Gabriele Natalizia
STATI UNITI - Il sistema penitenziario
Correva la primavera del 1831 quando Charles Alexis Henri de Tocqueville, dopo un lungo viaggio in mare, sbarcò sulla costa degli Stati Uniti. Ancora sconosciuto al grande pubblico, l’illustre magistrato francese era stato inviato dal governo del suo paese per studiare il sistema penitenziario americano, considerato all’avanguardia rispetto all’antiquato modello allora vigente in Europa. L’idea di prigione, luogo dove il condannato doveva scontare una pena squisitamente punitiva, era stata sostituita da quella di penitenziario, che coniugava l’attitudine a punire con quella di redimere e riqualificare il detenuto. De Tocqueville rimase fortemente impressionato dalla dinamicità della società statunitense, di cui apprezzò in particolare quella sorta d’innata tendenza verso la salvaguardia e la promozione dei diritti civili e delle libertà umane, che descrisse appassionatamente nella sua celebre opera “De la democratie en Amerique”, pubblicata tra il 1835 e il 1840.
A distanza di quasi due secoli la situazione però è radicalmente mutata. Se gli europei sembrano avere, almeno per sommi capi, prestato attenzione agli insegnamenti del filosofo originario di Verneuil, negli Usa le condizioni di vita nelle carceri hanno subito un progressivo, quanto inesorabile, deterioramento. Amnesty International ha comunicato che negli States durante il 2002 sono state eseguite settantuno condanne capitali, di cui tre comminate a ragazzi che avevano commesso il reato quando erano ancora minorenni. Questi dati però rischiano di offrire la percezione di un problema totalmente decontestualizzato, che premia solo il fattore emozionale, non permettendoci di comprendere l’ampiezza di una situazione tanto tragica quanto complessa. L’esecrato istituto della pena di morte infatti non rappresenta che la punta dell’iceberg di un sistema giudiziario connotato dalla sproporzionata severità delle condanne rispetto all’entità effettiva dei reati commessi, il quale, vocato alla cieca ricerca di una giustizia da ottenersi a tutti costi, fa ancora largo uso del brutale mezzo della “taglia”, ereditato dall’epoca del selvaggio far west.
I numeri evidenziano un trend paradossale per cui il tasso di criminalità è diminuito negli ultimi trent’anni del 20%, ma il numero dei detenuti è aumentato del 50%. La nuova legislazione anti-crimine, fondata sul “Mandatory minimum sentence”, predispone pene detentive per reati che qualsiasi corte di giustizia d’Europa sanzionerebbe con ammende pecuniarie o lavori socialmente utili. Sono un milione ed ottocentomila gli americani “ospiti” delle patrie galere (senza contare i tre milioni che si trovano in libertà vigilata), su di una popolazione di duecentosettantacinque milioni, cioè una persona ogni centotrentotto. In questo speciale rapporto detenuti/cittadini gli Usa risultano secondi solamente alla Cina.
La magistratura è una casta cui possono accedere solo i figli della classe dirigenziale Wasp ed agisce secondo logiche venate di classismo e razzismo. Non è un caso se solo il 15% dei condannati a morte è bianco, laddove il 70% dei detenuti è analfabeta ed il 60% appartiene a minoranze etniche, di cui la metà è di origine afroamericana. Attualmente un membro su quattordici della comunità nera subisce la privazione della libertà, mentre uno su quattro è destinato a vedere almeno una volta nella vita il “cielo a scacchi”. Agli squilibri funzionali si aggiungono anche quelli strutturali. Le carceri sono per lo più fatiscenti e con il loro aspetto sinistro, dovuto ai loro altissimi muri di cinta ed ai laghi artificiali sui quali spesso sorgono, ricordano più il Castello d’If, la tetra fortezza dove viene rinchiuso Edmond Dantes nel capolavoro di Alexandre Dumas “Il Conte di Montecristo”, che le avveneristiche prigioni-giardino, sperimentate con ottimi risultati nell’ultimo decennio in Finlandia.
Soffrono di sovraffollamento, rappresentano una zona franca per lo spaccio e l’uso di alcol e sostanze stupefacenti, nonché sono sovente teatro di gravi violenze ed abusi, commessi sia dai secondini che dai reclusi.
Grazie ad un aumento annuale complessivo dei carcerati di circa sessantacinquemila unità, l’edilizia carceraria è un settore in piena espansione, che assorbe gran parte dei fondi federali destinati alla costruzione di opere pubbliche. Si sono inoltre formati veri e propri gruppi d’interesse, che con la loro attività di “lobbing” spingono per un inasprimento delle norme del codice penale in senso sempre meno garantista e per una maggiore fermezza contro chiunque trasgredisca le regole. La cosiddetta “lobby delle prigioni” è costituita dai politici, dai sindacati di polizia e da alcune corporation. I primi, indipendentemente dagli schieramenti, sono sempre pronti a fare proprie le istanze di una lotta “senza quartiere” alla criminalità, che attirano facili consensi in periodo di campagna elettorale, risultando spesso determinanti al fine dell’elezione di questo o quel candidato. I secondi sono divenuti potentissimi dopo il boom degli arresti, tanto da risultare una delle categorie meglio retribuite tra i dipendenti statali ed hanno dunque tutto l’interesse affinché questa tendenza generale rimanga inalterata. La parte del leone in questa partita la fanno però le aziende private che, oltre ad occuparsi della costruzione dei penitenziari, ne hanno ottenuto talvolta la gestione diretta. I governi americani hanno infatti cominciato a spogliarsi anche di questa funzione che appartiene tradizionalmente allo stato. Tale fenomeno ha visto la luce durante la presidenza di Ronald Reagan, affermandosi come realtà economico-amministrativa negli anni di George Bush sr. e di Bill Clinton ed ora gode dell’appoggio dell’attuale Segretario alla giustizia Alberto gonzales. La Wackenhut Corrections Corporation, la maggiore società appaltatrice del “correctional business”, è quotata a Wall Street e registra circa settecento milioni di dollari di utili l’anno.
Le carceri private sono presenti oggi in ventisette stati della federazione ed “accolgono” oltre centomila “ospiti”. I sostenitori della privatizzazione ritengono che questo sia il metodo migliore per assicurare allo stesso tempo una pena più efficace, una detenzione più efficiente, costi inferiori e l’eliminazione di eventuali sprechi tipici delle amministrazioni pubbliche. Ma quali voci di spesa vengono decurtate dal circuito privato? Naturalmente quelle che concernono l’assistenza sanitaria, il recupero da ogni tipo di dipendenza, la rieducazione e la formazione professionale. Tagli strumentali ad una crescita esponenziale dei guadagni. Le aziende esposte alle inesorabili leggi del mercato nutrono tutto l’interesse affinché una volta libero, l’ex-detenuto commetta nuovi e più gravi delitti, che frutteranno ulteriori guadagni. Un’ipotetica “redenzione” potrebbe causare la perdita di potenziali “clienti”, con la seguente diminuzione dei finanziamenti, nonché l’eventuale calo delle quotazioni dei titoli di borsa. Queste S.p.A. lucrano inoltre sulla pelle dei detenuti obbligandoli a lavorare per alcune grandi multinazionali, come ad esempio la Microsoft, che li reclutano per svolgere mansioni solitamente poco qualificate e mal retribuite.
Una celebre massima di Dostojevski, che per reati politici scontò ben quattro anni di lavori forzati in Siberia, recita testualmente: “la qualità di una società si misura in base alla qualità delle sue prigioni”. Dando per buono l’enunciato di questo brillante aforisma, il tanto reclamizzato american dream è ancora molto lontano dall’essere avverato.
(6 marzo 2005)