Gabriele Natalizia
STATI UNITI- Nuovi scenari dopo la distruzione
È trascorso meno di un lustro dall’attacco sferrato dai terroristi di al Qaeda alle Twin Towers, che gli Stati Uniti sono costretti ad affrontare un nuovo disastro destinato a fare epoca. Diametralmente opposte sono però sia le cause che gli effetti dei due eventi. La tragedia dell’11 settembre era il frutto dei piani deliranti di un commando convinto della possibilità di restaurare il califfato nella penisola arabica del terzo millennio e della capacità dello sheik Osama bin Laden di muoversi con disinvoltura nel mondo dell’alta finanza. La recente sciagura, al contrario, è stata provocata da una natura che, di tanto in tanto, torna a ricordare la caducità della pretesa di dominare attraverso la tecnica quelle leggi che hanno scandito i ritmi del pianeta sin dalla notte dei tempi. E dalla noncuranza con la quale è stata garantita l’immunità a quel modello di sviluppo “insostenibile”, capace di generare profitti enormi per alcune lobby a fronte di pericoli di carattere globale.
Sin dagli anni ottanta, nei documenti ufficiali delle Nazioni Unite risulta chiara la denuncia in merito alla relazione diretta tra l’incremento delle emissioni dei combustibili fossili e l’aumento della pericolosità dei fenomeni atmosferici estremi, quali gli uragani. A ribadire questa teoria è intervenuto un recente studio condotto dal Massachussets Institute for Technology che ha individuato nel global warming il maggiore responsabile della devastazione causata da Katrina. La Casa Bianca sotto questa prospettiva non è esente da colpe: a prescindere dall’inquilino di turno si è sempre mostrata contraria al protocollo di Kyoto, in base al quale gli stati aderenti si impegnano a ridurre le emissioni di biossido di carbonio in proporzione alle quote loro assegnate. Ma si trova in buona compagnia: anche Pechino, Nuova Delhi e Canberra se ne sono chiamate fuori. I quattro paesi insieme producono circa il 40% del gas serra prodotto sul pianeta: la loro mancata adesione rischia di vanificare le già flebili speranze suscitate dall’accordo. Il disastro forse non sarebbe stato evitabile, ma la sua intensità poteva essere quanto meno limitata in presenza di una coscienza ambientale più sensibile.
Quale futuro si prospetta ora all’orizzonte? Innanzitutto le conseguenze della distruzione di buona parte di New Orleans. Sono molte le differenze che dividono la capitale della Louisiana e New York. I danni inferti al cuore di Manhattan dal commando agli ordini di Mohammad Atta rimasero circoscritti alle Torri Gemelle e agli isolati immediatamente circostanti i due grattacieli: l’obiettivo dei terroristi non era tanto provocare rovine materiali, quanto colpire un simbolo. Quelli subiti da the Big Easy interessano, al contrario, circa il 40% della sua superficie e un numero considerevole di quegli edifici di rilevanza storica che la rendevano un’importante meta turistica. I danni stimati nel settembre 2001 ammontarono a circa 140 miliardi di dollari, quelli dell’agosto 2005 dovrebbero toccare quota 200. E la capacità di reazione delle due città non è di certo la stessa: all’estrema dinamicità della prima, si contrappone l’indole flemmatica della seconda. Ma, al di là dello “spirito” locale, la “Grande Mela” era, e rimane, la capitale dell’economia mondiale. New Orleans, dal canto suo, si trova nel 41° stato dell’Unione per reddito pro capite, con un prodotto interno lordo che va ad incidere solamente per l’1,2% su quello nazionale. Lunghi, quindi, risulteranno i tempi di ripresa secondo le attese, e c’è perfino chi parla del possibilità di un progressivo abbandono della culla del jazz.
È comunque certo che questa tragedia avrà ripercussioni anche sulle zone non colpite direttamente. Quattro anni fa i mercati vacillarono, travolti dall’incertezza scaturita dalla constatazione che non esisteva più un solo angolo della terra dove gli investimenti potessero considerarsi “al sicuro”: era stato sfatato il mito dell’inviolabilità del suolo statunitense. L’attacco peraltro arrivava al termine di un periodo di forti speculazioni che avevano portato allo sgonfiamento della bolla legata ai titoli della new economy. Il crollo delle azioni delle compagnie aeree, l’aumento del costo delle assicurazioni, l’impennarsi delle spese per la sicurezza e il declino del turismo, provocarono una fase di recessione nell’ultimo trimestre del 2001. Ma era destinata a durare poco: la risposta dell’amministrazione Bush non si fece attendere e investì a 360 gradi la vita della nazione. D’accordo con il presidente della Federal Riserve Alan Greenspan, il tasso di cambio del biglietto verde venne tenuto forzosamente alto per rilanciare un export americano altrimenti asfittico a causa dell’elevato costo delle sue merci. Contemporaneamente i tassi d’interesse furono mantenuti a livelli molto bassi per rendere meno oneroso l’accesso al sistema creditizio. Ad una politica monetaria espansiva fu abbinato un ampio ricorso al deficit spending. Le missioni in Afghanistan e Iraq rappresentarono la pietra angolare di questa strategia, sostenendo il rilancio dell’industria bellica, di quella tecnologica ed del settore petrolifero: da allora il paese ha conosciuto la più alta percentuale di occupati dall’era Reagan.
La ricetta nel medio termine ha funzionato, sebbene in molti sospettino che questa strategia alla lunga possa risultare decisamente rischiosa (se ne intravedono già i primi sintomi). La guerra ha assunto infatti un costo e una durata inaspettati, l’esuberanza del mercato immobiliare è destinata a tirare il freno e il rally incontrollabile del petrolio potrebbe arrestare la crescita. Il tutto mentre nel mese di luglio il risparmio delle famiglie americane è sceso sotto lo zero. La salute dell’economia rimaneva però, almeno per il momento, discreta. Finché non si è verificata l’entrata in scena di Katrina che ha rimescolato le carte in tavola, introducendo l’ennesima variabile in un contesto di precaria stabilità.
Resterà lettera morta la promessa dei vertici della Fed di alzare i tassi di interessi di 25 basis point ad ogni riunione in agenda: la speculazione immobiliare in corso non dovrebbe quindi cessare. Intanto hanno visto salire il valore delle loro azioni tutte le aziende impegnate nel campo dell’edilizia che potrebbero essere impegnate nel processo di rebuilding. Ma qui si fermano i segni positivi. Sono circa 800 mila i posti di lavoro portati via dalla furia degli elementi tra Louisiana e Mississipi, l’altra grande “vittima” dell’uragano. L’indice di disoccupazione si attesterà al 20% e si prevede la contrazione di un punto percentuale del Pil americano. Ma saranno anche gli stati del Midwest a dover stringere la cinghia: nei porti ormai fuori uso di New Orleans e di Gulfport, nei pressi di Biloxi, venivano convogliati, attraverso i collegamenti fluviali, i prodotti del settore primario, in particolare i cereali – di cui gli Usa sono il primo produttore mondiale – destinati al mercato estero. Non esistono altri terminali facilmente raggiungibili: il costo del trasporto via terra potrebbe inficiare irrimediabilmente sulla competitività delle merci.
A destare le preoccupazioni maggiori restano comunque i possibili effetti sulla bilancia energetica. Quindici piattaforme petrolifere risultano disperse e altre sette sono crollate nel Golfo del Messico. La metà degli impianti di raffinazione della zona sono stati messi fuori uso per più una settimana, e quattro di questi impiegheranno qualche mese per tornare operative. La produzione è crollata da una media di 7,24 milioni di barili al giorno a 1,5, contribuendo a far registrare al West Texas Intermediate il picco di 70,85 dollari al barile. Il Dipartimento dell’Energia ha deciso allora di correre ai ripari e, d’accordo con Washington, che ha rinunciato ad uno dei punti fermi della sua politica, le compagnie hanno potuto prendere in prestito parte delle scorte della Strategic petroleum riserve, facendo scendere il Wti a 64,08 $/bbl. La situazione resta incandescente a causa della scarsità dell’offerta delle qualità migliori di greggio e delle evoluzioni estive su alcune piazze fondamentali, Venezuela e Iraq su tutte. Caracas è il secondo fornitore di petrolio degli States dopo l’Arabia Saudita, ma le relazioni con il regime chavista peggiorano di giorno in giorno. Quest’estate tra la Casa Bianca e Palazzo Miraflores si è sfiorata la rottura dopo le dichiarazioni televisive del reverendo Pat Robertson, che ha indicato l’assassinio di Hugo Chavez quale unica soluzione della crisi in corso tra i due paesi, a cui non è seguita la reazione sdegnata che si sarebbe potuta attendere. Nella valle tra il Tigri e l’Eufrate, invece, la cattiva notizia riguarda il mancato raggiungimento di un accordo tra curdi, sunniti e sciiti in merito alle eventuali modifiche da apportare alla costituzione che verrà sottoposta al giudizio degli elettori il prossimo ottobre, facendo intravedere tempi più lunghi per il ripristino degli oleodotti.
Il quadro è completato dall’andamento delle relazioni euro-atlantiche. L’indomani dell’11 settembre il gradimento di George W. Bush in patria sfiorava punte dell’80% e sulle colonne dei quotidiani nostrani risuonava l’eco del “siamo tutti newyorkesi”. Oggi il presidente sta assistendo alla perdita del suo charme anche tra quell’elettorato che ha permesso la sua riconferma alla guida del paese e, sebbene siano immediatamente partiti dal vecchio continente gli aiuti per le popolazioni colpite, un sondaggio della Transatlantic trends ha indicato che il 55% degli europei auspica una maggiore indipendenza della Ue nei confronti degli Usa, mentre il 72% degli intervistati ha affermato di disapprovare la politica dell’attuale amministrazione repubblicana.
(15 settembre 2005)