STATI UNITI - Bush II: sconfitta o opportunità?

Four more years. Quattro anni ancora. È il grido di quasi cinquantanove milioni di elettori che hanno confermato Bush quale loro chief in commander. La “maggioranza silenziosa” ha vinto sui più noti ma meno rappresentativi protagonisti del tour Vote for change (tra cui figuravano Bruce Springsteen e Michael Stipes) e sul cinema impegnato di Michael Moore. I risultati del 2 novembre hanno dimostrato che gli americani preferiscono la musica folk e le pellicole di Charles Bronson ed Arnold Schwarzenegger. George W. è l’incarnazione vivente di queste passioni.

Lo stratega elettorale Karl Rove, “guru” del partito repubblicano, ha saputo meglio di chiunque altro interpretare le derive politiche e sociali della nazione. Ha improntato l’intera campagna elettorale su di un fumoso mix tra populismo e fanatismo religioso. Gli Stati Uniti hanno da sempre sentito la necessità di una “missione” come collante della loro comunità. I padri pellegrini s’imbarcarono sulla Mayflower alla ricerca di un luogo dove realizzare il paradiso in terra. Poi fu la volta del mito della frontiera, che si esaurì solo quando i pionieri raggiunsero la West Coast. Il XX secolo vide il paese impegnato nel confronto con “l’impero del male” sovietico. Dopo la caduta del muro di Berlino, la crisi. Gli anni novanta segnano un momento di impasse per la mancanza di un compito definito. Bush padre ci provò organizzando il primo evento bellico trasmesso in diretta dalle Tv, Desert Storm, che avrebbe però avuto bisogno di un nemico ben più consistente dello sgangherato esercito di Saddam per colpire la fantasia dei telespettatori. Quindi Bill Clinton tentò dapprima la carta della guerra ai cartelli sudamericani del narcotraffico, poi bombardò la Belgrado di Milosevic provocando sdegno in tutto il mondo. George W. Bush, a differenza dei suoi predecessori, è riuscito ad investire nuovamente gli Usa di un incarico epocale: la lotta al terrorismo.

Ma non è stata questa l’unica mossa vincente del Grand Old Party. È stato attribuito risalto soprattutto alla questione etica, capace di portare a votare quasi cinque milioni di aderenti alle sette evangeliche che nel 2000 si erano astenuti. La Bible belt si è sentita chiamata a difendere i valori dell’America messi a repentaglio da Kerry, il candidato più votato a New York, Boston e Los Angeles. Un conflitto dalle radici ataviche che vede le zone rurali opposte alle aree urbane, il profondo Sud ed il Mid West alle due coste, Jesusland (come è stata definita dagli studenti di Berkeley) a Sodoma e Gomorra. Un cristianesimo dai toni aggressivi, che esorta il popolo alla crociata contro gli infedeli (siano essi musulmani, cattolici o atei), e vede nei diritti concessi alle minoranze e nella disgregazione della famiglia tradizionale i prodromi della venuta dell’Anticristo. Non importa se in nome di questi valori occorra sacrificare libertà civili fondamentali quali l’Habeas Corpus, come accaduto con la promulgazione del Patriot Act. Ma nessuno, neanche il temutissimo predicatore Franklin Graham, è riuscito a spiegare in che modo Bush riesca a conciliare la difesa del nucleo familiare con i tagli alla sanità, all’istruzione ed alla previdenza sociale. Una prospettiva inquietante per cui i figli degli Stati Uniti dovranno essere sempre più numerosi, ma non avranno l’opportunità di nascere dentro un ospedale, saranno condannati all’analfabetismo e ad una vecchiaia di stenti, se il loro censo non gli permetterà di ricorrere ai costosissimi surrogati di uno stato sociale del tutto privatizzato.

Sul piano internazionale la situazione non è migliore, nonostante i mercati finanziari abbiano accolto positivamente le notizie riguardanti il futuro della Casa Bianca. Si prevede infatti che Washington continui ad ampliare le riserve strategiche perseguendo una politica estera sempre più aggressiva in Medio Oriente, con il conseguente lievitare dei prezzi del petrolio. Terminato il computo delle schede, ai vertici dell’esercito è stato dato l’ordine di scatenare l’assalto su Falluja, la cui situazione era stata “congelata” per evitare di turbare gli elettori indecisi. Quindicimila uomini sono stati inviati all’interno del triangolo sunnita per piegare la “città delle moschee”, mentre Ayad Allawy riceveva il via libera per proclamare l’istituzione della legge marziale.

La riconferma del presidente uscente potrebbe avere comunque alcuni aspetti positivi. La vittoria di Kerry avrebbe potuto determinare un vacillamento tra i governi europei, alcuni dei quali sarebbero stati tentati dall’affascinante riedizione di un multilateralismo di clintoniana memoria. Così avremmo assistito al ritiro di gran parte delle forze dello U.s.army dall’Iraq, congiuntamente all’ingresso di truppe fresche provenienti dai paesi membri della Ue. Bush invece proseguirà diritto sulla sua strada, con o senza alleati, sicuro della superiorità morale della dottrina del pre-emptive strike. I rapporti con l’Europa sono destinati a peggiorare. Le divergenze vanno ben oltre le difficoltà a trovare una soluzione comune per esportare la democrazia in Mesopotamia. L’antagonismo che divide le sponde dell’Atlantico è ormai tale da far parlare di due stili di vita, due culture, due forma mentis, e non più del monolitico emisfero Occidentale. Robert Kagan, nel saggio “Paradiso e potere”, ha parlato dell’antitesi tra Venere e Marte. Probabilmente il solco è molto più profondo, anche se meno epico. Corre tra stato di diritto e sete di vendetta. Tra welfare state e warfare state.

I think tank neoconservatori, consapevoli dell’urgenza di dover ridisegnare l’atlante geopolitico, hanno proiettato il paese alla ricerca di nuovi partner commerciali (India e Cina su tutti), rinnovando la politica del beggar thy neighbor (fluttuazione sporca) condotta contro l’euro durante l’ultimo quadriennio. Il direttore della Federal Reserve, Alan Greenspan, ha deciso di mantenere artificiosamente elevato il tasso di cambio per stimolare le esportazioni e la produzione di beni sostituti delle importazioni. L’obiettivo è assorbire l’enorme deficit della bilancia commerciale, incrementato a dismisura dalle spese per la guerra e la sicurezza, nonché dalla restrizione della base imponibile per i redditi più alti.

Un secondo mandato Bush è l’emblema della sconfitta dei principi di tolleranza e solidarietà. Ma può offrire una grande occasione all’Europa. Le sfide sono molteplici. Il conflitto palestinese ha bisogno di un mediatore serio. I paesi del terzo mondo reclamano un garante che permetta uno sviluppo sostenibile, in grado di porre un freno ai ciechi interessi delle multinazionali. L’Umma islamica chiede un interlocutore che sappia comprendere le sue speranze e le sue paure. Sono funzioni complesse, adatte ad una potenza dotata del cosiddetto soft power, capace di mostrare i muscoli solo se necessario. È giunto il momento per il “Vecchio Continente” di tornare ad essere un modello da imitare.

Gabriele Natalizia
(10 novembre 2004)

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