STATI UNITI - Qual è l’eredità politica di Ronald Reagan?

L’11 giugno scorso nella cornice della National Cathedral di Washington gli Stati Uniti hanno reso l’estremo saluto al loro quarantesimo presidente, Ronald Reagan. L’ultima cerimonia funebre per un uomo che aveva ricoperto in vita la più alta carica istituzionale degli States era stata celebrata nel 1973 in occasione della morte di Lyndon Johnson. L’intera nazione si è raccolta per ricordare uno degli uomini più amati, ma allo stesso tempo più odiati, della storia americana, la cui salma è stata esposta per due giorni nella villa di famiglia a Los Angeles e poi per altre quarantott’ore in Campidoglio. Tormentati dalle miserie di un terzo millennio già testimone, quando ancora non sono passati quattro anni dal suo inizio, del primo attacco aereo sferrato sugli Usa e della più grave crisi economica dai tempi della grande depressione del 1929, gli americani si sono mostrati ben disposti a rifugiarsi per qualche ora nel ricordo arcadico di quegli anni ’80 che videro il paese uscire vincente dalla guerra fredda nel clima ottimistico della “fine della storia”.

"Si e' chiusa una grande vita americana", ha esordito alle esequie di stato il presidente in carica George W. Bush, che per sua stessa ammissione si è ispirato più al suo celebre predecessore che non al padre, non esitando inoltre a descrivere “Ronnie” come “l’uomo che seppellì l'era della paura e della tirannide". Così tra i fiumi di inchiostro versati ed i mille panegirici bipartisan dei leader mondiali, sono state volutamente tralasciate alcune tra le pagine più scottanti della storia americana.

La presidenza Reagan, durata per due mandati tra il 1980 ed il 1988, nacque sotto il segno della lotta a quello che lui stesso definì “l’impero del male”, ossia il decrepito sistema sovietico che di lì a poco sarebbe rovinato sulle sue macerie. Ma non era soltanto la minaccia comunista a preoccupare l’ex-attore hollywoodiano. Tutti i governi progressisti, fautori di politiche sociali redistributive o sostenitori di una via alternativa al capitalismo, entrarono durante la sua duplice amministrazione nel mirino della Central intelligence agency. La censura assurse a livelli mai raggiunti e vide luce il famigerato “progetto verità”. Un’operazione in base alla quale ai servizi segreti veniva affidato l’incarico di influenzare e dirigere su posizioni filogovernative televisione, carta stampata, think thank, opinion leaders e le organizzazioni della società civile. Una sorta di “ministero fantasma della propaganda”. Venne creato l’Ufficio della diplomazia pubblica, affidato all’ambiguo esile cubano Otto Reich, che svolgeva un’opera di sistematica intimidazione presso i media di tutto il paese, per ottenere un silenzio complice riguardo le numerose “guerre sporche” finanziate dal Dipartimento di Stato in America Latina. Furono sostenuti i famigerati squadroni della morte dei “Contras” contro il legittimo governo sandinista del Nicaragua ed inviati consiglieri militari argentini, che potevano vantare come “credenziali democratiche” la scomparsa nel nulla di circa trentamila loro connazionali, in assistenza ai governi di El Salvador e del Guatemala. Risale sempre al periodo in questione la stesura dello scottante manuale delle torture della Cia, tornato ultimamente alla ribalta delle cronache per lo scandalo degli abusi sui prigionieri ad Abu Ghraib e Guantanamo, dove era offerto in dotazione agli addetti ai lavori.

Non devono poi essere dimenticate palesi violazioni del diritto internazionale come l’invasione di Grenada, il lancio di missili sulla Libia e gli aiuti ai guerriglieri dell’Unita e della Renamo in Angola. Vennero stanziate ingenti somme destinate ai campi paramilitari per l’addestramento dei mujaheddin impiegati contro le truppe sovietiche in Afghanistan, che proprio allora divenne la famigerata “base” (al Qaeda) del terrorismo islamico. La Cia inoltre arruolò alcuni tra i suoi collaboratori internazionali più solerti come Osama bin Laden e Gulbuddin Hekmatyar, gettando così le basi per le successive tragedie che, come sappiamo, hanno colpito gli Stati Uniti.

Ma a “Ronnie” sono state perdonate anche clamorose gaffe di politica interna. Come quando si dichiarò contrario ai diritti civili concessi nel 1964 alle minoranze etniche o accusò l’istruzione pubblica di essere alla base della crisi del paese. Fu inoltre un energico fautore delle più estreme dottrine liberiste. Privatizzazioni, taglio della tasse e spesa militare divennero le parole d’ordine alle quali s’ispirò per quasi un decennio l’intera politica economia statunitense, ricordata ancora con il nomignolo di reaganomics.

Va comunque riconosciuto alla presidenza Reagan il ruolo fondamentale giocato nelle alterne vicende del nostro pianeta. Ha certamente contribuito a cambiare il corso della storia. Solo tra qualche decennio però potremo stabilire con certezza se nel bene o nel male.

Gabriele Natalizia
(1 ottobre 2004)

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