STATI UNITI - Al destino manifesto va stretta l’idea di confine

Nel gennaio del 1900 il senatore americano Albert Beveridge, a proposito dell’annessione delle Filippine da parte degli Stati Uniti, dichiarava: «Dio ha fatto di noi i maestri organizzatori per stabilire un sistema in un mondo dove regna il caos. Ha soffiato in noi lo spirito del progresso per abbattere le forze della reazione su tutta la terra. Ha fatto di noi i reggenti di un governo che dobbiamo amministrare sui popoli selvaggi e senili. Senza questa forza il mondo cadrà di nuovo nella barbarie e nell’oscurantismo». Più di novant’anni dopo, all’inizio della prima guerra del Golfo, il generale americano Colin Powell annunciava a sua volta: «L’America deve assumersi la responsabilità della sua potenza. Dobbiamo guidare il mondo. È il nostro incontro col destino. Non dobbiamo lasciarci sfuggire la storia».

Questi due discorsi - separati da circa un secolo - illustrano la significativa costanza del singolare rapporto che lega gli Stati Uniti al resto del mondo. L’esercizio di una leadership mondiale di “diritto divino” affonda le sue radici alla fonte stessa della storia americana: allorché nel 1620 Puritani inglesi attraversarono l’Atlantico a bordo del Mayflower per sfuggire alle persecuzioni religiose, essi si consideravano effettivamente investiti di una missione divina, quella di fondare una nuova alleanza con Dio. Si deve però attendere il 1845 per vedere questo “eccezionalismo” tradotto da John O’Sullivan, in un vero e proprio strumento geopolitico, con la declinazione - durante l’annessione del Texas da parte degli Stati Uniti - della nozione di “destino manifesto”. Esso andrà progressivamente a costituire il substrato stesso del rapporto americano col resto del mondo, e darà inizio a una dinamica espansionista che riposa implicitamente anche sulla Dichiarazione d’Indipendenza, con il suo richiamo al “diritto alla felicità” per ciascun cittadino americano. Questo principio, considerato universale, non può soddisfarsi di limiti geografici: il diritto alla felicità diviene un ideale civilizzatore rivolto al mondo intero, e costituisce la base di un espansionismo che il destino manifesto rende legittimo e necessario. Come ha ricordato il geografo Jean Gottmann, gli Stati Uniti tendono effettivamente verso «uno sforzo titanico, un’aspirazione insaziabile verso ciò che è più grande, più potente, più efficace, senza che si possa accettare l’ostacolo di barriere né la definizione di un termine ultimo, in termini di spazio o di quantità. Assegnargli un limite significherebbe rovinare il senso delle sue aspirazioni». È proprio questa dinamica a incarnare la frontiera, che costituisce la linea di demarcazione in perpetuo movimento fra quel che è americano e quel che lo diverrà. Questa volontà di inscrivere in uno spazio sempre più grande un nuovo ordine costruito sull’accettazione dei valori fondatori della nazione americana (la democrazia e l’economia di mercato) costituisce una delle fonti primarie dell’attuale leadership americana. Tale atteggiamento determina però una contrapposizione interna che deriva da due visioni geostrategiche antagoniste, ossia il pacifismo isolazionista e l’interventismo bellicista.

In effetti, come ricorda Alain Joxe, due modelli di società profondamente diversi si sviluppano sul territorio americano dall’inizio della colonizzazione inglese. Il primo, pacifista, nasce in Pennsylvania. Nel creare questa colonia, nel 1682, William Penn cerca di far rivivere il cristianesimo delle origini, abbracciando una visione assolutamente pacifista. Al contrario, la colonia della Georgia, fondata nel 1732, si espande nello spazio in una successione di campi militari strutturati come le antiche colonie romane. Per i loro fondatori, il modello di sviluppo territoriale è simile ai limitanei del basso impero romano: ciascun villaggio deve diventare una guarnigione dinanzi ad eventuali incursioni indiane, spagnole o francesi. Questa organizzazione, insieme spaziale e sociale, di natura oplitica, si accompagna a un enorme desiderio d’espansione territoriale nel momento in cui santifica il territorio nazionale. Queste due visioni antagoniste, che dimorano oggi ancora profondamente nell’inconscio collettivo americano, sono espressione di uno degli elementi fondamentali della percezione geostrategica americana del mondo. Alla fine del XIX secolo gli Stati Uniti vedono il loro slancio espansionistico contenuto dal rifiuto canadese di integrarsi con la nazione americana. La mancata realizzazione di un imperium totale sull’America del Nord crea negli Stati Uniti un sentimento di perdita, bilanciato rapidamente da un nuovo atteggiamento espansionistico. Per evitare alla nazione un declino reso inevitabile dalla fine della Frontiera, l’imperialismo americano si sviluppa attorno a proposizioni eteroclite: il dovere morale di riprendere la guida mondiale della democrazia, la superiorità della “civiltà” sulla “barbarie” e il controllo dei mari per fini commerciali. Questo approccio di fatto si scontra con l’isolazionismo pacifista di numerosi americani. L’imperialismo statunitense appare dunque di breve respiro, destinato ad essere sostituito da un limitato interventismo militare ed economico, che permette di conciliare l’isolazionismo filadelfiano con l’espansionismo georgiano. Questo nuovo atteggiamento si caratterizza per una geopolitica dell’insularità ampiamente ispirata da Mahan e Mackinder.

La Guerra fredda segna un punto di rottura in questa dinamica, con il tentativo degli Usa di realizzare una politica di “vigilanza attiva” o di “contenimento” nei confronti del pericolo comunista, resa successivamente obsoleta dalla caduta del blocco sovietico. Gli Stati Uniti, nel pieno dei loro poteri, per la prima volta della loro storia esercitano una leadership mondiale di fronte all’assenza di un avversario di ugual rango (peer competitor). Questo nuovo espansionismo s’incarna chiaramente nel mutamento delle condizioni d’impiego delle forze militari americane all’estero, che rompono di fatto con le regole stabilite nel 1984 dal segretario alla Difesa, Caspar Weinberg. Nuove modalità d’intervento aprono la via a una maggiore presenza territoriale americana all’estero e, potenzialmente, a una strategia imperiale. Le forze armate americane in effetti possono intervenire non solo per rispondere ad attacchi diretti contro il territorio, contro i cittadini e gli alleati americani, per lottare contro il terrorismo e il crimine organizzato, per difendere gli interessi vitali e la credibilità degli Stati Uniti come potenza mondiale, ma anche e soprattutto per preservare e difendere la democrazia, per combattere le carestie, le catastrofi naturali (nel quadro delle azioni umanitarie) e le violazioni flagranti e gravi dei Diritti dell’Uomo. La creazione, nel 1991, di una coalizione militare comandata dagli Stati Uniti, incaricata dall’Onu e diretta contro le forze armate irachene prefigura questa nuova politica americana. Qualificata da Bush come “nuovo ordine mondiale”, la fase che vede la vittoria delle forze coalizzate contro l’Iraq sembra realizzare quel Manifest Destiny americano. Questa nuova configurazione viene formalizzata il 26 febbraio 1993 da un discorso tenuto all’American University da Bill Clinton, che annuncia l’avvento di una “diplomazia totale” caratterizzata dalla mancanza di distinzione fra politica interna e politica estera. Si tratta della dottrina dell’enlargement, il passaggio dall’equilibrio bipolare della guerra fredda all’affermazione di una supremazia Usa, fondata sull’estensibilità dei valori civilizzatori americani e sullo sviluppo a livello mondiale delle “democrazie di mercato”.

Questa configurazione non è però sopravvissuta allo smacco dell’operazione Restore Hope in Somalia. Le reticenze del Congresso americano dinanzi all’interventismo del governo Clinton condussero quest’ultimo a firmare nel maggio 1994 la Presidential Decision Directive 25, pietra angolare d’un nuovo rivolgimento geostrategico americano: l’utilizzazione di truppe a terra deve essere strettamente limitata alla difesa degli interessi basilari americani. La Pdd 25 autorizza soltanto le operazioni di mantenimento della pace esclusivamente sotto l’autorità del potere politico americano. Da “gendarmi del mondo”, che instaurano un nuovo ordine internazionale, gli Stati Uniti si autodeclassano a “sceriffi planetari” (secondo l’espressione di Robert Haas), che organizzano raid militari contro gli “Stati canaglia” che non accettano l’ordine imposto da Washington. Attualmente gli Usa stanno favorendo l’organizzazione dello spazio politico mondiale sotto forma di un reticolato di alleati regionali, che permette di organizzare delle coalizioni diplomatico-militari occasionali e non cogenti, atte a prevenire i rischi di conflitti contrari agli interessi americani o a stabilizzare le zone in guerra. Il governo americano dimostra inoltre di saper abilmente impiegare agenzie internazionali e ong, tanto preziose quanto meno visibili sulla scena mediatica, sebbene siano presenti su tutti i continenti e utilizzino la loro influenza a vantaggio degli Stati Uniti. Forniti essenzialmente di squadre di ricercatori specialisti nel campo dello sviluppo economico internazionale e della gestione di conflitti, questi organismi forniscono un aiuto prezioso al Dipartimento di Stato sollevandolo dal peso di vari negoziati diplomatici, delicati e costosi. Inoltre, la Casa Bianca si serve di questa diplomazia - che tratta nell’ombra con molteplici attori che permettono di modellare l’ambiente internazionale secondo i propri obiettivi di politica estera - senza intervenire direttamente nello spazio mondiale: un’organizzazione diffusa a rete sotto l’influenza americana che, attraverso un abile gioco di sotto-trattati, ne rafforza il potere.

Salvatore Santangelo
(28 febbraio 2006)

HOME

SEGNALA AD UN AMICO