Gabriele Natalizia
STATI UNITI - Un rimpasto di governo molto significativo
Durante la notte del 2 novembre, quando sull’altra sponda dell’Atlantico era ormai chiaro il risultato degli scrutini, in molti si sono domandati: “quale direzione prenderà il nuovo governo? Saprà fare autocritica, correggendo i più macroscopici errori di rotta, o proseguirà come uno schiacciasassi sulla strada intrapresa?” Gli osservatori più ottimisti sostengono che un presidente statunitense al secondo mandato non è influenzato nelle sue scelte dalla “spada di Damocle” della rielezione. Si impegna allora con tutte le energie nell’impresa di passare alla storia. La politica dei muscoli deve quindi necessariamente lasciare il posto a quella delle parole. I toni cominciano a farsi pacati, gli atteggiamenti divengono sempre più concilianti. Mettere la propria firma in calce ad un trattato di pace potrebbe valere un premio nobel e la gratitudine dei posteri.
Gli scettici al contrario sono convinti che il secondo mandato Bush sfugga a questo consolidato trend. George W., a differenza di molti suoi predecessori, possiede poche nozioni di storia e non è dotato di quel particolare aplomb politico che potrebbe permettere la risoluzione di alcune spinose querelle internazionali, prima tra tutte quella palestinese. In virtù della sua ineleggibilità rischia di trovarsi ostaggio delle pressioni del gruppo neoconservatore, che spingerà il governo ad intraprendere una lotta senza quartiere contro chiunque possa mettere a repentaglio gli interessi della superpotenza mondiale.
I segnali che fino ad ora sono giunti da Washington fanno pendere l’ago della bilancia sulla seconda teoria. Gli ideologi dell’Heritage Foundation e del Cato Institute cercano da tempo di insinuare nella vita quotidiana del popolo statunitense la figura di un nemico che trama nell’oscurità contro la democrazia. Un nemico esterno creato ad arte per proiettare fuori dai confini nazionali il disagio sociale che dilaga all’interno. Il terrorismo e le armi di distruzione di massa sono stati utilizzati per esorcizzare, nell’immaginario collettivo, problemi difficilmente risolvibili nel breve periodo quali l’enorme disavanzo della bilancia commerciale ed un tasso di disoccupazione in costante aumento. La povertà inizia a minacciare quella middle class che costituisce tradizionalmente la spina dorsale del paese, ma le uniche voci di spesa a non subire i tagli del governo federale sono quelle riguardanti l’esercito ed i servizi segreti. È stato rilanciato il progetto “guerre stellari”, ideato negli anni ottanta dall’amministrazione Reagan. Prevede la costruzione di uno scudo spaziale per proteggere i paesi della Nato dalla possibilità di un attacco missilistico da parte degli “stati canaglia” (una delle basi dovrebbe essere impiantata nel Regno Unito). Costo dell’operazione: dieci miliardi di dollari l’anno.
Un quadro complessivo in cui ben si inseriscono le dimissioni da Segretario di stato della “colomba” Colin Powell. L’eccessivo attaccamento al multilateralismo ha decretato la fine politica di un uomo che in tempi non sospetti aveva sognato di diventare il primo presidente afro-americano degli Stati Uniti. Ma la sua idea di diplomazia appartiene ad un passato che i “rivoluzionari” neocons desiderano lasciarsi al più presto dietro le spalle. Solo in Europa sarà rimpianto il Chief of staff della seconda guerra del Golfo. Condoleezza Rice ha ricevuto l’incarico di guidare questa nuova fase dei rapporti internazionali, liberando la prestigiosa poltrona di Consigliere per la sicurezza nazionale. La “lady di ferro” potrebbe essere rimpiazzata a Foggy Bottom dal “falco” Paul Wolfowitz, la cui posizione è uscita rafforzata dal martedì elettorale. Ha sorpreso tutti l’uscita di scena del Ministro della Giustizia John Ashcroft, esponente di spicco degli ambienti cristiano-evangelici, famoso per essere riuscito nell’impresa di perdere nel 2000 nel suo collegio contro un candidato deceduto alcuni giorni prima in un incidente aereo, il democratico Mel Carnhan. Bush ha prontamente sostituito l’ex-Attorney General con il suo consigliere giuridico Alberto Gonzales, giudice ispanoamericano della corte suprema del Texas. Altri tre dicasteri hanno perso per ragioni diverse i rispettivi titolari. Si sono dimessi il Ministro dell’Istruzione Rod Paige, quello dell’Energia Spencer Abraham e dell’Agricoltura Ann Veneman.
Chi sembra dormire sogni tranquilli è il capo del Pentagono Donald Rumsfeld, nonostante la disastrosa conduzione della campagna bellica in Iraq, mentre si infittiscono le indiscrezioni riguardo la guida al Tesoro. John Snow, considerato fino a poche settimane fa l’astro nascente del partito repubblicano, potrebbe essere sostituito dall’attuale direttore dello staff della Casa Bianca Andrei H. Card Jr. Rischia molto dunque il “grande architetto” della riforma fiscale tanto temuta dai democratici, nonché lo stratega, assieme ad Alan Greenspan, della guerra commerciale messa in atto dagli States ai danni di Europa e Giappone. Una riedizione delle più retriva dottrina mercantilistica che sta massacrando le economie di due importanti partner commerciali, ma che alla lunga potrebbe ritorcersi contro i suoi stessi fautori. Se l’euro infatti diventasse moneta di riserva ed i biglietti verdi continuassero a perdere valore, la Federal Reserve si troverebbe costretta ad alzare i tassi d’interesse, con risultati imprevedibili per le già esangui casse dello stato. Pechino potrebbe approfittare della situazione sganciando definitivamente lo yuan dal dollaro. Assestandosi su di un cambio più realistico, ma comunque competitivo, riuscirebbe ad acquistare materie prime e petrolio a prezzo inferiore, offrendo una spinta ulteriore alla sua macchina produttiva.
In un documento del Project for a New American Century risalente al gennaio 2003, veniva raccomandato al governo Bush di tagliare le tasse sui redditi più elevati, limitare la crescita dell’area-euro, aumentare i fondi per le forze militari ed esportare democrazia ed economia di mercato in tutto il mondo. Paradossalmente un piano riuscito per tre quarti rischia di sfumare a causa di un errore di valutazione finanziaria che rilancia la Cina, per anni auto-relegatasi in una politica internazionale di basso profilo, nel ruolo di potenza globale. L’ultimo vertice Apec è servito da monito. L’accoglienza riservata a Hu Jintao a Santiago del Cile ha dimostrato che la Repubblica popolare è capace di mettere in discussione posizioni di forza consolidate anche nel “cortile di casa” americano.
(22 novembre 2004)