Pierandrea Saccardo
STATI UNITI - Proliferazione nucleare: l'America unita contro Siria ed Iraq
La clessidra che scandisce il tempo a disposizione di Bush e Kerry per vincere la partita che condurrà uno di loro nelle stanze della Casa Bianca ha versato la sabbia sul fondo. Per i due candidati il tempo a disposizione per i rimpianti o per gli scoop politici è ormai scaduto. Mass media, politologi, capi di Stato sono sempre più in prima fila per dire la loro su come si modificherà la linea politica americana se il popolo americano rieleggerà il repubblicano Bush, oppure se il democratico Kerry dovesse far sua la posta. Parole ed inchiostro sprecati, perché al contrario dell'Italia, dove i governi cambiano perché tutto rimanga come prima, l'America egemone, causa gli eventi internazionali legati alla sua sicurezza si trova, suo malgrado a dover compiere un percorso obbligato, pena il ritorno ad un isolazionismo che la tartasserebbe pesantemente sotto il profilo del domino ed economico.
Evidente che il favore o il pollice verso nei confronti d'un candidato alla Casa Bianca sono stati nel corso della storia estremamente sensibili agli eventi esterni. Gerard Ford subentrò a Nixon, oltre al Watergate perché il popolo americano era venuto a conoscenza degli intrighi perpetrati dal secondo in Vietnam e Cambogia, così come Carter andò in pensione lasciando la poltrona a Reagan a causa della vicenda degli ostaggi iraniani. Poiché la storia non si ripete, sembra prevalere l'ipotesi, che nulla cambierà nella politica estera americana chiunque sarà il futuro presidente. A sostegno della nostra tesi vi sono le affermazioni rilasciate sabato scorso a Tokio dal sottosegretario di Stato John Bolton. "Corea del Nord, Iran e Siria sono chiaramente stati che suscitano timori legati alla proliferazione". Le dichiarazioni di Bolton, considerato uno dei massimi esperti in armamenti, sono una sirena d'allarme per i futuri rapporti americani nell'area asiatica.
Un braccio di ferro quello tra Washington e la Corea del Nord espresso attraverso minacce, anche troppo esplicite, ci azzardiamo a dire, forse ancor peggiori dell'attuale crisi in Iraq, causa la potenza militare nordcoreana per di più gestita da un potere infinitamente più forte di quello detenuto per anni da Saddam Hussein. Per il prossimo presidente, sia repubblicano che democratico, lo sviluppo dell'industria nucleare della Corea del nord rappresenterà sempre più un grave problema da affrontare con estrema attenzione. Cambia il continente, ma rimangono pressanti le tensioni tra gli Usa e la Siria. Il viaggio di Mubarak a Damasco che implicava una volontà di dialogo dei paesi arabi moderati con gli Usa, non ha fatto recedere gli americani sul tema di embargo economico nei confronti della Siria. Per John Bolton la Siria, la Corea del nord e l'Iran "sono nazioni con la maglia nera".
La normalizzazione auspicata per ora rimane un'utopia mentre Israele si ritira dalla striscia di Gaza. Un ritiro annunciato e stranamente accettato anche da parte dei più ostici avversari di Sharon. Quale chiave d'interpretazione per questa decisione in parte insperata? Israele teme fortemente il fondamentalismo islamico in Siria. Per questa ragione,Sharon spera attraverso il ritiro dalla striscia di Gaza di rendere migliori i rapporti con Damasco, augurandosi che la buona volontà espressa dal presidente siriano Bashar Assad convincesse gli americani ad abolire l'embargo economico.
Le dichiarazioni americane in terra giapponese hanno gelato le aspettative sia d'Israele che degli islamici moderati. Basterebbe un presidente democratico per far recedere l'apparato militare e di intelligence americano da queste posizioni irremovibili? In merito permangono seri dubbi.
La politica estera americana potrebbe essere condizionata solo se avesse dinnanzi al suo tavolo una rappresentanza europea veramente forte ed unita, ma questo è un altro argomento. L’Europa, firmatrice il giorno 29 ottobre della Costituzione Europea non sembra voler entrare concretamente nel problema iracheno,almeno in termini militari, anche se la situazione dovesse ulteriormente peggiorare. Evidente che gli americani debbono rimanere in Iraq ancora per molto tempo, salvo che non emergano fatti positivi dalla Conferenza internazionale di Sharm el–Sheikh che si terrà in Egitto il 22 ed il 23 novembre. Dunque sia Bush che Kerry cercano una soluzione negoziata per i grandi problemi del Medioriente, ma rimane l’interrogativo di quale strada percorrere. Rimane poi il difficile nodo America-Europa. Kerry ha dichiarato che intende riunire un vertice con gli alleati europei: il candidato democratico non ha però chiarito quale vertice intenda indire, forse un vertice della Nato, oppure un G8. Soprattutto non ha spiegato le finalità di questo sospirato vertice, se mai si farà.
Certo sarebbe davvero illusoria la speranza di Kerry se mai questi auspicasse un impegno militare europeo in cambio di vantaggi economici, considerando anche il clima di vacche magre che sta attraversando l’Europa in termini di economia. Non essendo credibile che l’Europa mandi in Iraq i milioni di disoccupati che pullullano nelle sue strade, il tutto appare aleatorio e di sapore propagandistico. Intanto l’uscita di scena di Arafat sembra aver portato ai vertici palestinesi la corrente moderata. Questo elemento giocherebbe a favore di Bush che porterebbe dalla sua parte la vasta corrente pacifista americana che da sempre è legata ad Israele.
(1 novembre 2004)