STATI UNITI - Una nuova mappa per il pentagono

Alla luce delle recenti evoluzioni degli scandali Ciagate e Nigergate, è tornato a riaccendersi il dibattito sui controversi sviluppi della politica internazionale post-11 settembre. In Italia Salvatore Santangelo, già autore di “Frammenti di un mondo globale”, con un articolo intitolato “Le nuove strategie dell’impero americano” ha sottoposto per la prima volta all’attenzione dell’opinione pubblica nostrana le teorie di Thomas Barnett, un insigne analista dello U.S. Naval War College, esposte dapprima nel marzo 2003 sulle colonne della rivista Esquire per poi essere rielaborate compiutamente, in seguito al plauso riscosso nelle stanze dei bottoni di Arlington, nel libro “The Pentagon’s new map”. Quanto emerge dal testo permette una parziale quadratura del cerchio sulle reali motivazioni che hanno indotto la Casa Bianca a lanciarsi nelle campagne militari “Enduring freedom” e “Iraqi freedom”.

Barnett sostiene che, fino all’attacco al World Trade Center, la disposizione delle forze militari statunitensi aveva mantenuto l’assetto assunto nel corso della Guerra Fredda: la macchina bellica agli ordini di Washington risultava in grado di fronteggiare contemporaneamente l’offensiva massiccia di non più di una o due potenze avversarie. Ma lo scacchiere geopolitico sul quale si è trovata a muovere i suoi passi l’amministrazione Bush era definitivamente mutato dopo il periodo di transizione conosciuto sotto la presidenza Clinton che, al cospetto di un decennio contraddistinto da una relativa tranquillità, si era potuta impegnare nella costruzione del sistema finanziario globale. Nel frattempo però, aveva trovato la forza di imporsi come nuovo antagonista degli Usa il terrorismo di marca islamista, alimentato ai suoi albori dalla Cia in funzione di contenimento dell’esercito sovietico in Afghanistan. Il nuovo nemico delle democrazie occidentali a differenza del comunismo, rimasto storicamente circoscritto in aree geografiche facilmente individuabili, ha i suoi punti di forza in una miriade di hot spots disseminati in tutte quelle regioni che non sono state integrate nei processi economici messi in moto dalla globalizzazione, se non marginalmente per via dello sfruttamento eterodiretto delle risorse naturali o del capitale umano nel settore manifatturiero. Le aree caratterizzate da una “distanza” rispetto ai meccanismi del villaggio globale sono afflitti dagli stessi problemi: violenza, carestie, ignoranza ed isolamento. Ricadono, quindi, nella categoria non-integrating gap, che include buona parte dei Carabi, le comunità indios presenti in America Latina, l’intero continente africano, i Balcani, l’Asia centrale, il Caucaso, il Medio Oriente e alcune zone del sud-est asiatico. A fare da contraltare a questo gruppo è il cosiddetto functional core, che rappresenta il cuore pulsante della globalizzazione e comprende all’incirca due terzi della popolazione mondiale, che appartiene all’old core (Nord America, Europa, Russia, Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud) o al new core (Cina e India). Questi paesi hanno conosciuto una forte integrazione sia attraverso gli investimenti effettuati dai rappresentanti del settore privato, sia grazie agli sforzi congiunti dei rispettivi governi decisi a difendere con tutti i mezzi a loro disposizione l’odierno status quo. Vero e proprio collante tra i due nuclei sono i seam States (Messico, Brasile, Argentina, Sud Africa, Marocco, Algeria, Turchia, Pakistan, Thailandia, Malesia, Filippine e Indonesia), che si avviano verso l’integrazione con i secondi sebbene abbiano ancora alcuni tratti in comune con i primi.

Secondo il politologo statunitense nel gap vige un equilibrio hobbesiano, in cui regimi autocratici o dittatoriali cercano di autoperpetrarsi respingendo quel sistema economico che è stato capace, laddove si è imposto, di generare una maggiore trasparenza e democraticità. Da questo tentativo di “fuga” provengono i rischi maggiori contro la pace e la stabilità, in quanto i rogue States finanzierebbero la galassia jihadista per minare al suo interno il centro propulsivo della globalizzazione. Qui, al contrario, i cittadini godono i vantaggi di una pace kantiana dove il commercio si è imposto come la panacea di tutti i mali, poiché l’ipotesi di una guerra tra i suoi membri risulterebbe improbabile per la forte interdipendenza venutasi a creare negli ultimi tre lustri. Barnett auspica che gli Usa, leader indiscussi del core, applichino sistematicamente una strategia volta a sottrarre spazio agli Stati disconnected, fornendo una valida ragione alla scelta di invadere l’Afghanistan e l’Iraq. Tale sistema incentrato sulla forza indiscussa di una sola superpotenza, dovrebbe dotarsi di un apparato gerarchizzato per la gestione del potere in cui l’Onu andrebbe perdendo la sua importanza, venendo rimpiazzata da un G20 composto da quei paesi interessati allo sviluppo globale. La funzione di supporto alle decisioni prese in questo consesso spetterebbe a due organi: il “Leviathan”, deputato a gestire l’arsenale nucleare e l’apparato bellico offensivo, e il “System Administration force”, destinata a gestire l’amministrazione ed incentivare il mutamento nei paesi lesser included.

Santangelo ha saputo cogliere però le incongruenze di questo approccio teorico nella loro applicazione sulla realtà, sostenendo come “gli Stati canaglia rappresentano un pericolo, ma si tratta comunque di un pericolo per certi versi prevedibile e in qualche modo controllabile. La vera sfida posta dall’11 settembre è quella dell’esistenza di alcune aree nelle quali non esiste nemmeno un simulacro di Stato: non esistono istituzioni, né confini, ma semplicemente caos”. Questo, infatti, è il tassello che manca al mosaico composto da Barnett. La maggior parte dei paesi inseriti tra i seam States sono guidati da governi che non esitano a reprimere nel sangue ogni forma di dissenso gli intralci la strada ma, in nome della lotta al terrorismo, il loro operato viene tollerato da Washington, come emerso dalle numerose denunce contro le “restituzioni straordinarie”, una prassi per cui la Cia consegnava i sospettati di attività terroristiche alle autorità di quei paesi in cui la tortura può essere praticata lontano da occhi indiscreti. Al contrario, in presenza di un vuoto di potere il network di al Qaeda è libero di costituire rifugi, basi operative, connessioni con la criminalità organizzata e traffici illegali. In altre parole, di fare proseliti In quest’ottica la defenestrazione di Saddam Hussein potrebbe rivelarsi un clamoroso autogol per il progetto dell’egemonia americana, qualora non venisse invertita l’attuale tendenza che sembra far prevedere la sostituzione di un regime sanguinario con l’ennesimo failed State, trasformando così la Mesopotamia in un focolaio impossibile da spegnere.

Gabriele Natalizia
(18 novembre 2005)

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