Gabriele Natalizia
STATI UNITI - Neoconservatori alla riscossa
Le elezioni irachene sembrano aver rimesso in moto la formidabile macchina propagandistica dei neoconservatori. Lo stillicidio di vite protrattosi lungo il periodo successivo alla caduta di Saddam Hussein aveva privato il messianismo politico di Washington, fondato sui principi di “esportazione della democrazia” e “attacco preventivo”, di quella iniziale forza propulsiva impressagli dalla tragedia dell’11 settembre. Queste teorie avevano ispirato l’attacco al regime dei talebani in un clima di solidarietà diffusa, incrinatosi a livello internazionale con l’invasione dell’Iraq, mentre in patria reggevano l’urto della contestazione dei movimenti. Nessuno si aspettava tuttavia una pace che mietesse tante vittime. Lo spettro di un Afghanistan a stelle e strisce iniziava ad aleggiare tra l’opinione pubblica di un paese che non comprendeva il motivo per cui più di 1500 ragazzi avessero già perso la vita dopo la dichiarazione di “cessate il fuoco”.
L’obiettivo principale della missione, abbattere un governo fiancheggiatore del terrorismo, era ormai raggiunto. Le armi di distruzione di massa non erano state trovate, ma poco importava. Perché restare? Gli intellettuali neocon non riuscivano più a giustificare alle elite repubblicane, storicamente propense all’isolazionismo ed amanti dei bilanci in pareggio, il protrarsi di un dispiegamento di forze tale da far registrare al deficit pubblico il più grande disavanzo dell’ultimo mezzo secolo. Dalle colonne del Wall Street Journal era arrivato il primo sentore di una contestazione interna, nonostante le riviste Weekly Standard, The National Interest e Commentary (organiche all’influente ala del Partito Repubblicano) continuassero imperturbabilmente a sostenere la bontà dei risultati ottenuti in Mesopotamia. Le emittenti del network Clear Channel e i programmi della Fox Tv, di proprietà del magnate Rupert Murdoch, continuavano a infondere sicurezza e dosi di patriottismo nelle case di milioni di americani della Bible Belt, la cui influenza, una volta rieletto Bush, è tornata ad essere di gran lunga inferiore a quella delle lobby dell’alta finanza, numericamente esigue ma economicamente indispensabili per mettere in pratica qualunque progetto.
Occorrevano dunque risultati importanti. Ed alla svelta. Quale notizia migliore del trionfo della democrazia in un paese martoriato dagli attentati? Ecco servite le consultazioni del 30 gennaio. Le descrizioni dai toni trionfalistici fatte da reporter rinchiusi per mesi all’interno dell’hotel Rashid, hanno taciuto il fatto che la maggior parte dei candidati non avesse un volto (in alcuni casi neanche un nome) per via della paura di possibili ritorsioni o come numerosi seggi del triangolo sunnita non avesse visto presentarsi nemmeno gli scrutatori. Del resto anche i risultati riguardanti l’affluenza, con una partecipazione di circa il 55% degli aventi diritto, potrebbero essere accolti come una buona performance se avessero avuto luogo negli Usa, dove solitamente si presenta alle urne solo il 40% degli americani, ma non in un paese nel quale vengono effettuate per la prima volta dopo quasi quarant’anni. Volendo anche non tener conto della provocazione lanciata da Sami Ramadami sul Guardian, che ha rispolverato un articolo apparso sul New York Times il 4 settembre 1967 in cui si plaudeva ad un’affluenza dell’87% per una tornata elettorale tenutasi nel Vietnam del Sud, il dato risulta comunque sopravvalutato se confrontato a quelli dell’Italia e della Germania nelle prime due decadi dopo la fine della seconda guerra mondiale, in cui andarono a votare più dell’80% dei cittadini, sebbene anch’essi provenissero dall’esperienza di una dittatura.
Ma la ragion di stato impone che sia la realtà a doversi adattare alla notizia e non, come logico, il contrario. Grazie all’utilizzo di giornalisti embedded e di una vasta schiera di imbonitori radiotelevisivi, la verità è rimasta avvolta in un alone di irrazionale ottimismo, rilanciando le quotazioni dei trotskisti della Casa Bianca, che sono tornati a farsi sentire con rinnovato vigore. Il viaggio di George W. Bush in Europa ne è stata una conferma. Il 21 gennaio, nel discorso d’insediamento per il suo secondo mandato, il presidente aveva lanciato segnali di distensione al “vecchio Continente” annunciando una nuova fase in cui le decisioni in campo internazionale non sarebbero più state connotate dall’unilateralismo. Un mese dopo, a Bruxelles, dichiarava agli alleati: “Niente potrà mai dividerci”. Il discorso, molto amichevole nella forma, suonava in sostanza come un semplice richiamo all’ordine e conteneva uno sprone a sostenere gli impegni morali che gravano sull’Occidente. Sono rimasti infatti insoluti i punti dolenti del rapporto transatlantico. Su tutti, la proliferazione nucleare in Iran e la vendita delle armi alla Cina. Per non parlare della mancanza di spessore dell’incontro con Putin a Bratislava dove, se non fosse stato per l’immancabile invito alla comune lotta al terrorismo, ha regnato la reciproca diffidenza. La svolta filo-occidentale dell’Ucraina e l’assorbimento della Yukos da parte della compagnia petrolifera statale russa Rosneft, hanno “congelato” un’intesa che fino a due anni fa sembrava avere basi solide. Infine, la mancata adesione degli Stati Uniti al Protocollo di Kyoto costituisce una questione spinosa con entrambe le parti, che stanno instaurando a loro volta un costruttivo dialogo.
I neoconservatori hanno conseguito inoltre due importanti vittorie, che segnano un passo avanti nell’ottica di un’occupazione sistematica delle “stanze dei bottoni” della politica americana. Elliot Abrams, ex direttore per gli Affari in Medio Oriente e Nord Africa, è stato nominato Consigliere Speciale per le strategie globali della democrazia, mentre John Bolton (nella foto), già vicepresidente dell’American Enterprise Institute e codirettore del Pnac, ha ottenuto il delicato incarico di Ambasciatore Usa presso le Nazioni Unite. Scelta che non fa presagire un riequilibrio dei rapporti di forza al Palazzo di vetro e un nuovo approccio nei confronti delle istituzioni sopranazionali, soprattutto se Paul Wolfowitz sostituirà James Wolfensohn alla presidenza della Banca mondiale.
E come non vedere lo zampino dei discepoli di Leo Strass ed Allan Bloom nel repentino ritiro degli Stati Uniti dal protocollo alla Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari e nell’escalation di tensione nei confronti della Siria di Bashar al Assad? Nonostante la missione “Iraqi Freedom” non sia stata ancora completata, la “rivoluzione permanente” resta all’ordine del giorno.
(17 marzo 2005)