Pierandrea Saccardo
STATI UNITI - Altri quattro anni di guerre?
Ad una settimana dalla conferma di Bush alla Casa Bianca emergono già in linea di principio gli orientamenti e le strategie dei prossimi quattro anni di presidenza repubblicana. In una intervista al Financial Times, il segretario di Stato americano, Colin Powell (nella foto) ha testualmente dichiarato: "La politica estera Usa resterà aggressiva nel senso che affronteremo tutte le sfide e le questioni aperte senza esitazioni". Un linguaggio pragmatico senza voli pindarici lasciati al "forse o al vedremo", quello di Powell, che qualcuno afferma essere in odore di dimissioni ma che però parla al plurale, segno che alla Casa Bianca si stanno mischiando le carte per ragioni diplomatiche e strategiche.
L'America repubblicana di Bush, uscita rafforzata dalla corsa alla Sala Ovale sembra pertanto decisa ad abbandonare la politica del trattato diplomatico legato alla bocca del cannone. A rafforzare questa convinzione sono giunte le dichiarazioni del sottosegretario di Stato Stephen G. Rademaker, più che un braccio destro per il presidente. Parlando dell'Iran Rademaker è stato più che esplicito quando ha affermato: "Abbiamo detto ai nostri alleati europei che non saremo d'ostacolo ai loro sforzi per raggiungere una qualche soluzione diplomatica con l'Iran" aggiungendo poi i suoi timori per i progetti di Teheran sulle armi nucleari. L'America ha così fatto intendere che non solo la mediazione europea per dirimere la crisi tra Usa e l'Iran non ha persuaso, ma che proseguirà sulla sua strada anche se ciò dovesse condurre ad una opzione militare preventiva. Dichiarazioni alla luce del sole quelle che giungono da Washington, che unite ad un pragmatismo non lasciano spazio ai compromessi. Mai nella storia americana un presidente era apparso così deciso e determinato.
Incurante dell'opinione mondiale, George Bush si accinge ad esercitare il suo mandato tra rischi planetari ed incognite. E' soltanto l'attuale presidente americano il responsabile della tensione mondiale creatasi con l'Iraq, Corea ed Iran? Non è Bush, è l'America tutta che ha deciso di reagire, è il suo sistema legato ad una leadership, ereditata da Truman e forse non voluta completamente che oggi sta conducendo il più potente stato del mondo a dover fronteggiare situazioni, sottovalutate per decenni e che potrebbero portare, presto o tardi a situazioni di non ritorno. Mentre noi in Italia giochiamo al "Re travicello" con partiti e fazioni che discutono sul ritiro dei nostri soldati, il grande scacchiere formato da eserciti, divisioni e strumenti di distruzione rendono sempre più preoccupante il quadro internazionale. Dominano nel frattempo le parole, parole, parole mentre l'ultimo numero del Bulletin of Atomic Scientist rivela che: "L'Iran ha sufficienti capacità per produrre combustibile per i suoi impianti ad uso civile, così per arricchire l'uranio che serve a produrre una bomba". Difficile prevedere cosa dirà e farà l'America dinnanzi a questa minaccia. Di certo la vista di questo costante proliferare di impianti atomici, dall'Iran alla Corea impone il porsi inquietanti interrogativi sul futuro dell'umanità.
Carter come Clinton, una lunga serie di errori commessi, dall'Iran alla Somalia. E' pertanto sbagliato affermare che le guerre del presente o quelle che potrebbero esplodere in futuro siano da addebitare a Bush. Quella di George W. si presenta come la più difficile presidenza della storia americana stretto com'è da una stampa, in gran parte "liberal" e decisa a perdonargli poco o nulla. Infatti, solo chi conosce i meccanismi insiti nell'anima degli americani può comprendere le contraddizioni che incredibilmente muovono il motore dell'America. Ad esempio, Sydney Schanberg, premio Pulitzer nel 1976 per i suoi servizi dalla Cambogia, ex direttore del New York Times, di religione ebraica e democratico tempo fa sollecitava i suoi colleghi giornalisti a non dimenticare: "Il nostro incondizionato coro di approvazione quando il presidente Lyndon Jhonson ci ingannò con la storia del Golfo del Tonkino". Evidente pertanto che la sindrome dell'umiliazione patita all'epoca dagli americani nelle risaie del Vietnam riemergono di fronte ai rischi di una guerra su larga scala. Eppure, per le ragioni dette prima, Bush si trova obbligato a percorrere la strada più pericolosa che un presidente americano abbia mai affrontato nella sua storia, perché è il suo stesso popolo che la vuole.
Un fatto che forse stupisce noi europei,abituati da secoli all'arte della diplomazia, ma non certo gli americani poco propensi a filosofeggiare sulle ragioni del bene e del male. Tant'è che in questo momento l'America si accorge di aver foraggiato per decenni nemici come la Cina o Corea, popoli epidermicamente allergici per storia e cultura ai concetti di democrazia e liberismo L'America si accorge adesso che la storica partita di ping pong giocata a Pechino nel 1975, ebbe l'effetto di mettere in moto, grazie al parziale disgelo che ne derivò, la macchina industriale del grande paese asiatico. Gli Stati Uniti adesso non solo temono la Cina sul fronte commerciale e finanziario, ma paventano i possibili rapporti tra Pechino e Teheran, con cui è stato concluso un accordo da 100 milioni di dollari che dovrebbe garantire a per 25 anni forniture di gas naturale. Ma l'incubo dell'amministrazione Bush rimane il programma nucleare iraniano. In un rapporto pubblicato a novembre la questione è stata esaminata sotto diversi aspetti; quello tecnico, quello politico, quello dei rapporti con l'Aiea di Mohamed El Baradei, che ha iniziato le ispezioni dal 2002. E'certo che gli americani hanno chiesto una presa di posizione del Consiglio di Sicurezza, richiesta non appoggiata dall'Europa. Fatto questo non da sottovalutare in quanto dimostra, oltre le parole di circostanza, che la visione globale sulle strade da intraprendere contro la proliferazione nucleare ed il terrorismo, dividano sempre più l'Europa dagli Usa. Dunque per Bush si prospetta una presidenza ostica a causa delle difficoltà che incontrerà sia all'interno del proprio paese sia nei rapporti con l’Europa.
(12 novembre 2004)