Roberto Coramusi
STATI UNITI - Cina, croce e delizia
Gli Stati Uniti d’America non vogliono abdicare al ruolo di gendarme del mondo, cosa devono fare? Questo è l’interrogativo che l’amministrazione Bush ha indicato ad una schiera di professori, politologi ed analisti internazionali con lo scopo di tracciare le nuove strategie dell’impero americano. Le risposte che si sono succedute alla Casa Bianca aderiscono a due linee direttrici principali, entrambe avvalorate da tesi ardite ma non totalmente campate in aria. Da una parte ci sono gli strateghi neo-con, che tanto hanno influito nella riscossa all’11 settembre 2001 con gli interventi armati in Afghanistan ed Iraq, dall’altra una pletora di giovani ricercatori che nel formulare nuove teorie dimostrano di essere molto più pragmatici e realisti di quanto non siano stati Kristoll, Wolfowitz e compagni. Il terreno su cui si valutano i due schieramenti è quello dei rapporti controversi con la Repubblica popolare cinese. Il presidente Bush (nella foto assieme ad Hu Jintao) è volato a Pechino per saldare i rapporti commerciali e farsi garante degli interessi delle aziende americane delocalizzate in estremo oriente. Nei colloqui avuti con i governi coreano e giapponese ha però aperto gli occhi su una minaccia che da regionale può diventare planetaria: il riarmo della Cina. Negli ultimi mesi, oltre ad intensificare la partnership militare, la Russia ha venduto ai vicini un grande quantitativo di armamenti moderni, tra cui aerei da combattimento, sottomarini e cacciatorpedinieri diesel ed elettrici. Il rinnovamento ha investito anche l’arsenale balistico a corto raggio con l’acquisto di missili in grado di colpire Taiwan e il Giappone.
L’anima più conservatrice della diplomazia americana, come ricordato da Michael T. Klare sulle pagine di The Nation, guarda con scetticismo all’intensificarsi dei legami con i cinesi. Donald Rumsfeld, nel corso di una conferenza sulla strategia nel Pacifico svoltasi a Singapore lo scorso 4 giugno, lo ha detto chiaramente: “La Cina sembra rafforzare le sue capacità missilistiche che potrebbero raggiungere obiettivi in diverse zone del mondo. Dato che nessun paese la minaccia, qual è il motivo di questi investimenti? Perché nuovi acquisti di armi?”. Al monito enunciato dal capo del Pentagono è seguita in luglio la conclusione del rapporto The military power of the People’s Republic of China (La potenza militare della Repubblica Popolare Cinese), dove gli autori sono ancora più espliciti: “La portata ed il ritmo del potenziamento militare cinese sono già tali da mettere a rischio gli equilibri militari regionali”. Facendo un passo indietro in ordine di tempo, precisamente al 19 febbraio 2005, non si può trascurare la dichiarazione ufficiale Joint statement of the Us-Japan security consultative commitee (Dichiarazione congiunta della Commissione consultiva di sicurezza Usa-Giappone). Nel documento, voluto dal segretario alla difesa Rumsfeld e dal segretario di stato Condoleezza Rice, Washington e Tokyo si trovano concordi nel ritenere l’indipendenza di Taiwan un principio irrinunciabile dal quale dipende l’attuale bilanciamento di forze nel continente asiatico. In maniera opposta si muove la nuova schiera di studiosi militari che hanno in Thomas P.M. Barnett, docente presso l’U.S. War Naval College, l’esponente più autorevole. Il suo lavoro dottrinale, racchiuso nel manuale The new Pentagon’s Map, prende forma dalla recente esperienza bellica degli Stati Uniti per disegnare gli scenari futuri con un ottica diversa ed un approccio sistematico innovativo. Barnett traccia la riforma dello strumento militare statunitense affinché sia capace di far fronte ad un pianeta più esplosivo e frammentato di quanto non fosse prima dell’attacco al World Trade Center. Su queste basi ritiene che la Cina sia uno Stato funzionale alla globalizzazione (functional core) e quindi legato agli Usa da una serie di interessi reciproci, affermando di conseguenza che i cinesi debbono necessariamente essere coinvolti nella costruzione di un ordine mondiale che li tenga in alta considerazione. In caso contrario c’è il rischio che Pechino possa stringere accordi sinergici con i nemici della globalizzazione e degli Stati Uniti, foraggiandone il riarmo.
Volente o nolente, la Cina oggi è l’oggetto privilegiato delle riflessioni di esperti di mezzo mondo e costituisce anche un argomento di portata popolare. In molti in America si domandano se il privilegio del benessere, in larga parte garantito dall’industrializzazione impetuosa della Cina, abbia un prezzo troppo elevato. Con il denaro a “stelle e strisce”, infatti, Pechino ha iniziato un piano di riarmo che inquieta gli strateghi del Pentagono ed inizia a far scricchiolare l’impianto ideologico della cosiddetta middle class, che rappresenta il bacino elettorale più ambito dai politici statunitensi. Chi non ha molta dimestichezza con le dinamiche economiche non accetta che il proprio sistema produttivo sia vincolato al mercato del “nemico” perché a basso costo, perché deregolamentato, perché conveniente. E allora passa in secondo piano l’aspetto cardine di questa vicenda, cioè che la Cina aiuta a mantenere bassi i tassi d’interesse statunitensi usando parte dei guadagni del boom economico e comprando ingenti quantità di buoni del tesoro di Washington a vantaggio degli stessi cittadini americani che dicono di non fidarsi dei cinesi. La realtà quindi è molto complessa ed investe dinamiche finanziarie e commerciali che sono parte dell’era globalizzata. La continua ricerca, la scoperta e lo sfruttamento di mercati inesplorati è la linfa vitale per tenere in piedi il sistema capitalistico mondiale voluto dagli Usa. Il rischio che alcuni paesi possano investire il proprio surplus in maniera avventata è il prezzo doloroso che tutti coloro sono parte dell’ingranaggio debbono sopportare.
(23 dicembre 2005)