Emanuele Di Girolamo
STATI UNITI - Le nuove minacce all’egemonia di Washington
La svolta seguita alla tragedia dell’11 settembre 2001 sembra aver sancito l’abbandono definitivo della strategia basata sui Pivotal States, che alcuni studiosi ritenevano adatta all’assetto globale creatosi dopo la Guerra Fredda, volta al rafforzamento di alcuni paesi chiave finalizzata alla creazione di una rete di relazioni privilegiate, funzionali agli interessi statunitensi. La strategia di Washington poneva in primo piano il ruolo degli attori regionali più importanti (i cosiddetti Pivotal States) al fine di mantenere sicurezza e stabilità nelle diverse aree geopolitiche del pianeta (ad es. Brasile in America Latina, Egitto e Sudafrica in Africa, Turchia in Medio Oriente, Indonesia in Asia). Un loro indebolimento era considerato pericoloso, per il rischio del diffondersi dell’instabilità ai paesi limitrofi. I vantaggi connaturati a questo assetto delle relazioni internazionali erano evidenti: bassi costi per il mantenimento dell’egemonia americana nel Terzo Mondo; minore possibilità di suscitare reazioni e coalizioni ostili agli interessi della superpotenza; radicamento del libero commercio, o se si preferisce, della globalizzazione planetaria, vero e proprio “bene pubblico” necessario alla preservazione della pace democratica.
Questa strategia, che prevedeva un’ingerenza limitata degli Usa in questi paesi è stata definitivamente abbandonata dopo l’attacco alle Twin Towers. L’amministrazione Bush ha infatti chiarito più volte che l’engagement statunitense per la stabilità e la sicurezza internazionale sarà massiccio e deciso. Appare ormai evidente, infatti, che la priorità della Casa Bianca è quella di indebolire progressivamente i regimi di quei paesi che ancora resistono alla globalizzazione. Gli stessi Stati Uniti però, vedono concretizzarsi la minaccia di una prematura erosione della loro leadership mondiale. La storia tornerebbe a ripetersi, ma si intuisce che i rischi connessi alla prossima transizione di potere fra potenze, per dirla alla Gilpin, in prospettiva potrebbero essere enormi. Non si tratterebbe più di una semplice transizione di egemonia tra paesi con tradizioni politiche e culturali simili (come il passaggio, a livello planetario, da quella inglese a quella americana) o non troppo diverse (l’Urss si comportò sostanzialmente secondo le regole della vecchia politica di potenza). È evidente che i prossimi competitori globali degli Usa non dovranno più rispondere ad una serie di regole non scritte di coesistenza, come nella seconda metà del XX secolo. La novità oggi è rappresentata dalla fine della riluttanza americana ad usare la forza per difendere i propri interessi nazionali.
Tralasciando il fenomeno terroristico, in sé certamente non rivoluzionario, la vera minaccia futura per Washington è una redistribuzione violenta e rapida del potere a livello internazionale, sebbene si tratti di una possibilità non imminente. Tuttavia, la reazione americana agli attentati del 2001 ha dato voce ai teorici di un ruolo “neoimperiale” degli Usa, anche a scapito delle relazioni con i tradizionali alleati. Probabilmente non si sarebbe verificato un mutamento politico di fondo neppure se alle presidenziali del 2004 fosse stato eletto il candidato democratico Kerry. Le esitazioni e le tendenze vagamente isolazioniste dell’era Clinton, (che in qualche modo ricordavano quella di F. D. Roosevelt prima del 1941), hanno ormai lasciato spazio all’affermazione perentoria dell’hyper-puissance americana a livello strategico, militare e politico. Se a breve i rischi maggiori derivano dall’esistenza degli Stati Falliti, dove il fondamentalismo jihadista può inserirsi e avere rifugi sicuri per poi colpire, nel lungo periodo le minacce all’equilibrio mondiale proverranno ancora dagli Stati svovrani, nonostante la crescente influenza degli attori transnazionali e le tensioni a cui il moderno Stato-nazione westfaliano è ora sottoposto. Ed il gigantesco build-up militare a stelle e strisce militare ne è una chiara dimostrazione.
La sfida odierna è quella di creare meccanismi adeguati ed efficaci di governance mondiale, in grado di sostituire gli obsoleti meccanismi di consultazione multilaterale dell’Onu. La crisi e l’impotenza del Palazzo di Vetro risulta evidente di fronte alla dilagante anarchia politica a livello internazionale e all’emersione di attori non statali dotati di una grande forza destabilizzante. Nell’epoca della globalizzazione nascono reti sempre più raffinate in grado di scavalcare e aggirare i tradizionali canali della politica internazionale. Ma lo Stato nazionale, pur con tutti i suoi difetti e imperfezioni, sarà ancora per lungo tempo il protagonista indiscusso delle relazioni diplomatiche: proprio per questo le relazioni tra le grandi potenze non devono passare in secondo piano di fronte alle cicliche crisi internazionali.
(29 novembre 2005)