basato su un network di stazioni radar del valore di oltre 18 milioni di dollari. Stufflebeem ha comunque aggiunto che gli Stati Uniti «non cercano di stabilire una presenza permanente nell’arcipelago di São Tomé». In ogni caso oltre al controllo indiretto delle risorse di idrocarburi e minerali dell’area del Golfo di Guinea, la probabile nuova base di Africom potrebbe acquistare una rilevanza sempre maggiore anche rispetto al rischio, segnalato in aumento da molti osservatori, di implosione del regime nigeriano.
(13 giugno 2007)